Fight – War of Words (1993)

Per chi ha fretta:
Nonostante non siano certo all’altezza dei Judas Priest, i Fight – la band che Rob Halford creò nel 1992 dopo la sua uscita dalla band madre – sono interessanti, come dimostra l’esordio War of Words (1993). Si tratta di un lavoro a metà tra classico e moderno a cominciare dallo stile, un thrash con influenze da un lato groove, dall’altro invece dal metal tradizionale. Queste venature si scambiano lungo il disco, ma la band ha l’abilità di non suonare troppo discontinua, anzi la sua musica ha una sua coerenza. Sono pregi di un album che però pecca anche di un eccessivo schematismo, con strutture simili tra i vari brani. Anche la scaletta non è il massimo: se la qualità media è buona, anche pezzi ottimi come la veloce Nailed to the Gun, la crepuscolare Life in Black, la possente title-track, la rockeggiante Little Crazy e l’ombrosa Reality, a New Beginning non fanno gridare al miracolo. Sono i motivi per cui War of Words è un album limitato, per quanto non troppo: anche così risulta buono e consigliato a chi ama sia il metal classico che moderno!

La recensione completa:
1992: dopo quasi due decenni di successi con la band, Rob Halford annuncia la sua decisione di lasciare i Judas Priest. Per anni, anche dopo la reunion del 2003, si è vagheggiato sulle ragioni di questa scelta, dovuta probabilmente a tensioni interne – ma non si sa per certo. Di sicuro però Halford non era stanco della musica: non gli ci volle molto tempo prima di ripresentarsi con un nuovo gruppo formato con musicisti americani, i Fight. A quel punto, non perse tempo: a giusto un anno e mezzo dalla sua uscita dalla band madre, arrivava nei negozi l’esordio War of Words. Si tratta di un album che per certi versi rappresenta una novità, almeno per chi segue il cantante dai tempi dei Priest; al tempo stesso, però, le sue radici sono ben piantate nella sua carriera precedente. Lo stile dei Fight in War of Words parte da una base thrash metal non troppo veloce né potente, ma quadrata e granitica, a cui da un lato si aggiungono rinforzi dall’allora nascente groove metal, ma dall’altra pulsioni più melodiche rimandano all’heavy più classico. Si tratta di uno strano ibrido, a metà tra vecchio e nuovo, che però funziona abbastanza bene: merito anche della voce di Halford, all’epoca ancora in gran forma. Oltre a questo, i Fight ci mettono una buona solidità a livello di songwriting: spesso più che mescolare le sue varie influenze, War of Words pende solo verso l’una o l’altra. Ma lo fa con successo: il tutto non suona troppo discontinuo né tantomeno un’accozzaglia di elementi alla rinfusa, mantiene anzi una coerenza interna e un filo logico. Sono pregi di un disco però non immune da difetti, forse causati un po’ del periodo difficile che il metal tradizionale già affrontava in quel periodo. Il più incisivo è che qui i Fight suonano schematici e ingessati, e non riescono ad andare oltre certi limiti: quasi tutti i brani di War of Words hanno la stessa struttura, sia a livello macroscopico che nel dettaglio Per esempio, i ritornelli hanno melodie diverse tra loro, ma tendono tutti a ripetere solo il titolo della canzone: non è un fatto negativo in sé, ma a lungo andare stufa un po’. Oltre a questo, sembra quasi che i Fight viaggino tirando un po’ il freno: la media di War of Words è buona, ma anche i pezzi migliori non fanno gridare al miracolo. Ci sono delle belle zampate, ma mancano quel paio davvero da urlo che potevano fare la differenza. Entrambi questi difetti non sono poi così incisivi: non limitano troppo un album che anche così suona convincente. Tra i pregi già citati, la giusta potenza e una bella registrazione, anch’essa a metà tra i due mondi, i Fight hanno confezionato un bel lavoro, non solo personale ma anche godibile il giusto.

Un breve intro con un rumore distorto, strisciante e lugubre, poi Into the Pit parte subito veloce e potente, con la sua norma di base, dissonante e obliqua. È quella che regge anche ritornelli cupi, blasfemi, con dei bei cori grintosi, che colpiscono al punto giusto. Ancor più movimentate sono le strofe: sulla doppia casa martellante di Scott Travis (che Halford si è portato dietro dai Judas Priest), il riffage è granitico, di gran potenza, macinante, e il frontman esprime acuti rabbiosi. Ottima anche la frazione centrale, più lenta e in cui emerge l’anima thrash dei Fight, specie a livello di riff – per quanto l’assolo sia più dissonante e moderno a tratti. È l’unica variazione di rilievo di un pezzo molto lineare (come in fondo tutti gli altri in War of Words), ma godibile: non fa strappare i capelli, ma la sua qualità è buona. È tuttavia un’altra storia con Nailed to the Gun, che senza un attimo di pausa entra in scena veloce e diretta. La sua colonna portante è tutta costruita su uno speed/thrash metal con pochi elementi moderni: è questa la natura per esempio delle strofe, dirette e con un bel senso di urgenza. Esse confluiscono poi in refrain invece orientati verso il groove metal e cupi, grazie al riffage roboante della coppia Russ Parrish/Brian Tilse e al cantante inglese, doppiato da quello che sembra addirittura un growl. Buona anche la parte centrale, con un buon assolo e un paio di momenti più heavy, in cui Halford gigioneggia: è la coronazione per una scheggia breve e veloce, che passa in un lampo ma lascia un’ottima impressione dietro di sé! Life in Black cambia quindi direzione e perde tutto il dinamismo sentito fin’ora, per una norma più distesa, heavy metal a tratti persino di influsso doom. Lo si sente subito, con la norma iniziale: distesa, melodica, ma anche cupa, crepuscolare, con un bel senso opprimente ma anche di vaga malinconia, regge alla grande ritornelli semplici, ma di impatto assoluto. Anche le strofe non sono da meno, però: di stampo heavy/thrash ma lente, preferiscono il puro impatto – cosa che riesce loro molto bene. Ottima anche la frazione centrale, che dopo un altro assolo riuscito ripresenta un nuovo ritornello, di tonalità più alta: questo lo rende ancor più drammatico. Lo stesso vale per il finale, più convulso e arrabbiato: è la ciliegina sulla torta di un vero e proprio pezzo da novanta, un altro dei picchi assoluti del disco!

Immortal Sin torna a qualcosa di un po’ più veloce, ma sin dall’inizio il ritmo non è serrato: il suo obiettivo è più l’impatto assoluto, del resto ben evocato dal riffage, grasso e di origine groove. La norma procede quadrata e senza fronzoli (se non qualche vaga venatura melodica della chitarra, quasi hard rock per suggestione) fino ai ritornelli, che invece cambiano verso. Più melodici, con tante armonizzazioni di chitarra pulita che si incrocia con quella distorta, si trovano a metà tra malinconia e una natura inquietante, ombrosa. Questo tra l’altro li fa integrare bene nel pezzo: lo stesso vale per la frazione centrale, molto strisciante e cavernosa ma ben unita al resto. Il risultato di tutto ciò è un brano particolare: forse a tratti manca un po’ di dinamismo, ma a parte questo si rivela di buona qualità. All’inizio, la successiva War of Words dà quasi l’idea di essere un lento: ha un inizio mogio, depresso, con lievi echi di chitarra e una voce distorta, presa forse da qualche film. Poi però all’improvviso i Fight staccano su una norma aggressiva, ritmata ma vorticosa, finché non ci ritroviamo in una progressione non rapida ma di gran potenza, specie nel riff di Parrish e Tilse, a metà tra groove e thrash metal. È la base che accompagna tutte le strofe, per poi appesantirsi nei refrain, ancora lenti ma tempestosi e di gran potenza: nonostante la semplicità, colpiscono con la forza di un pugno in faccia! Ma anche il resto non è da meno: merito anche del fatto che i Fight stavolta varino di più la formula. Tra i vari fraseggi terremotanti che appaiono qua e là e i vari stacchi – tra cui brillano la terremotante frazione centrale e l’ossessivo finale – non ci si annoia mai: è il segreto di uno dei pezzi migliori dell’album a cui dà il nome! È quindi il turno di Laid to Rest, che lascia di nuovo da parte la potenza per qualcosa di più rilassato, ma parecchio cupo. È questa l’aura evocata dalla base, in cui si intrecciano chitarre pulite echeggiate, addirittura di vago retrogusto post-rock (!) e una base dura ma sottotraccia, per un effetto sì oscuro ma dilatato, quasi lisergico. Stavolta questa impostazione non lascia mai la scena: anche i chorus sono solo di poco più pesanti, ma per il resto si rivelano espansi, rilassati. Non è un problema in sé: quello vero è che sono un po’ troppo semplici, poco incisivi, e non coronano il brano come meriterebbe. È un peccato, visto che il resto è di alto livello, dalla norma di base alla parte centrale, l’unica un po’ più animata – ma se gli assoli sono veloci, la base rimane espansa. Anche così, il brano non perde tanto: alla fine risulta buono, per quanto con un po’ più di inventiva poteva essere eccelso.

A questo punto, è arrivato il turno della ballata: For All Eternity rallenta ancora di più e si mostra mogia, depressa sin dall’inizio di arpeggi di chitarra. Questa norma, a cui poi si aggiungono il basso di Jay Jay Brown e la voce delicata di Halford, va avanti a lungo prima dell’arrivo di ritornelli più potenti, che però mantengono lo stesso pathos, grazie alla persistenza di melodie pulite e all’aggiunta di archi sintetici. Questi ultimi sono presenti anche al centro, l’unico momento in cui la traccia si potenzia un po’ – per poi confluire però in un assolo strappalacrime, che ci riconduce alla norma. Degno di nota anche il finale, più drammatico e lancinante, con Halford e le chitarre che danno il massimo. È la bella chiusura di una traccia che non sarà il massimo dell’originalità (ricorda a tratti lenti dei Priest come Deceiver, A Touch of Evil o Living Bad Dreams) ma colpisce al punto giusto e non stona in War of Words. Con Little Crazy, che segue, i Fight ripartono, e al contempo ci mostrano un nuovo lato della loro musica, più aperto e rock. Lo fanno sin dall’inizio, con un intro che riecheggia di blues e addirittura southern rock (ricordiamoci che era il 1993 e il southern metal non esisteva), per poi evolversi pian piano fino a una norma meno oscura di quanto sentito in precedenza. Se la base è potente, con un riffage groove metal monolitico, l’aura è distesa, quasi allegra: lo si sente sia nelle strofe, sia soprattutto nei refrain, ancor più rockeggianti e disimpegnati del resto. Ottima anche la parte centrale, obliqua e dissonante, ma senza che l’atmosfera venga meno: dà poi il là a una nuova progressione, che riparte dal preludio e si sviluppa di nuovo. È un bel finale per un brano non molto in linea col resto del disco, ma ciò alla fine non influisce molto: il livello è poco lontano dal meglio della scaletta! È quindi la volta di Contortion, che parte da un intro strano, strisciante, con un arpeggio di chitarra su cui appaiono un sacco di echi intrecciati, appena udibili: va avanti per quasi un minuto, prima che dal nulla esploda un riff arcigno. È quello che fa da base a refrain cupi, addirittura inquietanti nei loro cori e nell’obliquità delle ritmiche, ben coadiuvate da un inedito Halford rauco. L’impianto ritmico è lo stesso anche nelle strofe, però più thrashy e dirette: ricordano persino i Metallica, seppur un filo dell’inquietudine del resto filtri anche qui. A questa natura non fa eccezione nemmeno la frazione centrale, obliqua e piena di dissonanze, sia nei momenti ritmici che nelle frazioni di assoli, melodici ma non accoglienti. È in generale il punto forte di una traccia a tratti banale, ma che a parte queste si rivela di buona qualità: non sarà eccezionale, ma non è nemmeno un riempitivo!

Sin dall’inizio, Kill It ci presenta la sua impostazione cadenzata, spezzata, col riff battente di Tilse e Parrish. È quello che fa da base anche ai frequenti ritornelli, in cui i cori lo seguono in maniera ossessiva: questo però è anche il loro difetto, visto che vengono a noia con facilità. Un po’ meglio va con le strofe, dissonanti e con persino influenze punk (peraltro presente anche nei chorus): anch’esse però non sono proprio il massimo. Di fatto, gli unici passaggi interessanti sono gli stacchi più potenti che appaiono qua e là o la conclusione, una progressione sempre più vorticosa, tagliente e cupa che colpisce bene col suo incastro di riff. Fa quasi senso, un finale così buono per un brano invece insipido: di fatto, è il punto più basso di War of Words! Per fortuna, a questo punto i Fight tornano a livelli più consoni con Vicious, che dopo il breve intro battente di Travis, corredato dai sussurri del frontman, comincia con un riffage grasso, a metà tra thrash e groove. È la base anche dei refrain: altrettanto ritmati, hanno cori anthemici che colpiscono con la giusta forza, nonostante la semplicità. Le strofe invece sono più distese: brevi e melodiche, hanno però un senso strisciante, dato da Halford e dalle armonizzazioni alle sue spalle. Completa il quadro il solito assolo, stavolta a metà tra i riff già sentiti fin’ora e influssi heavy classico, che gli danno un tocco in più: è un bel diversivo per un’altra traccia non eccezionale ma di buona qualità! L’album si conclude quindi con Reality, a New Beginning, che sin da subito si mostra lenta e potente. Il riffage è subito martellante, di gran intensità, e accompagna a lungo il pezzo quando entra nel vivo, per strofe quadrate e dirette: anche senza velocità, evocano un buon impatto e un’oscurità dilatata e possente. Si cambia verso con ritornelli più veloci e aperti, in cui la voce di Halford è effettata e la chitarra lo è altrettanto: anch’essi mantengono lo stesso tono plumbeo e quasi psichedelico, come in un bad trip. Bella anche la frazione al centro, divisa tra bei passaggi in cui Travis si mette in mostra, brevi momenti thrashy e frazioni lente e cupe, che invece guardano addirittura al doom, tutti ben integrati dal filo rosso della cupezza generale. È la ciliegina sulla torta di un pezzo particolare ma in senso positivo: risulta addirittura uno dei picchi qui dentro! A questo punto, in teoria il disco finito, ma dopo qualche minuto di silenzio c’è spazio anche per la ghost track Jesus Saves. Molto lo-fi, non è altro che un breve brano rock/punk: sotto alla voce di Halford, distorta in maniera quasi ridicola, si scambiano strofe e refrain senza grandi differenze tra loro. Non c’è molto da dire su quello che è soltanto un divertissment, e non aggiunge nulla all’album– ma ha almeno il merito di essere carino e divertente.

Per concludere, nonostante i suoi difetti War of Words è un album onesto, piacevole e di buona qualità. Certo, se ti approcci a esso cercando un capolavoro, specie del calibro di quelli storici che Rob Halford ha inciso con i Judas Priest, rimarrai deluso: i Fight non sono certo all’altezza dell’incredibile carriera dei britannici. Se però non disdegni né il metal classico né quello moderno, la loro musica farà al caso tuo: in tal caso, quest’album ti è consigliato.

Voto: 77/100

 
Mattia
 
Tracklist:

  1. Into the Pit – 04:13
  2. Nailed to the Gun – 03:38
  3. Life in Black – 04:34
  4. Immortal Sin – 04:39
  5. War of Words – 04:29
  6. Laid to Rest – 04:40
  7. For All Eternity – 04:42
  8. Little Crazy – 03:49
  9. Contortion – 04:35
  10. Kill It – 03:30
  11. Vicious – 03:11
  12. Reality, a New Beginning – 13:18
Durata totale: 59:18
 
Lineup: 
  • Rob Halford – voce
  • Russ Parrish – chitarra e tastiera
  • Brian Tilse – chitarra e tastiera
  • Jay Jay Brown – basso
  • Scott Travis – batteria
Genere: heavy/thrash/groove metal

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