Lou Quinse – Lo Sabbat (2018)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPur proponendo solo canzoni popolari rilette in chiave metal, i torinesi Lou Quinse sono un gruppo molto interessante e valido, come dimostra il secondo disco Lo Sabbat (2018). 
GENEREUn folk metal con forti venature black e tante sfumature.
PUNTI DI FORZAUn’ottima capacità di svariare senza snaturarsi, una grande cura per gli arrangiamenti, un buon gusto nello scegliere i pezzi da rileggere, una scaletta senza in pratica momenti morti.
PUNTI DEBOLIUna registrazione un po’ troppo grezza.
CANZONI MIGLIORIChanter (ascolta), Boire et Rire Rire (ascolta), Dessús la Grava de Bordeu (ascolta), Giga Vitona (ascolta), Purvari e Palli (ascolta), Sem Montanhòls (ascolta)
CONCLUSIONILo Sabbat è l’album della maturità per i Lou Quinse: si rivela un piccolo gioiellino nel suo genere che farà la felicità di chi ama le branche meno melodiche del folk metal!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Bandcamp | Ebay
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook | Bandcamp | Youtube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
91
COPERTINA
Clicca per aprire

Nonostante sia una moda che nel metal dura da almeno un paio di decenni, se non di più, non sono mai stato granché interessato agli album di cover che molti gruppi hanno proposto. Se una cover può stare bene in un disco, uno intero di riletture mi lascia perplesso: a parte riempire lo spazio tra un album di inediti e l’altro, non capisco che senso possa avere un’uscita simile. Tuttavia, ci sono eccezioni a questa regola: se un gruppo riesce a fare questo proponendo qualcosa di diverso e originale, può anche diventare interessante. È il caso dei Lou Quinse: nati a Torino nel 2006, nella loro carriera non hanno fatto altro che riproporre pezzi di altri – cover, si potrebbe dire, seppur nel loro caso il termine sia improprio. Non sono certo una cover band che ripropone i soliti pezzi rock/metal: la loro attenzione invece è da sempre rivolta alla musica tradizionale e popolare, che i Lou Quinse riprendono e portano in una dimensione metallica. Per giunta, lo fanno molto bene: ne è una riprova il loro secondo album Lo Sabbat, uscito lo scorso 8 maggio sotto Sliptrick Records e che rappresenta senza dubbio il disco della maturità. Rispetto ai lavori precedenti, in cui i piemontesi si erano concentrati sulla musica e sulla lingua occitana – che comunque rimane il loro focus principale – il ventaglio stilistico si è ampliato, e il risultato è un album variegato e ricco di colori. In particolare, i Lou Quinse hanno un’ottima capacità di cambiare le carte in tavola e di evocare le atmosfere più svariate: Lo Sabbat passa dall’allegria al pathos e dalla calma all’aggressività, ma lo fa in modo sempre convincente. E, quel che è meglio, i torinesi lo realizzano senza snaturarsi: ogni sfumatura viene inserita con coerenza nel loro folk metal con forti venature black e influssi da altri generi (punk, thrash e death, metal classico). Ci riescono anche grazie a una gran cura negli arrangiamenti, sempre di alto livello, e alla bravura nello scegliere le giuste canzoni: in Lo Sabbat non ce n’è nemmeno una che non abbia il suo perché. Sono tutti elementi che contribuiscono alla buona riuscita di un album equilibrato e pieno di grandi pezzi, che mostra in maniera eloquente la maturità raggiunta dai Lou Quinse nel corso degli anni. E non conta granché se la registrazione è un po’ grezza e caotica, e se ogni tanto i pezzi suonano ripetitivi (il che comunque non è colpa dei torinesi): incidono poco su quello che alla fine si rivela lo stesso un vero e proprio gioiellino!

Il disco prende vita da Sus la Lana, intro di rito che si apre con la cornamusa di VII.Lo Carreton (pseudonimo che, come per gli altri membri e lo stesso monicker del gruppo, si rifà ai nomi occitani dei tarocchi), che dà al tutto un tono molto celtico, quasi solenne. Pian piano questa norma diventa più movimentata, con la fisarmonica e le percussioni: sono il prodromo a un’esplosione metal che però ricalca la norma precedente, aggiungendole un tocco quasi giocoso. In poco meno di un minuto e mezzo, già anticipa alcuni dei lati della musica dei Lou Quinse: è perciò un intro più che adatto, prima che Chanter, Boire et Rire Rire entri in scena molto più frenetica. Per lunghi tratti, è saltellante e brillante, evoca una gran allegria nonostante il growl di IX.L’Ermite, spesso in scena. Il cantante è però contornato da ritmiche ballabili e divertenti e dai giri allegri del flauto di Lo Carreton che danno un tono disimpegnato: non parliamo poi dei ritornelli, che si aprono con cori da taverna, di lieve malinconia ma anche con tanta vitalità. A tratti però la band abbraccia sonorità più potenti e preoccupate: succede in particolare al centro, quando la traccia che dà al nome al pezzo viene lasciata da parte per La Leggera, canzone tradizionale dell’Emilia Romagna (cantata in italiano). Abbiamo allora un pezzo più preoccupato: se a tratti è ancora disimpegnato e ha toni folk, altrove mostra un piglio molto black e rabbioso – il tutto mescolato in una progressione quasi schizofrenica ma molto efficace, persino geniale. È il momento migliore qui, ma anche il resto è grandioso, compreso il finale in crescendo, coinvolgente al massimo nel suo mescolare le due canzoni già sentite: il risultato è un episodio splendido, un’apertura col botto per il disco! La successiva Diu Fa’ Ma Maire Plora parte subito dopo, senza quasi un attimo di pausa, e con una melodia simile. Tuttavia, i toni sono del tutto diversi: sin dall’inizio, gestito dalla fisarmonica di I.Lo Bagat, la musica è cupa, dimessa, quasi triste. Lo si sente anche quando il pezzo entra nel vivo e comincia a scambiare passaggi movimentati, con un riffage rabbioso e quasi death sotto ai giri degli strumenti folk, e altri in cui essi rimangono da soli, ma la preoccupazione non cala. È anzi il filo conduttore del brano insieme ai giri di cornamusa e al ritmo di fisarmonica, molto ossessivi, ma mai noiosi: merito del gran lavoro dei Lou Quinse nel variare la formula per non annoiare. Che siano uno sfogo black con tanto di blast beat, una frazione che torna festaiola– solo per un attimo, prima che la preoccupazione si ripresenti – o semplici variazioni a livello ritmico, il tentativo funziona. Non sarà tra i pezzi più splendenti Lo Sabbat, anche vista la durata ridotta ad appena due minuti e mezzo, ma è lo stesso di altissima qualità.

La Dançarem Pus perde un po’ la frenesia ascoltata nei pezzi precedenti per qualcosa di più atmosferico: sin dall’inizio è un pezzo cadenzato, ballabile, con in evidenza le percussioni e il giro ipnotico del flauto di Lo Carreton. È la stessa essenza che perdura quando il pezzo si potenzia e si fa più diretto: l’aura rimane espansa, rilassata, di norma senza grande serietà. C’è però spazio anche per venature più preoccupate, malinconiche: sono presenti sia nella norma, che pure è semplice e diretta, sia soprattutto nei passaggi in cui la musica si colora di armonie di origine black melodico. È tra questi due estremi che la canzone oscilla: frazioni più nostalgiche – come quello degli ottimi assoli di chitarra di XIX.Lo Solelh, una rarità nel folk metal! – e altri più brillanti si compenetrano, e si uniscono molto bene, senza che nulla stoni. E se alcune sue melodie non sono penetranti e catchy come le altre nel disco, poco importa: forse siamo in presenza addirittura del pezzo meno bello del disco, ma il livello rimane ottimo! È quindi il turno di Lo Cuer dal Diaul, interludio tutto dominato dalle percussioni di .Lo Mat, che creano un ambiente oscuro, misterioso, quasi rituale per il velo di solennità. È una progressione che col tempo si fa più fragorosa e densa, ma senza perdere queste sue caratteristiche. Non c’è molto altro in un brano in fondo semplice, ma che fa il suo: nonostante la brevità, è sia avvolgente preso da solo, sia valido come preludio per Dessús la Grava de Bordeu, che dopo un breve intro ancora di percussioni si apre subito tempestosa. In seguito ciò si accentua quando la traccia si fa diretta, tenebrosa, black metal quasi di indirizzo viking o pagan. È una delle due anime in cui è diviso il pezzo: l’altra, che va avanti più a lungo, è orientata verso il folk, coi giri vertiginosi di flauto che però non smontano la cupezza del resto, ben evocata dallo scream rauco di L’Ermite e dalle ritmiche, un po’ sottotraccia ma importanti nell’economia della musica. Ottime anche il lavoro di arrangiamenti dei Lou Quinse, che fanno cambiare in breve il brano dalla frenesia a una cupa calma; lo stesso vale per la variazione al centro, più cadenzata e meno dinamica, ma che funziona con le sue melodie striscianti. Si integra alla perfezione in un episodio breve e anche elementare, ma splendido: per me risulta addirittura tra i più belli in assoluto di Lo Sabbat!

Giga Vitona comincia con la batteria di Lo Mat, subito seguito dalla fisarmonica di Lo Bagat e dal basso di XVIII.La Luna in qualcosa di ballabile e semplice. Poi il pezzo prende un’altra strada, sempre saltellante ma più diretta e preoccupata, prima di confluire in breve in refrain che tornano festosi, pieni di cori, anthemici, seppur con una vago malinconia. Ottimi sono anche i passaggi che si aprono qua e là, preoccupati e spesso con un bel senso oscuro – specie nei momenti a tinte più black; altrove invece l’aura è solo lancinante, grazie ai giri degli strumenti folk. Ne risulta così un pezzo animato, vario ed espressivo, che riesce a colpire alla grandissima anche a dispetto di una certa ripetitività: arriva appena alle spalle dei picchi del disco! Ma la successiva Purvari e Palli stupisce ancora di più: inizia con la chitarra folk dell’ospite Francesca Boffito, che si accoppia al lento flauto di Lo Carreton per qualcosa di malinconico. Sembra che questo debba essere il tono dell’intero brano, anche quando l’intro comincia a crescere; poi però i torinesi svoltano su qualcosa di animato, brillante. La norma è energica, con la chitarra di Lo Solelh che graffia, ma riesce a essere anche divertente: merito dei giri del flauto e del duetto tra L’Ermite e la cantante ospite Luna Misale. Questa norma si alterna con ritornelli più corali, in cui torna fuori una vaga vena di pathos, ma senza disturbare l’essenza animata del tutto, a cui anzi si unisce alla grande. Coronano il tutto la chicca del cantato addirittura in calabrese – del resto, è un pezzo tradizionale proprio di questa regione del sud – e una bella sezione centrale, vorticosa e dal vago influsso persino power, che però si unisce bene al resto. È la ciliegina sulla torta di un altro pezzo breve e semplice ma eccelso, a un pelo dal meglio di Lo Sabbat! L’intro della seguente Lo Boier, con una voce di donna lontana, evocativa, dà quasi l’idea di preludere a un pezzo espanso. Presto però i Lou Quinse imboccano una via dinamica, che alterna lunghe cavalcate a metà tra folk metal e addirittura punk, e brevi sfoghi vorticanti, indirizzati verso il black. È questa impostazione a creare una progressione possente, cupa, quasi drammatica a tratti, con un gran pathos sempre presente: trasuda dal growl doloroso di L’Ermite e dai giri veloci ma privi di gioia degli strumenti folk. È un’aura presente ovunque, e si accentua ancor di più nelle due aperture: già la prima per quanto breve è significativa, divisa tra una prima metà di folk metal espanso e una seconda addirittura a tinte post-black. Ed è persino al post-rock che si rifà il finale, con la chitarra distorta di Lo Solelh che disegna un fraseggio lento e nostalgico sopra al basso di La Luna, a lievi fuzz e alle percussioni di Lo Mat, unico elemento che richiama il folk. È un finale strano ma ottimo per un brano splendido, non tra i migliori del disco ma di qualità altissima!

Più che un interludio, La Martina è una canzone vera e propria, tutta strumentale. Entra quasi subito in scena con le sue lievi percussioni, che reggono il ritmo della fisarmonica e i giri del flauto, veloci ma con un bello spessore emotivo. Ne risulta un pezzo dalla costruzione semplice, ma coinvolgente con la sua anima in apparenza disimpegnata, che nasconde però una malinconia di gran impatto. Merito anche del crescendo che affronta, che la porta a farsi più densa, ma senza abbandonare le sue caratteristiche primarie. È così che abbiamo un bel pezzo, forse non tra i più appariscenti ma ancora di altissimo livello! La Marmòta comincia quindi in una maniera festosa, con una melodia davvero allegra del flauto di Lo Carreton. Ma ancora una volta è un falso preludio: lo si capisce sin dall’attacco del basso crepuscolare di La Luna, che si tramuta in breve in un pezzo serioso, diretto, potente, a tratti con persino delle suggestioni da heavy metal classico. È questa la base del pezzo, seppur con diverse variazioni: a tratti è spoglia, mentre altrove viene arricchita da melodie folk. In più, i torinesi cambiano strada per i ritornelli, in cui l’infelicità in sottofondo altrove viene fuori con forza, grazie alla voce pulita di L’Ermite, aspra ma adatta al contesto. Buona anche la parte centrale, a metà tra heavy e addirittura doom, con un bell’assolo, classico e sabbathiano che i Lou Quinse integrano bene nel pezzo. Lo stesso vale per la parte finale, ossessiva, martellante e quasi teatrale: è un buon finale per un’altra traccia forze non eccezionale ma più che degna di stare in un album di questo livello! Va però ancora meglio con Sem Montanhòls, con cui Lo Sabbat si conclude: considerabile la “ballata” del disco, è però un pezzo lontano dai cliché che si sentono spesso nel metal. È invece un lento tutto gestito dalle chitarre folk e dal bouzouki. È lo sfondo su cui si muovono dei cori puliti, che insieme alla musica creano un effetto solenne, antico, molto suggestivo: è all’origine di una bella magia, che avvolge in maniera splendida lungo tutto il pezzo. È questo a renderlo fantastico e a farlo funzionare, nonostante la semplicità estrema e anche l’assenza di variazioni – a parte il cambio di tonalità nel finale, in cui entrano anche percussioni e la cornamusa, in pratica non ce ne sono. Non so nemmeno io dire perché in verità, visto che questi potrebbero essere visti come difetti: sta di fatto che non in questo ambito non suonano tali e ci regalano un pezzo meraviglioso, l’ultimo dei picchi assoluti dell’album!

C’è da dire che, nonostante tutto, forse Lo Sabbat poteva essere persino migliore: con una registrazione più attenta, poteva forse puntare addirittura alla perfezione. Ma in fondo, che importanza ha? Abbiamo lo stesso un capolavoro, che con la sua varietà e la brillantezza dei suoi tanti colori può fare la gioia di qualsiasi fan del folk metal, specie se non refrattario a suoni meno melodici e più estremi. Ecco perché, se lo sei, ti consiglio con calore di scoprire i Lou Quinse: lascia da parte per una volta l’esterofilia, e scoprirai che hanno poco da invidiare ai grandi nomi scandinavi del genere!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Sus la Lana01:58
2Chanter, Boire et Rire Rire04:06
3Diu Fa’ Ma Maire Plora 02:34
4La Dançarem Pus04:19
5Lo Cuer dal Diaul01:48
6Dessús la Grava de Bordeu 03:26
7Giga Vitona03:59
8Purvari e Palli03:54
9Lo Boier06:18
10La Martina02:41
11La Marmòta06:10
12Sem Montanhòls04:54
Durata totale: 46:07
FORMAZIONE DEL GRUPPO
IX.L’Ermitevoce
VII.Lo Solelhchitarre e bouzouki
I.Lo Bagatfisarmonica
VII.Lo Carretonflauti e cornamusa
XVIII.La Lunabasso
.LoMatbatteria e percussioni
ETICHETTA/E:Sliptrick Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Grand Sounds Promotions

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento