Death – The Sound of Perseverance (1998)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Sound of Perseverance (1998) è il punto finale dell’incredibile evoluzione musicale dei Death.
GENEREUn suono che vira ancora di più verso il progressive metal più tecnico, pur mantenendo molte influenze estreme.
PUNTI DI FORZAUna musica molto tortuosa ma che al tempo stesso riesce a trasmettere molte emozioni. merito di una scrittura grandiosa, mai fine a sé stessa, all’origine di una scaletta incredibile, piena di picchi. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIScavenger of Human Sorrow (ascolta), Bite the Pain (ascolta), Spirit Crusher (ascolta), Story to Tell (ascolta), Voice of the Soul (ascolta)
CONCLUSIONICon The Sound of Perseverance, i Death arrivano a sfiorare la perfezione: è un album che ogni fan del metal tecnico dovrebbe venerare!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
98
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Forse è una banalità, ma evolversi e sperimentare per un musicista o un gruppo non è mai facile. Non è solo perché, sul lato più pratico e materiale si rischia di scontentare o disorientare i propri fan: soprattutto, il pericolo maggiore è di farlo con risultati non soddisfacente. Lasciare ciò che si sa fare bene per spostarsi su terreni ignoti è un azzardo: non sempre è andata bene a chi ha provato. Esistono però musicisti con un talento così grande da sperimentare ed evolversi sempre con successo: Chuck Schuldiner è un caso lampante. L’evoluzione dei suoi Death è stata fenomenale: in pochissimi anni, è riuscito a trasformare una creatura selvaggia e basilare in qualcosa di molto più elegante, tecnico, ricercato, ma senza snaturarsi troppo, con un filo logico sempre presente. Ma non solo: ha fatto tutto questo mantenendo l’asticella della qualità sempre alta, attraverso ogni esperimento, senza mai scendere sotto un certo livello di qualità, nemmeno quando avrebbe potuto. È il caso di The Sound of Perseverance: un lavoro che forse Schuldiner non voleva neanche, imposto dalla Nuclear Blast Records con cui aveva firmato un contratto – mentre il musicista floridiano avrebbe voluto concentrarsi sui suoi Control Denied. Eppure, anche così ne è uscito un piccolo gioiello, in cui i Death vanno oltre tutto ciò che avevano fatto in precedenza, in primis dal punto di vista stilistico. Non è più solo death metal tecnico: direi anzi che The Sound of Perseverance è più spostato sul progressive, per quanto molti elementi – come lo scream del mastermind o la frenesia esecutiva, molto elevata in media – rimandino al metal estremo. E, in particolare, proprio al techno death sviluppato dai Death nei loro album precedenti, che torna in strutture intricate al massimo e in un mucchio di tecnicismi. In effetti, The Sound of Perseverance è un album spigoloso e pieno di cambi di tempo: sono sempre ben scritti, però, e non suonano mai come uno sfoggio di bravura fine a sé stessa. Al suo interno, non c’è solo tecnica: c’è anche un altissimo coefficiente di emozione, in particolare di sofferenza. Ma non è rabbiosa – almeno, non solo: in molti frangenti i Death riescono a suonare caldi, depressi, persino lancinanti. Solo ogni tanto The Sound of Perseverance si perde dietro alla sua estasi tecnica: ma succede così di rado che non inficia granché il risultato. Di fatto, abbiamo un lavoro di altissimo livello, che per poco non raggiunge la perfezione: di certo è più che degno di una carriera eccezionale come quella della band floridiana!

La mia solita disamina dettagliata per un album del genere sarebbe impossibile. O meglio: già così sintetica la recensione è molto lunga, ma andando a descrivere nei dettagli lo diventerebbe molto di più, tanto è la complessità di The Sound of Perseverance. Lo mostra già da subito l’intro, un breve assolo intricato del batterista Richard Christy, prima che Scavenger of Human Sorrow parta con la sua norma principale. È quella che torna ogni tanto e alterna una base anche potente e lineare a tinte death con un retrogusto thrash, con improvvise partenze progressive, che lo portano a vorticare lontano. Quest’ultima è l’anima che prende il sopravvento a tratti, quando comincia un’evoluzione che porta il tutto a lidi sempre più tortuosi, labirintici, quasi soffocanti a modo loro, ma molto avvolgenti. È una falsariga che va avanti a lungo prima di confluire in un momento più calmo, ma è un’illusione: dura poco, per poi introdurre a breve giro quelli che sono considerabili i ritornelli, che staccano con frenesia assoluta. C’è però anche con un certo spessore melodico a tratti, che li fa apparire persino catchy – almeno relativamente al genere dei Death. Questa lunga progressione si ripete due volte; in più, nel pezzo c’è spazio per diverse variazioni, tra cui la più evidente è la frazione centrale, divisa tra momenti intricati e di origine jazz/fusion e assoli metal più classici. Entrambi danno un tocco di alienazione e di sentimento in più a una traccia già complicatissima, ma che sa evocare bene un senso di disperazione, di sconfitta, in quasi ogni passaggio. È il segreto di un episodio favoloso, che apre l’album col botto! La successiva Bite the Pain sembra voler cambiare direzione: quasi il finale fragoroso della precedente non si è spento che entra in scena placida. È un lungo intro lento e melodico, sentito: poi però la musica cambia d’improvviso quando il pezzo vero entra nel vivo potente, con un riffage diretto, a tinte ancora a metà tra death e thrash. Anche questo però non dura: presto il pezzo si dirige verso lidi più tecnici, convulsi, intricati. È un panorama progressivo, storto, convulso ma che riesce ad appassionare: merito anche delle finestre melodiche che si aprono a tratti, come quelle considerabili refrain, o i momenti cadenzati presenti a tratti. Buona anche la frazione centrale, che unisce la potenza dell’anima iniziale con le strutture e le melodie di quella successiva, in un vortice tempestoso ma ancora avvolgente. È la ciliegina sulla torta di una traccia breve ma fantastica, che con la precedente forma un uno-due incredibile!

Spirit Crusher parte dall’intro circolare e vertiginoso del basso di Scott Clendenin: è l’impostazione ritmica su cui si muovono anche gli altri strumenti quando il pezzo entra nel vivo. È un vortice cupo, arcigno, che pian piano si fa anche più tempestoso e potente, con le chitarre di Schuldiner e Shannon Hamm assumono sempre più potenza. Toccato un apice in questo senso, il tutto perde tutti i suoi freni, come se qualcuno li avesse tagliati: è l’inizio di una fuga però molto breve. Presto infatti è il turno dei ritornelli: quasi doom per lentezza – ma nel riffage ci sono anche dissonanze di vago retrogusto black – incidono soprattutto per la loro grande desolazione. A grandi linee, è questa la progressione che si ripete lungo tutta la traccia, seppur piena di variazioni anche radicali: a volte c’è spazio per esempio per lunghi passaggi veloci e frenetici, molto sanguigni, oscuri e feroci, nonostante il tempo ancora dispari e scomposto. Altrove invece prevale la componente più tecnica, che porta a passaggi tortuosi, circolari, stordenti, ma col giusto coefficiente di preoccupazione, che non li rende mai fini a sé stessi. Sono tutti arricchimenti per un altro brano splendido, il terzo di una serie che ancora non è finita, anzi! Subito dopo infatti in The Sound of Perseverance arriva Story to Tell, con cui i Death svoltano verso qualcosa di più melodico e calmo rispetto al passato. Lo si sente bene già dall’inizio, crepuscolare ma addirittura malinconico col suo assolo; tutto ciò confluisce poi in una norma più rocciosa, ma né frenetica né troppo estrema. È una norma anzi aperta, più rivolta all’atmosfera che all’aggressione, e spesso lo diventa anche di più, con bei fraseggi di chitarra anch’essi abbastanza nostalgici. Solo di rado il pezzo torna alla potenza: succede per esempio ai ritornelli, che dopo lunghi bridge alienati e circolari tornano a ritmiche rabbiose e taglienti, accoppiate con melodie molto cupe e un Schuldiner che graffia anche più del solito col suo scream. Ma il passaggio migliore è quello al centro, una piccola gemma tra passaggi melodici, con intrecci fantastici tra le chitarre del mastermind e di Hamm, altri più scomposti e progressivi, e passaggi monolitici, oscuri, lontani dal mondo come la lunga sezione conclusiva. È la ciliegina sulla torta per un pezzo che però non è certo da meno: è l’ennesimo picco del disco, nonché un gioiello che pochi gruppi possono vantare di aver inciso in carriera!

Flesh and the Power It Holds comincia in maniera lugubre con la sua melodia iniziale, davvero sinistra. Pian piano però la tenebra e l’inquietudine lasciano spazio a qualcosa di più caldo, a un certo pathos, fino a toccare un apice quasi melodeath; è il momento in cui la traccia svolta di nuovo, stavolta su una norma più frenetica e veloce. All’inizio, è una base diretta e senza grandissimi fronzoli: si alterna semplicemente con dei brevi ritornelli, più aperti, che colpiscono al punto giusto con la loro aura espansa ma al tempo stesso apocalittica. Poi però i Death cominciano con un’altra delle loro progressioni tortuose e contorte: in questo caso, è tutta giocata tra passaggi più energici, rocciosi, e altri convulsi e veloci, stordenti. Solo verso metà il tutto si calma, per una frazione tranquilla con solo il basso quadrato di Clendendin (e i lievi tocchi della batteria di Christy) a fare da sfondo agli assoli delle chitarre, per un effetto al tempo stesso inquietante, ma con un lieve velo malinconico. È un altro splendido elemento per una traccia complessa e lunghissima (coi suoi quasi otto minuti e mezzo, è la più lunga di The Sound of Perseverance) ma grandiosa, meno bella di quelle che l’hanno preceduta ma giusto di un soffio! A questo punto, i Death decidono di far tirare un attimo il fiato all’ascoltatore con Voice of the Soul, che lascia da parte metal ed estremismo sonoro per qualcosa di elegante, orientato verso il puro pathos. All’inizio, c’è solo una chitarra pulita, a disegnare un arpeggio progressivo e dispari, ma calmo e delicato. Solo poi entra in scena anche un lead distorto: in principio è lento, sentito, malinconico, ma poi la musica si fa più vorticosa, densa, con melodie che si intrecciano e si sovrappongono con velocità. L’effetto generale è avvolgente, con la forte malinconia che si accentua sempre di più, fino a raggiungere un picco, quando il pezzo comincia poi a spegnersi. Una breve frazione più tranquilla, calda, e poi il pezzo riparte con la sua progressione, ancora una volta, prima di terminare. Il tutto non solo è bello dal punto di vista musicale, ma anche il suo spessore emotivo è forte: per questo, pur essendo in fondo più un interludio che un pezzo vero e proprio, non è una bestemmia includerlo addirittura tra i picchi del disco!

To Forgive Is to Suffer torna al metal, e lo fa con convinzione: inizia come una progressione veloce, con una certa urgenza, nonostante la grande melodia, quasi romantica, data dai lead di chitarra. Poi però si cambia direzione: comincia una continua alternanza tra fraseggi tecnici come quelli già sentiti nel corso dell’album, e una norma distesa, melodica, cupa, che riporta molto al doom metal. Solo di tanto in tanto il voltaggio sale, per passaggi più rabbiosi e potenti, con ritmiche di gran pesantezza e Schuldiner che urla più del solito. Entrambe le parti si integrano bene: merito anche dell’abituale lavoro di variazioni, che portano il brano su lidi diversissimi in breve tempo, e di norma sono ben scritti e incastrati. Brilla in questo il particolare finale, vorticoso e quasi neoclassico, prima di spegnersi in maniera fragorosa e dissonante. Purtroppo però, a tratti il complesso è un po’ meno interessante rispetto al passato, con alcune soluzioni meno incisive – e in qualche raro frangente anche i Death diventano sterili nel loro macinare. Ma non è un gran difetto: se è vero che risulta la traccia meno bella in assoluta di The Sound of Perseverance, abbiamo un pezzo di una qualità che molti si sognano, e che in molti album sarebbe il picco assoluto! La seguente A Moment of Clarity inizia lenta, melodica, quasi disimpegnata: ma, come sempre, è una situazione che non dura. Presto esordisce una norma veloce ma strana, leggera, quasi stridente a tratti: ancora però siamo nel preludio. Il brano vero e proprio scambia invece frazioni riottose con altre invece molto melodiche e distese, con in più tratti in cui le due norme si uniscono in qualcosa di scomposto e progressivo. Come sempre, questa norma vede tantissime variazioni e cambiamenti: al centro per esempio i temi già sentiti vengono riletti in una progressione più aperta e malinconica, piena di melodie. Il tutto fluisce stavolta in maniera convincente, senza spigoli: a condurlo è una certa angoscia ansiosa, che avvolge tutto il pezzo e colpisce a dovere. E se non spicca come quelli della prima parte, in fondo non importa: abbiamo lo stesso un grande brano, non tra i migliori del disco ma nemmeno troppo lontano! Siamo ormai agli sgoccioli: per concludere il disco, la band di Chuck Schuldiner opta per Painkiller, cover dell’omonimo classico dei Judas Priest. Il canovaccio dell’originale viene seguito in maniera pedissequa, con il mastermind che abbandona lo scream per un urlato – però molto più estremo e aggressivo rispetto a quello di Rob Halford. Nonostante ciò, il suono è al cento percento come quello già sentito nel disco, e anche alcune soluzioni sono più vicine al death che all’heavy originale degli inglesi: soprattutto, però, c’è un tocco malinconico in più, che la ricollega ai pezzi precedenti. Ne risulta insomma una cover riuscita: nonostante la semplicità – almeno nel confronto con ciò che l’ha preceduta – è un pezzo che convince. Più che adatto, insomma, a concludere un album del genere!

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: si può parlare di flessione nella seconda parte, per The Sound of Perseverance? In effetti, se l’album fosse stato tutto della qualità della prima metà, adesso starei parlando di perfezione assoluta; in fondo però è un livello che i Death sfiorano per un pelo, visto che per quanto inferiore anche la seconda è di altissimo livello. Di fatto, parliamo di un album splendido, che ogni fan dei floridiani, del progressive estremo o del metal tecnico in generale dovrebbe possedere. Nonché un album che, ancora a venti anni di distanza, ha moltissimo da dire: il mio consiglio è quindi di farlo proprio a tutti i costi… e di ascoltare la voce della sua (grande) anima.

Circa vent’anni fa, il 31 agosto 1998, usciva The Sound of Perseverance: un album storico sotto molti punti di vista. Non solo è la fine dell’epopea dei Death e il loro disco più sperimentale – a soli undici anni da Scream Bloody Gore, ma con un’evoluzione incredibile nel mezzo. È, insieme ai dischi precedenti della band di Chuck Schuldiner, una delle più belle dimostrazioni che il metal tecnico non deve per forza essere macinare e basta: può anche avere un cuore ed evocare emozioni. Per tutti questi motivi, un tributo (sia pure piccolo, come questa recensione) era quasi obbligato.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Scavenger of Human Sorrow06:54
2Bite the Pain04:30
3Spirit Crusher06:45
4Story to Tell06:34
5Flesh and the Power It Holds08:26
6Voice of the Soul03:43
7To Forgive Is to Suffer05:55
8A Moment of Clarity07:23
9Painkiller (Judas Priest cover)06:03
Durata totale: 56:13
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Chuck Schuldinervoce e chitarra
Shannon Hammchitarra
Scott Clendeninbasso
Richard Christybatteria
ETICHETTA/E:Nuclear Blast Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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