Burial in the Sky – Creatio et Hominus (2018)

Per chi ha fretta: 
Creatio et Hominus (2018), secondo album degli americani Burial in the Sky, è un lavoro interessante nonostante i suoi difetti. Lo è il suo genere, di base death metal tecnico ma non quello più classico: il gruppo tende a ibridarlo con il progressive e aggiunge tante altre influenze e tanti elementi, alcuni dei quali atipici come il sassofono di Zach Strouse. Il tutto viene costruito non solo per dimostrare l’alta caratura tecnica della band, ma anche per emozionare: purtroppo però non sempre le intenzioni bastano, visto che a tratti la musica è troppo tecnica e finisce per suonare fredda. In più, nella scaletta ci si perde un po’, e non in senso buono: se pezzi come Tesla, The Pivotal Flame e 5 Years sono ottimi, altri per quanto validi non spiccano molto. Ed è per questo che alla fine Creatio et Hominus non è un album trascendentale: ha però il merito di essere almeno buono, godibile, e di poter piacere ai fan del progressive death metal!

La recensione completa:

Un mare in cui perdersi: è questa la metafora perfetta per descrivere Creatio et Hominus, secondo lavoro dei Burial in the Sky uscito lo scorso primo giugno. In effetti, la musica di questa band, nata a Mount Carmel (Pennsylvania) nel 2013 e che da allora ha bruciato le tappe, è molto ricca e densa. Se di base il suo stile è un technical death metal di scuola moderna – il che già lo rende spinto in questo senso – a fare la differenza sono i tanti influssi, che lo allontanano dalla solita incarnazione del genere. In Creatio et Hominus il più importante è il progressive, verso cui i Burial in the Sky si spingono spesso; a tratti però ci sono anche influssi doom, black, metalcore e persino qualche elemento più eclettico. Lo è per esempio il sassofono di Zach Strouse, che spunta a tratti e si accoppia bene all’elemento prog e anche alle rare influenze jazz degli statunitensi. Messa così, potrebbe sembrare un’accozzaglia senza senso, ma i Burial in the Sky riescono a gestire e a integrare i vari elementi con personalità e abilità: Creatio et Hominus non suona senza capo né coda come certi album del suo genere. Merito del fatto che i membri della band non puntano soltanto a stupire con le loro doti tecniche – di altissimo livello, com’è ovvio – ma guardano anche a musicalità ed emozione: tuttavia, il problema è che non sempre riescono nell’intento. Se a tratti la musica colpisce a dovere, altrove i Burial in the Sky cadono nel problema tipico di molti nel loro genere: la loro si rivela un’eccessiva estasi tecnica, fredda e fine a sé stessa. Non è un difetto drammatico, né rende Creatio et Hominus sterile di per sé: da questo punto di vista, come accennato, gli americani sono meglio di tanti altri. Però in parte questo limita la resa dell’album: per esempio, anche i pezzi migliori sono ottimi ma non eccelsi, e spesso la ragione è proprio da ricercarsi in qualche passaggio troppo esasperato. In generale, a volte in Creatio et Hominus ci si perde, e non in senso buono: colpa del fatto che non tutti i passaggi incidono, molti sono validi ma non lasciano un segno molto duraturo in mente. Anche questo è un fattore che influenza la musica dei Burial in the Sky, ma non troppo: il risultato non è un album trascendentale, ma ha almeno il merito di essere buono e piacevole.

I giochi cominciano da Nexus, lungo intro molto calmo: all’inizio ci sono solo i suoni della pioggia. Poi si fa più denso, ma di poco, con lontani echi ambient ancora placidi, su cui si staglia il malinconico sassofono. È un inizio misterioso, desolato, sottotraccia: anche per questo, forse non c’entra troppo col disco successivo, ma ha almeno il grande pregio di non stonare e di essere piacevole.  E poi, per quanto Tesla entri in scena più potente, all’inizio non strappa più di tanto: nonostante il growl di Jimmy Murphy (frontman uscito dal gruppo all’inizio delle registrazioni, e che canta solo in questo brano), il ritmo è lento, quasi doom, e le armonizzazioni al di sotto calme, leziose. È un essenza che dura a lungo, seppur cresca di voltaggio: soprattutto, dopo un minuto comincia ad alternarsi con fughe tortuose, vorticanti. Anch’esse però non interrompono l’aura particolare del brano, che ha una sua oscurità e a tratti un bel nervosismo, ma al tempo stessa una certa serenità, quasi malinconica. È nascosta per gran parte del tempo, ma in certi momenti viene fuori con chiarezza, specie quando il chitarrista James Tomedi sfodera qualche assolo oppure sulla tre quarti, dove trova posto una docile frazione di chitarra pulita, crepuscolare e sognante. Da qui poi il pezzo riparte con forza, col suo passaggio in assoluto più rabbioso e feroce; nonostante la differenza col resto, è però un finale non male in un’ottima traccia, uno dei picchi assoluti di Creatio et Hominus! La successiva Nautilus’ Cage ha un inizio potente, ma con una certa carica di sentimento, ben udibile nelle armonizzazioni presenti qua e là, che riportano a tratti alla mente persino gli Opeth. Al contrario degli svedesi, però, la progressione dei Burial in the Sky è molto più intricata e meno diretta: a volte non è un male, visto che certi passaggi sono splendidi, specie quelli più lenti e costanti. Altri però lo sono molto meno – in special modo quelli più obliqui e strani, quasi sereni, che c’entrano poco col resto – e la struttura schizofrenica di questa frazione non permette quasi di goderseli. Molto meglio va invece quando, poco prima di metà, la traccia si fa più gentile e aperta, nonostante spesso le ritmiche siano ancora martellanti. Abbiamo allora una lunga progressione sempre molto tortuosa e piena di tecnicismi, ma che almeno ha un filo conduttore forte, dato da uno spirito quasi tenero, aperto, etereo. Pian piano, questa essenza cresce, con l’arrivo in scena di dolci synth di sottofondo: il finale è davvero bello, con un’aura sognante e malinconica, di gran impatto. È un momento meraviglioso che conclude una traccia buonissima: peccato però per la prima metà, senza cui poteva essere eccezionale!

The Pivotal Flame ha subito un intro vertiginoso, che dopo un breve parentesi elettronica comincia a roteare in una maniera quasi stordente. È più o meno la stessa natura della norma di base, che alterna momenti in cui Tomedi sfodera turbini di chitarre serratissimi, e altri invece che sono delle potenti fughe. A tratti l’impostazione è più death e veloce, col blast beat di Sam Stewart in bella vista, mentre altrove gli americani abbracciano influssi addirittura metalcore. In tutto questo però sono presenti anche notevoli stacchi più calmi e aperti, come quello poco prima di metà: è lungo, misterioso, delicato, con in bella vista le chitarre pulite, il basso e il sax di Strouse. Quest’ultimo rimane poi in scena anche quando, alla metà esatta, il pezzo riparte con energia, ma resta molto melodico e lento: nonostante il growl di Jorel Hart, il sentimento è palpabile, attraverso gli assoli del sassofono e della chitarra. Merito anche degli ottimi arrangiamenti dei Burial in the Sky: che sia un’armonizzazione, un influsso doom o qualche altro elemento, il tutto ci conduce per lunghi minuti con piacere. Lo stesso vale poi per il finale, che segue, in cui le due anime del pezzo si uniscono con ancora un piglio quasi metalcore a livello ritmico – ma le armonizzazioni sono invece di retrogusto addirittura black a tratti. È comunque una bella chiusura per un pezzo lungo sei minuti e mezzo ma con pochi momenti morti: risulta poco sotto al meglio dell’album! Anche Psalms of the Deviant esordisce in maniera abbastanza tempestosa: per quanto le ritmiche siano melodiche e circolari, non troppo aggressive, il frontman sfodera una prestazione davvero rabbiosa. Pian piano inoltre anche il riffage si fa più agitato e potente, con passaggi ritmici di gran energia e altri obliqui, dissonanti: ricordano di nuovo la già citata band di Mikael Åkerfeldt. La stessa aura stavolta abbraccia alcuni rallentamenti, di nuovo di vago influsso doom ma stavolta minacciosi; fa eccezione la seconda parte, che per quanto accogliente risulta  misteriosa, nascosta, preoccupata. È una bella aura, che fa funzionare sia i passaggi più espansi che quelli più potenti, che si rifanno molto al melodeath e cominciano ad alternarsi fino alla fine: merito anche dei tanti bei passaggi, corredati da ottimi assoli o da belle armonizzazioni. È la parte migliore di un brano per il resto a tratti un po’ troppo macinante, e non focalizzato al cento percento: visto che questo finale ne occupa più di metà, risulta buono, ma fosse stato tutto allo stesso livello poteva essere eccelso.

A questo punto, è il turno un intro ambient arcano e spaziale con un organo ed effetti lontani, celestiali – nel senso più oscuro del termine. Dura poco meno di un minuto, prima che 5 Years strappi con potenza: all’inizio è un pezzo feroce ed esasperato, quasi stridente, grazie anche a forti influssi black di ritorno. Poi però il tutto diventa una rapida fuga techno death, nervosa e sempre in movimento: non le manca la melodia, che ogni tanto torna come gli influssi precedenti, ma è anche molto macinante. Spesso però la sua frenesia si calma: succede al centro, più dilatato e con un riffage all’inizio quasi metalcore, prima che il tutto derivi verso qualcosa di oscuro ma calmo, di marca doom, che a sua volta si spegne in una frazione sottotraccia, in cui si intersecano varie voci. Succede però soprattutto nel finale, che trasforma l’ultimo sfogo in una frazione melodica e quasi lirica, serena, molto avvolgente, guidata dalle belle trame della chitarra di Tomedi. È forse il momento migliore di un pezzo che ogni tanto tende un po’ a perdersi, ma a parte questo di buonissima qualità, poco lontano dal meglio del disco! A questo punto, l’album è quasi finito: c’è rimasto spazio solo per la title-track Creatio et Hominus, lunga suite tutta strumentale che se la prende molto con calma a entrare nel vivo. All’inizio è ambient con influssi drone, placido, con diversi echi e percussioni; pian piano però questa norma comincia un crescendo, guidato da una chitarra pulita di forte retrogusto addirittura blues. Il tutto esplode quindi con potenza: è una norma energica ma piuttosto melodica, puro progressive metal a metà tra brillantezza e una certa malinconia. Questa impostazione torna ogni tanto, anche se più spesso il pezzo si muove su una norma più espansa: a volte è quasi esotica e crepuscolare, altrove invece si muove con placidità col ritorno del sax di Strouse. In tutti i casi, però, è accomunata da una certa leziosità: di norma è avvolgente, ma ogni tanto risulta un po’ troppo espansa e calma, e fa perdere il tutto di dinamismo e compattezza, oltre a sembrare un po’ sterile. Molto meglio fanno invece i momenti metal, sempre vorticosi e di gran potenza: colpiscono alla grande e svolgono il loro lavoro al meglio, senza mai peccare in narcisismo. Ne risulta insomma un pezzo sempre piacevole e in generale di buona qualità, anche se non del tutto riuscito: anche per questo, è perfetto come title-track, visto che riassume in sé pregi e difetti del disco che chiude.

Per concludere, nonostante i suoi difetti Creatio et Hominus alla fine si rivela un lavoro valido e ben fatto, con alcune ottime tracce che lo impreziosiscono. Per questo, mi sentirei di consigliarlo specie a chi ama il progressive metal accoppiato a generi più estremi; forse invece è un po’ troppo ricercato ed emotivo per chi ascolta il tipico techno death. Ma non si sa mai: magari se lo sei, anche tu potresti dare almeno una chance ai Burial in the Sky.

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:

  1. Nexus – 02:36
  2. Tesla – 04:33
  3. Nautilus’ Cage – 04:49
  4. The Pivotal Flame – 06:33
  5. Psalms of the Deviant – 05:37
  6. 5 Years – 04:34
  7. Creatio et Hominus – 07:17

Durata totale: 35:59

Lineup:

  • Jorel Hart – voce
  • James Tomedi – chitarra e tastiere
  • Zach Strouse – basso e sassofono
  • Sam Stewart – pianoforte e batteria

Genere: death/progressive metal
Sottogenere: technical death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Burial in the Sky

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