Hertz Kankarok – Make Madder Music (2018)

Per chi ha fretta:
Make Madder Music (2018), primo full-lenght del musicista siciliano Hertz Kankarok, conferma le buone prospettive dell’EP d’esordio Livores (2015), rispetto a cui rappresenta un deciso passo in avanti. Il genere è sempre un mix di doom, metalcore, pulsioni sperimentali e in questo caso groove metal (mentre rispetto al passato la componente sinfonica è diminuita), ma risulta più maturo e sfaccettato. Si tratta di un lavoro intricato e pieno di elementi diversi, che però il musicista siciliano (insieme a Dario Laletta e Andrea Cavallaro) gestisce e arrangia al in una maniera convincente, fascinosa e mai sterile. Lo si sente bene in quasi tutto il disco e in particolare nell’orrorifica Cargo Cult e nell’immaginifica Who Is Next? – ma anche gli altri due pezzi hanno il loro perché. E così nonostante un po’ di inconsistenza, Make Madder Music si rivela un ottimo lavoro: è difficile da ascoltare e assorbire, ma può fare la felicità di chi ama sonorità complicate!

La recensione completa:

Deve lavorare un po’, se vuol trovare la quadratura del cerchio”: questo scrivevo due anni e mezzo fa di Hertz Kankarok, nella recensione del suo primo EP Livores. Mi aveva colpito, in effetti, lo stile di questo cantante siciliano, personale e misterioso: all’interno dell’EP c’erano però anche alcuni passaggi a vuoto e alcune ingenuità, che limitavano un po’ la sua resa. Per fortuna però Hertz Kankarok è riuscito a risolvere molti dei suoi problemi: la sua maturazione è evidente dal suo primo full-lenght Make Madder Music, uscito lo scorso 13 maggio. Nel tempo trascorso da Livores, il genere suonato dal musicista siciliano si è fatto ancora più sfaccettato e arduo da classificare. Come nel precedente lavoro, c’è una componente doom espansa accoppiata a una metalcore più dura e aggressiva, mescolate con tanti elementi strani e sperimentali, che li portano dritto verso l’avant-garde. Stavolta inoltre la vena sinfonica, per quanto presente, si è un po’ attenuata: in compenso Hertz Kankarok ha assunto forti influenze groove metal, che rendono i suoi riff ancora più rocciosi e grassi. Ma in Make Madder Music c’è molto altro: le soluzioni che pesca a tratti vanno dal progressive al post-rock, dal gothic a suoni elettronici e ambient. Ed è anche questo fattore a renderlo molto intricato, difficile da assorbire: neanche io, dopo centinaia di ascolti, credo di esserci riuscito del tutto. Colpa forse anche dell’essenza particolare della musica di Hertz Kankarok: nonostante la potenza di certi riff, nel complesso risulta molto intimista. All’interno di Make Madder Music, di conseguenza, non sono presenti grandi melodie catchy o riff che brillano per impatto: questo può sembrare quasi un difetto ma in questo caso non lo è, anzi fa parte del fascino del progetto. Del resto, Hertz Kankarok, insieme a Dario Laletta e Andrea Cavallaro, che lo aiutano con gli strumenti, hanno fatto un gran lavoro in fase di composizione e arrangiamento: il risultato è che ogni influenza ha un suo perché, e tutto è ben mescolato. E così, Make Madder Music risulta maturo, senza le ingenuità sentite su Livores: il suo unico difetto invece è una certa inconsistenza. Per quanto lunghi, i suoi brani sono pur sempre quattro per mezz’ora: al termine vorresti ascoltarne di più. Ma anche così abbiamo un disco convincente e di alto livello, in cui Hertz Kankarok dimostra tutte le sue (ottime) qualità.

La opener Deceive Yourself! se la prende con calma a entrare nel vivo: comincia in lenta ed espansa, ambient/drone reso solenne dal suono di una campana. Poi però il tutto si fa più strano, con influenze addirittura etniche, nelle percussioni e in quello che sembra un qualche strumento a corde orientale. È il preludio all’esplosione vera e propria del brano, che emerge da questa base come un pezzo di gusto metalcore/post-hardcore, spezzettato e potente, che pian piano cresce di voltaggio e abbraccia influssi groove. Ma nonostante la potenza a dominare è sempre un’aura oscura, potente, ben evocata anche dalle oscure trame di chitarra pulite, a metà tra prog e post-rock, che arricchiscono lo spettro di questa parte. Esse tornano anche nelle strofe, che a tratti riprendono la norma precedente, ma altrove si fanno più espanse, col solo basso in scena a dare il ritmo; in tutto questo, brilla la performance di Hertz Kankarok, che varia da un growl imperioso a un pulito espanso, triste e intenso. Il cantante guida la progressione fino ai ritornelli, che cambiano leggermente registro: sono sempre cupi ma più espansi e doomy: la potenza lascia allora il posto a un mood desolato, spesso avvolgente – ma a tratti un po’ insipido. Per qualche minuto, la traccia alterna queste due anime, prima di spegnersi: è il turno della conclusione, che sembra una coda placida, con chitarre melodiche e vagamente inquietanti, quasi alla Opeth. Poi però la musica riparte: abbiamo un finale lento ma cadenzato e potente, con un gioco di incastri tra riff diversi su cui fanno bella mostra di sé le tastiere alienanti di Cavallaro e un bellissimo assolo di chitarra. È la chiusura grandiosa di un pezzo forse non eccezionale e con qualche sbavatura: è il meno bello di Make Madder Music, per quanto alla fine risulti di buona qualità. Ma è un’altra storia con Cargo Cult, che dà subito i brividi con la chitarra iniziale, rarefatta e orrorifica. È una base che rimane in scena anche quando al di sotto esplodono ritmiche grasse e orientate verso la nuova anima groove metal di Hertz Kankarok, per un effetto strano, spiazzante, ma di impatto. Questa norma si alterna spesso con strofe ancora lugubri ma più spoglie e ricercate, con lievi percussioni ancora di vago gusto etnico, che reggono una chitarra pulita dissonante e i sussurri del frontman siciliano. È un dualismo che va avanti per tutto il pezzo, con però diverse variazioni che rendono il tutto più bizzarro e più interessante, senza per questo spezzare il piglio generale, che rimane potente ma spesso elegante. Ne è un gran esempio la frazione centrale, che in principio riprende l’intro e lo correda con cori tribali. È il preludio di una lunga evoluzione più potente e sempre più dissonante, una spirale che si attorciglia in maniera tempestosa e aumenta sempre di più in fatto di inquietudine. È la ciliegina della torta di un gran pezzo, il picco assoluto dell’album!

Con Who Is Next?, l’oscurità e la freddezza sentita fin’ora lasciano il posto a qualcosa di più caldo e avvolgente: lo si sente da subito, con un intro cupo ma delicato, pieno di echi diversi. Viene poi arricchito dall’entrata in scena della voce di Kankarok, triste ed effettata: è il preludio all’esplosione del pezzo vero e proprio che poi strappa con potenza doom. L’energia non viene certo lasciata da parte: se a tratti le strofe sono più spoglie, con solo la sezione ritmica, altrove sono i riff a farla da padrona. Ma il tutto è ricercato ed evoca un bel pathos: merito della lontana voce di un’ospite femminile, che più che cantare si impegna in una melodia eterea, e del ritmo lento, che aumenta l’essenza mogia del brano. È quella che colpisce con tutta la sua forza nei refrain, in cui lo spettro di suono si arricchisce di influssi groove, e di una bella chitarra pulita, a metà tra gothic e post-rock, che disegna delle splendide armonie. Il risultato è malinconico, sentito, e incide molto bene: merito anche di variazioni ben riuscite come quella di trequarti, divisa tra toni sinfonici romantici, quasi strazianti, e una seconda metà infelice, intima. Degno di nota anche il finale, in cui torna ancora lo spirito gothic di Hertz Kankarok, per qualcosa di espressivo come il resto. È un altro arricchimento per un episodio emozionante e grandioso, al pari con la precedente per qualità! A questo punto, è il turno della conclusiva The Great Whirlpool, che mantiene fede al suo nome: un brevissimo intro di chitarra pulita, poi entriamo subito in un vortice ritmico possente, tortuoso, che all’istante comincia a evolversi. La base rimane sempre dura, potente, alienata, tanto da ricordare i Nevermore: si scambiano passaggi più potenti e rabbiosi, e altri invece più striscianti, in cui la chitarra iniziale torna. Ciò va avanti per qualche minuto, ma poi d’improvviso la traccia si apre in una frazione sinfonica, oscura: con le tastiere sinfoniche dissonanti e la voce teatrale del mastermind, è un momento che riporta alla mente i migliori Dimmu Borgir. Ma anche questa situazione non è destinata a durare: di nuovo, dopo qualche minuto le coordinate cambiano all’improvviso, e ci ritroviamo in un ambiente caotico, col blast beat che regge un riffage addirittura death. È un momento che si sfoga in breve per poi perdere ogni energia ancor più rapido di quanto fosse cominciato: a quel punto, la traccia sembra finita in un outro di pianoforte e tastiera sinfonica. Ma in realtà anche questo è un lungo passaggio, calmo, etereo, persino solare: la calma però non dura molto, prima che una frazione doom/post-metal torni in scena, riportando l’oscurità nel pezzo. È l’inizio di un crescendo in principio melodico, ma che alla fine riporta il brano alla norma iniziale, per un finale ossessivo fino al breve outro. Tutto sommato, abbiamo una lunga traccia tortuosa ma affascinante: con pochi momenti morti e tanti bei passaggi, risulta poco sotto ai due picchi del disco che chiude!

Insomma, nonostante la brevità Make Madder Music è un ottimo lavoro, con punte eccezionali che lasciano sperare ancora di meglio per il futuro – ma sono splendide anche in chiave presente. Certo, c’è da dire che è poco adatto per chi dalla musica pretende immediatezza: se vuoi cantare le canzoni dopo tre ascolti, puoi starne alla larga senza problemi. Ma se al contrario sei ti piace scoprire musica difficile pian piano, allora quella di Hertz Kankarok farà al caso tuo. E allora a maggior ragione vale il consiglio che ho dato nella recensione di Livores: segnati il nome del musicista siciliano, ne vale la pena!

Voto: 85/100

 
Mattia
 
Tracklist:
  1. Deceive Yourself! – 07:13
  2. Cargo Cult – 08:13
  3. Who Is Next? – 08:59
  4. The Great Whirlpool – 09:51
Durata totale: 34:16
 
Lineup:
  • Hertz Kankarok – voce
  • Andrea Cavallaro – chitarra, basso e tastiere (tracce 1-3)
  • Dario Laletta –  tutti gli strumenti (traccia 4), chitarra (traccia 3), batteria (tutte le tracce)

Genere: avant-garde/doom/groove metal/metalcore

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento