Eversin – Armageddon Genesi (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto all’ottimo predecessore Trinity: the Annihilation (2015), il quarto album degli agrigentini Eversin Armageddon Genesi (2018) perde sotto tutti i punti di vista. Lo fa in primis a livello stilistico: senza più le influenze thrash precedenti, ora il groove metal dei siciliani è roccioso ma manca di dinamismo, e suona come se avesse il freno a mano tirato. Soprattutto però il problema è nelle atmosfere, oscure grazie a influssi doom ma che spesso non riescono a colpire: entrambi i problemi derivano anche da una registrazione troppo sporca, che non valorizza né potenza né la cupezza della musica. Anche la scaletta soffre di una certa mancanza di hit e di una forte omogeneità: molti pezzi si assomigliano e non spiccano, mentre solo la possente Legions, la veloce Jornada del Muerto e l’oscura suite To the Gates o the Abyss riescono a brillare. È per tutti questi motivi che, pur non essendo scadente, Armageddon Genesi è un disco solo sufficiente e piacevole: può piacere ai fan del groove metal, ma è molto inferiore a quanto gli Eversin possono fare.

La recensione completa:

Mi era già capitato, in passato di ascoltare gli agrigentini Eversin. Il loro terzo album Trinity: the Annihilation, risalente al 2015, mi aveva sorpreso molto: col suo rabbioso mix di thrash e groove metal e un grande equilibrio tra potenza e oscurità, si era rivelato un gioiellino nel suo genere. Proprio per questo, ho accettato quasi sulla fiducia di recensire il nuovo disco dei siciliani, Armageddon Genesi, uscito sempre sotto My Kingdom Music lo scorso 29 giugno: purtroppo, in questo caso la sorpresa è stata in negativo. Già l’evoluzione stilistica degli Eversin mi ha lasciato molte perplessità: rispetto al passato, la componente thrash è quasi sparita, insieme al suo dinamismo e alla sua fluidità. Non ne è rimasto che qualche brandello: per il resto, il genere di Armageddon Genesi è un groove metal che punta più sulla forza e sull’impatto dei riff che sulla loro velocità. Già questo è il primo problema: la musica degli Eversin qui suona spesso troppo statica, quasi come avesse il freno a mano tirato, e non riesce esprimere il suo vero potenziale. Ma almeno questo intento in parte riesce agli agrigentini: purtroppo non si può dire lo stesso per quanto riguarda le atmosfere, che come in Trinity… cercano l’oscurità, ma stavolta non la trovano. Nonostante gli elementi addirittura doom che in teoria dovrebbero aiutarlo in questo senso, Armageddon Genesi solo di rado riesce a coinvolgere: negli altri casi, risulta poco convinto e a tratti persino goffo. Colpa del fatto che spesso gli Eversin sembrino quasi indecisi se aggredire o puntare sulla cupezza: se a volte evocano entrambe, in altri casi il risultato è né carne né pesce. Ma forse il problema principale è la registrazione: è molto secca, piatta, sporchissima, e si rivela addirittura caotica, gracchiante a tratti. Non valorizza bene il suono di Armageddon Genesi né per quanto riguarda i riff, che esplodono meno di quanto potrebbero, né soprattutto per l’atmosfera, che suona smorzata. A completare il quadro, gli Eversin cadono poi nei difetti tipici del metal odierno: una certa carenza di hit e soprattutto una forte omogeneità, con molti pezzi che si assomigliano tanto da essere quasi indistinguibili e pochi che brillano per personalità. Sono tutti difetti che limitano molto un disco che per il resto non è privo di idee né di sostanza, e anche così in realtà non è scadente. Alcuni pezzi di alto livello sono presenti, e anche il resto non è poi così sgradevole: forse il vero problema di Armageddon Genesi è di essere venuto dopo Trinity: the Annihilation. Si tratta di un lavoro molto lontano dal predecessore, e dai livelli migliori a cui gli Eversin si possono muovere.

A Dying God Walks the Earth è un breve intro abissale, con una base sintetica lieve ma molto cupa su cui ogni tanto compaiono strani echi “rovesciati”, rumori inquietanti e una voce cavernosa che per qualche secondo legge una qualche citazione. Poco più di un minuto così, poi ci ritroviamo all’improvviso all’interno di Legions, che mostra subito la sua norma principale: potente, graffiante nonostante la già citata registrazione, incide abbastanza col suo riff di base. Merito anche della vaga influenza thrash, che rende il tutto più aggressivo, insieme alla voce di Angelo Ferrante, urlata e rabbiosa. È una norma che regge buona parte della traccia, seppur con diverse variazioni, specie a livello di ritmo: a tratti è più lento, altrove invece più dinamico, e per brevissimi momenti Danilo Ficicchia sfodera persino il blast beat. In più, a tratti si alterna con diversi stacchi: alcuni sono persino più pestati e rabbiosi, quasi caotici – ma in questo caso in senso buono. Altrove invece i siciliani abbracciano qualcosa di più melodico, ma certo non calmo: le armonizzazioni quasi black e il riffage che rimane macinante perdono un po’ in potenza, ma guadagnano molto in atmosfera. Il tutto ondeggia tra queste due anime diverse volte, con in più alcune variazioni riuscite, come per esempio quella al centro, macinante e con lo sferragliante basso di Ignazio Nicastro in evidenza. Aiuta a evitare la monotonia in un brano interessante e di qualità più che buona: questo lo rende senza dubbio uno dei picchi di Armageddon Genesi! Con Jornada del Muerto, i siciliani dimostrano quindi di essere ancora capaci di pestare sull’acceleratore: all’inizio è frenetica e vorticosa, e quando entra nel vivo non cambia granché. Le strofe sono meno dinamiche ma veloci e con un bel riffage, graffiante e incalzante al punto giusto; solo ogni tanto si rallenta, per brevi tratti striscianti, oscuri al punto giusto e che portano a una nuova accelerazione, che sia un’altra strofa o i chorus. Questi ultimi sono ancora più tempestosi del resto: con le grasse ritmiche groove, vertiginose e possenti, colpiscono alla grande. Ottimo anche l’assolo centrale, blasfemo su una base ancora bella turbinante e cupa, per un bell’effetto. È l’unica variazione di rilievo di un brano breve e semplice ma di ottimo livello, che in pratica è pari al precedente.

Dopo un avvio così incoraggiante, con Soulgrinder cominciano le note negative: sin dall’inizio, è potente, ma sembra avanzare pigiando il freno invece dell’acceleratore. Questa situazione si sblocca in parte solo a tratti, con frazioni più dinamiche e ritmate che risultano discrete, ma alla lunga sono troppo ossessive e finiscono per venire facilmente a noia. Lo stesso succede del resto con i ritornelli: troppo lenti, cercano l’atmosfera ma non ci riescono granché, suonano insipidi e per giunta si sposano male col dinamismo maggiore del resto. Le uniche parti che si salvano sono quelle più veloci e strumentali che si aprono qua e là, dotate di belle ritmiche e di un bel tiro, e gli assoli al centro e nel finale, uno degli ultimi del compianto Ralph Santolla, ospite degli Eversin in questo brano. Per il resto abbiamo un pezzo abbastanza anonimo e dispensabile: difficile davvero capire perché sia stato il pezzo di lancio di Armageddon Genesi, visto che per è in assoluto il suo pezzo peggiore! Va per fortuna meglio con Havoc Supreme, che all’inizio si mostra rapida e macinante. Poi però la musica rallenta, pur rimanendo energica: la norma di base è ritmata e potente, martellante, e se ogni tanto viene un po’ a noia, nel resto del tempo riesce a risultare almeno discreta. Lo stesso vale per i passaggi più lenti ma rocciosi che appaiono qua e là: perdono in dinamismo ma non stonano, anche visto che di norma sono brevi, e aiutano il complesso a respirare e a non essere troppo monocorde. Fanno eccezione i chorus, più lunghi e di stampo praticamente doom: nonostante il loro suono, ancora più sporco del resto, riescono a svolgere il loro lavoro in maniera discreta, anche grazie a qualche melodia azzeccata della chitarra di Giangabriele Lo Pilato. C’è poco altro in un pezzo che procede abbastanza spedito nella sua durata, con giusto qualche cambiamento qua e là, ben integrato nel suo tessuto. Nel complesso, non risulta trascendentale, né colpisce più di tanto: ha però il pregio di essere almeno discreto e di lasciarsi ascoltare con piacere.

Where Angels Die comincia in una maniera molto cadenzata, granitica, ma subito dopo si apre. È un dualismo che si ritrova in seguito, ancor più spinto: la norma è divisa tra momenti quasi mogi con la chitarra pulita – efficaci, seppur rovinati in parte dalla sporcizia sonora di Armageddon Genesi – e altri invece molto pesanti.  Questi a loro volta sono divisi tra passaggi rabbiosi, un mid tempo malefico e aggressivo, e i ritornelli, che al contrario sono molto più lenti, aperti, doomy, ma con un’aura plumbea che li fa incidere a dovere. Sono il momento migliore di un pezzo per il resto non esaltante, ma che almeno ce la mette tutta per andare oltre i problemi che gli Eversin hanno qui, e in parte ci riesce. Merito anche di alcuni passaggi ben riusciti, come quello al centro, con un assolo breve ma ottimo, molto classico, oppure come la feroce e battente frazione che lo segue. Abbiamo insomma un pezzo lungi dal capolavoro, ma che svolge il suo scopo a dovere: il suo livello è più che discreto. Va però molto meglio con Seven Heads, che sin dall’inizio sembra lasciar da parte la sensazione di “freno” presente altrove. La velocità non è molto alta, ma i riff si susseguono in una maniera più fluida e meno ingessata, con momenti più orientati verso ritmiche plumbee e graffianti che si scambiano con altri con la voce gutturale di Ferrante al centro. Questa progressione si fa sempre più cupa, finché non confluisce in ritornelli cupi, obliqui, inquietanti, con una bella aura apocalittica ben evocata dalle urla del frontman e dalla tante dissonanze presenti. Buona anche la sezione centrale, in questo caso particolare con le sue chitarre pulite che però la rendono più minacciosa e cupa, prima che il tutto si faccia rutilante e potente, con un altro ottimo assolo di Lo Pilato. È un altro buon elemento per una traccia che lo è altrettanto, anche a dispetto di un certo senso di già sentito: non sarà tra i picchi del disco, ma non si situa nemmeno troppo lontano!

Armageddon Genesi comincia col giusto piglio, nervosa e dinamica: un’essenza che mantiene anche quando entra nel vivo con un riffage potente e il growl dell’ospite Lee Wollenschlaeger. Il cantante dei Malevolent Creation si alterna a tratti con Ferrante e dà al tutto un tocco death, in un’evoluzione che ondeggia tra queste suggestioni e passaggi più tranquilli, che però danno il giusto respiro al pezzo. È insomma un avvio convincente, anche se pian piano il brano tende a perdere la sua spinta: col tempo, il drumming di Ficicchia si fa meno martellante e potente, i ritmi calano. Spesso, ci ritroviamo in aperture che tornano agli influssi doom degli Eversin: cercano di essere oscure e apocalittiche, ma stavolta ci riescono poco. Gli unici tratti in cui ciò accade sono quelli ancora lenti ma macinanti e stridenti, circolari, che compaiono qua e là: per il resto, le frazioni più potenti che ancora spuntano non riescono a colpire a dovere.  È insomma una lunga parte un po’ anonima e moscia, che rende il brano riuscito a metà e solo sufficiente: questo se non altro lo rende un ottimo rappresentante dei pregi e dei difetti dell’album a cui dà il nome. Per fortuna, il disco nel finale si riprende con To the Gates of the Abyss, che stavolta si apre doomeggiante per poi cominciare a progredire in una maniera ancora lenta, ma potente. Il riffage di Lo Pilato è roccioso e strisciante, groove metal con la giusta potenza: è una base un po’ sottotraccia ma che avvolge bene, prima che il tutto si faccia più vorticoso e cupo. È la stessa essenza delle frazioni circolari che appaiono a volte, considerabili i refrain: vertiginosi, abissali, sono di una cupezza assoluta, grazie anche al frontman che passa a un bello scream strozzato e canta addirittura in latino. Qua e là c’è anche spazio per passaggi che riprendono la norma iniziale, ma si integrano bene all’interno del pezzo, che per questo risulta sempre interessante e mai ripetitivo. Merito anche di ciò che gli Eversin fanno nella seconda parte, quando la musica si indurisce e diventa più veloce, energica: i temi rimangono più o meno lo stesso, ma il tutto assume un senso d’urgenza notevole. È una bella progressione, convulsa e col giusto impatto, che dà al finale una gran spinta (seppur la conclusione vera sia un breve outro di chitarra pulita, quasi malinconica, che però non stona). Ma anche il resto non è da meno: abbiamo un brano lungo nove minuti ma mai noioso, in cui i siciliani dimostrano di non aver perso le loro qualità. Si tratta insomma di uno dei picchi del disco che chiude col duo d’apertura!

Come ho già detto, per quanto mi riguarda Armageddon Genesi è stata una mezza delusione, specie nel confronto con Trinity: the Annihilation. Al di là di questo, però, riconosco anche che non sia un album scadente ne insufficiente: ci sono alcune canzoni di alto livello, e anche in generale non è spiacevole. Anzi, se ti piacciono i riff potenti e il groove metal più arrabbiato, potrebbe fare per te, a patto però che non ti aspetti chissà quale capolavoro. Purtroppo, è così: se quel che vuoi è un album che ti esalti, prova col precedente degli Eversin, mentre questo puoi anche lasciarlo perdere.

Voto: 65/100

Mattia
Tracklist: 
  1. A Dying God Walks the Earth – 01:17
  2. Legions – 04:15
  3. Jornada del Muerto – 04:15
  4. Soulgrinder – 04:39
  5. Havoc Supreme – 05:38
  6. Where Angels Die – 05:30
  7. Seven Heads – 05:10
  8. Armageddon Genesi – 06:32
  9. To the Gates of the Abyss – 09:02
Durata totale: 46:18
 
Lineup: 
  • Angelo Ferrante – voce
  • Giangabriele Lo Pilato – chitarra
  • Ignazio Nicastro – basso
  • Danilo Ficicchia – batteria
Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Eversin

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