1968 – Ballads of the Godless (2018)

Per chi ha fretta: 
Ballads of the Godless (2018), primo full-length degli inglesi 1968, si rivela un lavoro non del tutto soddisfacente. Lo è a partire dal genere, uno stoner hard rock che guarda agli anni sessanta e settanta e con pochi elementi più pesanti e moderni: risulta un po’ scontato, e con qualche cliché di troppo. Questo fa suonare l’album un po’ piatto e di maniera. Non aiutano poi una certa omogeneità e una scaletta che pur non avendo pezzi davvero brutti, manca anche di quelli che spiccano: solo Temple of the Acidwolf e in parte Screaming Sun e McQueen ci riescono. È per questo che Ballads of the Godless non esalta: ha però il merito di essere almeno piacevole, specie se usato come sottofondo.

La recensione completa:
A volte, si sa, nel mondo del rock e del metal l’abito non fa il monaco: possiamo trovare per esempio gruppi con nomi tranquilli che magari sono estremi, o copertine fuorvianti. Altre volte però l’apparenza non inganna: è per esempio il caso del gruppo di oggi, gli inglesi 1968. Dal monicker e dal logo, nonché dalla copertina del loro primo full-lenght Ballads of the Godless, è facile intuire qual è il loro suono. E infatti, i britannici suonano uno stoner rock che guarda molto al passato, all’hard rock più dilatato degli anni sessanta e settanta, mentre solo a tratti spunta qualche elemento più pesante o moderno. Il tutto è votato alla psichedelia e alla rilassatezza più estrema: un intento che ai 1968 riesce abbastanza, per quanto spesso Ballads of the Godless sembri più un compitino che altro. Parliamo di un lavoro che suona un po’ piatto e di maniera: colpa in primis dei tanti cliché, che gli inglesi non riescono a rileggere in un modo un minimo personale. Contribuiscono all’effetto, poi, i difetti tipici del metal moderno, l’omogeneità e soprattutto la mancanza di hit: se in Ballads of the Godless non c’è un pezzo davvero brutto, c’è anche poco che spicca – e quel poco peraltro non esalta troppo. In generale, qui i 1968 non sembrano ispiratissimi: il risultato è un album senza grandissima sostanza, seppur in generale abbia almeno il pregio di essere piacevole e avvolgente in maniera discreta.

La opener Devilswine emerge da un breve intro di echi e fuzz, per poi assestarsi su una norma più diretta, ma non troppo pesante. Il riff di base è lento, energico ma al tempo stesso rilassato, molto orientato verso lo stoner rock: la sua costruzione viene poi usata anche in maniera più leggera nelle strofe, persino più psichedeliche del resto. Di poco più animati sono invece i ritornelli: con Jimi Coppack che passa da essere delicato all’urlato e una lieve influenza doom nel riffage, ancor più rallentato, colpiscono in maniera discreta. L’alternanza tra le tre parti va avanti a lungo in maniera piacevole: l’unica variazione è invece sulla tre quarti, con una frazione in cui i fraseggi animati del basso di The Bear sostengono l’assolo di Sam Orr, delicato e molto bluesy.  Sembra quasi che la canzone debba tornare alla norma precedente, quando invece cresce e si fa soltanto più potente, mantenendo però la stessa rilassatezza – almeno fino al breve ma intenso finale. In ogni caso, non è male come termine per una traccia non trascendentale, ma godibile il giusto. Va però meglio con Screaming Sun, che comincia in maniera distesa, con l’arpeggio di chitarra pulita quasi sereno. Ma anche quando entra nel vivo, la tensione non aumenta di molto, anzi: solo dopo una lunga frazione distesa la musica diventa più diretta, ma non più di tanto. Se la norma di base è più vorticosa, l’aura è sempre dilatata, disimpegnata, e i cori lievi e molto anni settanta con cui si alterna il frontman aiutano l’effetto. Di fatto, l’unica frazione un pelo aggressiva sono i ritornelli, di vaga influenza doom e sabbathiana: anch’essi però sono distesi e psichedelici, e più che a graffiare tendono ad avvolgere. Ottima anche la frazione centrale, l’unica che varia da questa impostazione: è divisa tra una parte di ottimi assoli, melodici e sognante, e una anche più leggera, con chitarre pulite echeggiate, strani effetti e il ritorno dei cori. Si tratta di una variazione appropriata per un episodio di buona qualità, nemmeno troppo lontano dal meglio di Ballads of the Godless!

L’esordio di Temple of the Acidwolf, con campanelli e lieve melodie dal suono vintage, dà l’impressione che stia per partire qualcosa di mogio e delicato. Poi però i 1968 cambiano verso in maniera radicale: spuntano chitarre pulite ma fredde, cupe, le cui melodie vengono poi riprese in chiave distorta. Ci ritroviamo allora in una sorta di incubo distorto, obliquo, in cui la base è effettata, potente, psichedelica ma stavolta in senso oscuro, e colpisce con la sua inquietudine. Essa resta in scena a lungo, per poi diradarsi un po’ solo coi chorus, sempre potenti ma meno dissonanti e più vitali: nonostante la differenza però si uniscono bene al resto. Lo stesso vale anche per la frazione finale, che dopo il solito assolo lento e psicotropo accelera e si fa più animato, oltre a perdere tutto l’alone di oscurità: nonostante questo, si integra bene nel pezzo, anche vista la potenza.  Di fatto, abbiamo l’unica vera traccia definibile metal del disco: nonostante la differenza con le altre però non stona, ma riesce addirittura a essere la migliore qui dentro! È ora il turno di S.J.D., nient’altro che un breve interludio con una bella progressione di chitarra acustica, preoccupata e malinconica, ben sostenuta da echi di pianoforte in sottofondo. È un affresco in continua evoluzione: parte lento, ma poi si fa più convulso per lunghi minuti, fino alla fine che torna poi pian piano a rallentare. Non c’è altro: abbiamo un pezzo non troppo significativo dal punto di vista musicale ma gradevole e adatto come intro per la successiva Chemtrail Blues. Questa all’inizio riprende lo stesso tema con cui l’altra si era conclusa, stavolta con una chitarra elettrica, pulita ma echeggiata. È da qui che pian piano emerge una norma più energica, ma rilassata e psichedelica: merito del fatto che, come indica il titolo, sia pieno di fraseggi, assoli e altri elementi che riportano al blues. A volte prendono persino il sopravvento, con le ritmiche che si abbassano di intensità e qualcosa di più malinconico che fluisce col giusto piglio. Solo nella frazione centrale, invece, i ritmi accelerano e il tutto diventa più animato: tra la voce distorta di Coppack e gli assoli di Orr, però, tutto rimane ancora lisergico, dilatato. È insomma una frazione adatta a coronare un pezzo che non esalta e ogni tanto tende a perdersi, ma alla fine risulta piacevole al punto giusto!

McQueen comincia dal basso semplice e rock di The Bear, a cui pian piano si uniscono gli altri strumenti, fino all’esplosione lenta e potente a cui i 1968 ci hanno abituato lungo Ballads for the Godless. Ma ancora il pezzo non è entrato nel vivo: lo fa invece quando l’energia torna a scendere, per strofe calme, con chitarre effettate e ancora elementi blues. A tratti però spuntano lunghe divagazioni che al contrario sono rutilanti e veloci, col cantante che urla parecchio e ritmiche hard rock esplosive: a loro volta, queste frazioni sono divise tra passaggi più diretti e altri invece preoccupate, quasi crepuscolari. Entrambe le anime si propongono a lungo, per un pezzo che avanza lento ma costante e avvolgente: ciò va avanti per circa cinque minuti, prima di spegnersi. Ma non è ancora finita: c’è ancora spazio per una coda che unisce le due anime già sentite in qualcosa di vorticoso e animato ma al tempo stesso stoner, psichedelico, un’evoluzione breve ma riuscita. È il gran finale di una traccia di buona qualità, a poca distanza dal picco assoluto del disco! Con la successiva The Hunted i britannici mostrano quindi un lato nuovo. Un intro da “rock inglese”, poi ci troviamo in un pezzo meno lisergico e più semplice e diretto, con ancora influssi alternative, specie nel riffage e nel ritmo del batterista Dan Amati. È una norma rockeggiante che prosegue a lungo, semplice, calma e catchy, per poi potenziarsi un po’ di più solo nei ritornelli, più duri ma disimpegnati come il resto. È in pratica tutto qui: a parte un finale animato ma sempre in senso rock e quasi sereno, non c’è altro in un pezzo che spicca poco, ma non del tutto spiacevole. Un breve outro particolare, con un’echeggiata voce femminile (dice: “just listen to me – everything is going to be alright”), poi Mother of God comincia con più o meno la stessa frase, ripetuta però da una profonda voce maschile. È l’inizio di quello che in realtà è giusto un lungo outro, in cui i 1968 mostrano tutte le loro influenze anni settanta. La norma è echeggiata e lo-fi: ricorda quasi le jam dei Deep Purple, ma senza organo. In ogni caso, il tutto è psichedelico e dilatato come da norma degli inglesi, con un ritmo lento, la chitarra molto bluesy e la voce di Coppack appena udibile. Anche per questo, pur non essendo chissà che, è un finale molto adatto per un disco del genere.

Per concludere, Ballads of the Godless non è certo memorabile, né fa gridare al miracolo: al contrario, non si eleva più di tanto sulla media del suo genere. Ha però almeno il merito di essere piacevole, specie se usato come sottofondo: al suo interno c’è poco che spicca, ma soprattutto niente che dia davvero fastidio. Ovvio, se quel che vuoi è un capolavoro di stoner rock, puoi guardare anche altrove: se però ti accontenti anche di quaranta minuti godibili e senza troppe pretese, allora i 1968 faranno per te.

Voto: 69/100

 
Mattia
 
Tracklist:
  1. Devilswine – 05:38
  2. Screaming Sun – 04:41
  3. Temple of the Acidwolf – 05:13
  4. S.J.D. – 02:04
  5. Chemtrail Blues – 06:20
  6. McQueen – 06:52
  7. The Hunted – 05:38
  8. Mother of God – 03:21
Durata totale: 39:47
 
Lineup:

  • Jimi Coppack – voce
  • Sam Orr – chitarra
  • The Bear – basso
  • Dan Amati – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: stoner rock
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei 1968

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