Walls of Babylon – A Portrait of Memories (2018)

Per chi ha fretta:
Pur essendo meno bello dell’esordio The Dark Embrace (2015), A Portrait of Memories (2018), secondo disco dei marchigiani Walls of Babylon è un album che ha molto da dare. Il fatto che da una parte perda l’oscurità e la personalità del predecessore non lo inficia più di tanto, come del resto la lieve omogeneità. Il power/progressive metal della band di Fabriano è sempre incisivo, sia per quanto riguarda la potenza che l’atmosfera, per non parlare della loro capacità di rileggere i cliché in qualcosa che non suona trito. Sono questi fattori (insieme a una bella registrazione) a creare una scaletta che pur mancando forse di hit riesce a incidere bene, come dimostrano bene Starving Soul, My Disguise, Sacred Terror e Treason. È per questo che nonostante i difetti A Portrait of Memories si rivela un album ottimo e sopra alla media: poteva forse essere un capolavoro, ma un fan del prog/power metal lo troverà comunque di suo gradimento!

La recensione completa:
“Un vero capolavoro”: è questo, volendo riassumere all’osso, il succo della mia recensione di The Dark Embrace, primo album degli Walls of Babylon, uscita ormai oltre tre anni fa su queste stesse pagine. In effetti, questa giovane band di Fabriano (Ancona) ha esordito in maniera sfolgorante, con un disco oscuro, pesante ma al tempo stesso pieno di emozione e lontano dai cliché. Anche per questo, era lecito aspettarsi dalla band qualcosa di almeno dello stesso livello per il futuro, e una riconferma: è davvero stato così, alla fine? Mi verrebbe di rispondere “ni”, almeno per quanto riguarda A Portrait of Memories, secondo full-lenght degli Walls of Babylon pubblicato lo scorso 13 aprile. Da un certo punto di vista, si tratta di un lavoro meno valido, a partire dal genere: è sempre un power metal progressivo debitore a Symphony X, Eldritch Evergrey  ma senza mai copiarli; tuttavia, l’atmosfera è diversa rispetto a The Dark Embrace. I toni sono meno oscuri e nichilisti, il che rende il tutto meno personale – per quanto anche A Portrait of Memories con la sua malinconia non sia niente male. Inoltre, qui gli Walls of Babylon sono incappati in un po’ di omogeneità, con alcune melodie che tendono ad assomigliarsi tra canzoni diverse, e nella tipica mancanza di hit del metal moderno. A dispetto di questi difetti, però, A Portrait of Memories è lo stesso un album solido, in cui la classe degli Walls of Babylon è solo lievemente appannata, e per il resto rimane la stessa di The Dark Embrace. Con tanti bei pezzi, una buona potenza, un’atmosfera che come già accennato avvolge  bene nonostante la differenza col passato e un’ottima capacità di rileggere i cliché in qualcosa che non suona trito, i fabrianesi dimostrano anche qui le loro qualità. Aiuta la buona riuscita di A Portrait of Memories anche la registrazione, migliore di quella dell’esordio: molto nitida ma mai di plastica, presenta anzi un tocco grezzo che valorizza bene le atmosfere e i riff degli Walls of Babylon. Sono questi i fattori a creare un altro lavoro sopra alla media del power e del progressive, forse meno spontaneo di The Dark Embrace ma più maturo, e di sicuro tutto da scoprire per i fan del genere!

A Portrait of Memories prende vita da Oblivion, classico intro elettronico con melodie e beat sintetici che si intrecciano con influssi vaghi sinfonici e con la melodia lontana di un pianoforte. È un connubio che genera un bel calore e la giusta malinconica: un buon preludio, insomma, prima che Starving Soul entri nel vivo con gran potenza. Si parte da un attacco di puro progressive metal: all’inizio è possente e  intricato, ma in pochi secondi si calma e quindi si fa ancora più rutilante, per poi spegnersi in un attimo espanso e leggero. È il preludio all’entrata in scena del pezzo vero e proprio, più lineare: la base principale sono strofe dirette che si dividono tra frazioni più veloci e vorticose e altre più emozionanti, a volte col ritorno del pianoforte, altrove invece rallentate e docili. Entrambe finiscono per confluire in ritornelli più aperti e lenti, in cui Valerio Gaoni canta una melodia semplice ma con un gran bel pathos . Tra queste parti spuntano un bel numero di intermezzi: spesso sono rocciosi e potenti, e danno al tutto un tocco di energia in più, ma si integrano bene nell’atmosfera del resto. Lo stesso vale per la parte centrale, variegata e che passa da un momento potente di origine addirittura metalcore a uno molto più soffice, da ballad, con un bell’assolo di Francesco Pellegrini, che poi diventa travolgente. E così, dopo oltre sei minuti e mezzo, con un outro simile all’intro si conclude un’ottima opener, a pochissima distanza dal meglio del disco! Va però ancora meglio con My Disguise che esordisce ancora in maniera elettronica per trasformarsi a stretto giro in un pezzo subito avvolgente, con influssi sinfonici che lo rendono quasi lirico. È la stessa norma che poi sosterrà anche i ritornelli: tra il cantante e le varie melodie, riescono a colpire al cuore, si rivelano quasi strazianti. Il resto invece è più energico: le strofe sono ancora melodiche ma il riffage della coppia Pellegrini/Fabiano Pietrini li rende anche possenti, mentre solo i bridge si riempiono di armonizzazioni. Nonostante l’energia, però, anche questa norma è molto carica a livello emotivo: è un’aura che viene meno soltanto nelle frazioni che compaiono a tratti, fragorose e orientate al metal moderno. Gli Walls of Babylon tuttavia riescono a integrarle bene nella strttura, senza che si formino spigoli: è il punto di forza migliore della canzone. Completa il quadro una parte centrale divisa a metà ancora tra qualcosa di tenero e un finale molto potente: è la ciliegina sulla torta di uno dei picchi di A Portrait of Memories!

Al contrario delle precedenti, Burden se la prende con calma: all’inizio le chitarre distorte sono molto rarefatte, e il tutto evoca una calma nostalgica. Ma anche quando entra nel vivo non cambia molto: dopo un breve sfogo iniziale di potenza, le strofe tornano a una falsariga da ballad, con la voce di Gaoni e il pianoforte di sotto alla sezione ritmica. Pian piano questa norma sale, prima con bridge che hanno persino un vago retrogusto da hard n’ heavy anni ottanta, e poi con refrain più moderni, in cui i marchigiani azzeccano un’altra bella melodia, grintosa ma al tempo stesso sognante, malinconica. A parte una sezione centrale divisa tra un passaggio dissonante e uno corale, di gran effetto, non c’è molto altro: la struttura è lineare e la durata ridotta a quattro minuti e mezzo fa il resto. Ma non è un problema: per quanto non sia tra i migliori del disco, si rivela lo stesso un ottimo brano. Sin dall’inizio, la successiva Forgotten Desires pesta il piede sull’acceleratore, con un intro veloce, a tratti convulso. Le strofe poi si calmano, ma giusto di un po’: le ritmiche sono potenti e cadenzate, ben sostenute dal lavoro semplice ma importante del batterista Marco Barbarossa. Solo i bridge rifiatano un po’, col pianoforte e un ambiente più dilatato, ma durano poco: è quindi il turno dei refrain, veloci e con un’urgenza palpabile, senza rinunciare però allo spessore sentimentale che gli Walls of Babylon ci hanno fatto già sentire. Stavolta però tutte e tre le parti incidono meno di quanto già sentito prima: ogni tanto, alcune soluzioni sembrano un po’ scontate, oppure insipide. Non è un gran problema, in fondo, visto che il livello è sempre molto buono: l’idea che però dà la traccia è di essere un po’ inferiore a quelle che l’hanno preceduta in A Portrait of Memories. Con Let Me Try i marchigiani cambiano poi verso: prima semi-ballata del disco e prima anteprima presentata al mondo dalla Revalve Records, è un pezzo un po’ particolare. Un lungo intro tranquillo, quasi ambient, poi prende vita altrettanto calmo, quasi solare. Le strofe hanno un filo di malinconia in più, ma con la loro morbidezza avvolgono bene. Da esse poi il brano si potenzia ma diventa anche più calmo, positivo, fino a raggiungere i chorus, energici ma sognanti, accoglienti, calorosi, quasi dolci – seguiti poi da brevi code più grintose, ma mai aggressive né cupe. E se l’assenza della tristezza lancinante sentita fin’ora stranisce un po’, in fondo non è un gran problema: abbiamo un pezzo ottimo, che nonostante la differenza non stona nella scaletta.

Sin dall’attacco di pianoforte di Sacred Terror, i fabrianesi tornano ai loro toni più aggressivi e oscuri – e lo fanno alla grande! La norma principale è costituita da momenti vorticosi, power metal moderno abbastanza pestato, che si alternano con strofe più calme ma dinamiche, incalzanti, e con improvvisi scoppi di energia. È un saliscendi appassionante che conduce infine a ritornelli che lo sono ancora di più: molto semplici ma sognanti, di malinconia fortissima, quasi romantici, colpiscono in ogni loro melodia. Il tutto si svolge in un ambiente pieno di cambiamenti, ma la struttura macroscopica non è troppo distante da quella classica: c’è anche la parte centrale, seppur invece dell’assolo si presenti tranquilla e ricercata. Abbiamo insomma un pezzo non troppo complesso che però riesce ad avvolgere molto bene: si rivela il picco di A Portrait of Memories insieme a My Disguise! La seguente Sudden Demon inizia con molta calma, con una chitarra pulita che duetta con una tastiera sinfonica sullo sfondo della sezione ritmica. La sua natura melodica e nostalgica viene poi ripresa anche in seguito: un bell’assolo, molto sentito, poi la musica entra nel vivo con potenza, ma senza mai pestare troppo. Spesso anzi le suggestioni iniziali vengono rilette in passaggi soft ed eleganti, di gran spessore emotivo, grazie anche alla solita buona interpretazione di Gaoni. Da qui, gli Walls of Babylon partono per una progressione che sembra quasi volersi potenziare a livelli più aggressivi, ma poi sfocia prima in bridge molto melodici, quasi strazianti, che poi confluiscono in strani passaggi storti, progressivi, e quindi ai ritornelli. Questi ultimi sono il momento migliore del pezzo con la loro melodia semplice ma azzeccata, che sa un po’ di già sentito ma nonostante questo colpisce bene. Anche il resto non è da buttare: funzionano bene sia la norma che la lunga variazione al centro, divisa anch’essa tra pulsioni ricercate e momenti un po’ più potenti ma che mantengono al centro il calore. E se ogni tanto l’evoluzione sembra un po’ spigolosa, con qualche incastro non del tutto riuscito, è un difetto che non inficia troppo un altro pezzo di ottima qualità!

Il breve finale ambient della precedente quasi non ha fatto in tempo a spegnersi che Treason entra subito in scena come un pezzo melodic power dei più classici, vorticoso e di vaga malinconia. Ma è una falsa premessa, visto che la norma di base è molto più tesa e grintosa: per esempio le strofe sono vorticose e veloci, con un riffage d’impatto, Gaoni che urla molto e a tratti si alterna persino con uno scream da metalcore. Solo col tempo la melodia torna alla carica, fino a esplodere in chorus che rallentano e coi loro cori rarefatti si mostrano depressi, intensi, con un pathos ancora molto efficace. Ottima anche la frazione centrale, divisa come da norma degli Walls of Babylon a metà: quando la prima è centrata sul lato più elettronico dei fabrianesi, la seconda ospita l’assolo alienante ma di alto livello di Pellegrini. È quanto basta al pezzo per essere di alta qualità, non tra i migliori del disco ma nemmeno troppo lontano! A Portrait of Memories è ormai agli sgoccioli: per l’occasione i fabrianesi scelgono My Heaven, la sua unica ballad vera e propria. Per lunghi tratti, la base si mantiene calma, con un tappeto semi-sinfonico molto calmo ed etereo su cui si stagliano gli arpeggi delle chitarre pulite e a tratti anche il pianoforte. È ciò che regge sia le strofe, ondeggianti e tranquille, sia i bridge, leggermente più cupi e malinconici, sia i chorus, che ancora una volta i marchigiani costruiscono in maniera vincente. In questo caso, il frontman canta una melodia al tempo stesso intensa, emozionante, ma rassicurante, calorosa, avvolgente, ben sostenuto da una base sempre docile ma un pelo più movimentata e densa. Per lunghi minuti, il pezzo procede in questa maniera: solo sulla tre quarti il voltaggio sale, ma le melodie restano sempre le stesse, e l’aura dolce si accentua anche di più. È uno sfogo che dura per poco prima che il pezzo torni a essere tranquillo, con una coda ancor più tenera che in passato: è il gran finale di una traccia non eccezionale ma bella e avvolgente, un finale tutto sommato adeguato per un disco del genere

Per concludere, A Portrait of Memories è un ottimo album; poteva forse essere un capolavoro, se non fosse stato per i suoi piccoli difetti, ma in fondo ci si può accontentare così. Del resto, anche il fatto che perda il confronto col predecessore non è un buon motivo per sottovalutarlo: parliamo comunque di un lavoro che farà la tua felicità, se ti piace il progressive/power. Se perciò sei un fan di questo genere e cerchi qualcosa che sia sopra alla media e non scontato, il mio consiglio è proprio di scoprire gli Walls of Babylon!

Voto: 87/100

 
Mattia
 
Tracklist:
  1. Oblivion – 01:29
  2. Starving Soul – 06:39
  3. My Disguise – 05:43
  4. Burden – 04:33
  5. Forgotten Desires – 05:25
  6. Let Me Try – 05:00
  7. Sacred Terror – 04:54
  8. Sudden Demon – 05:43
  9. Treason – 04:29
  10. My Heaven – 06:25
Durata totale: 50:20
 
Lineup:

  • Valerio Gaoni – voce
  • Francesco Pellegrini – chitarra solista
  • Fabiano Pietrini – chitarra
  • Matteo Carovana – basso
  • Marco Barbarossa – batteria
Genere: power/progressive metal

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