Wonderworld – Wonderworld III (2018)

Per chi ha fretta:
Formati da tre membri dei Live Fire di Ken Hensley (tra cui il nostro Roberto Tiranti), gli Wonderworld sono considerabili una sorta di supergruppo. Ma per quanto abbiano alcuni dei difetti tipici di questo tipo di band, riescono lo stesso a creare buona musica, come dimostra il terzo full-lenght Wonderworld III (2018). Il loro hard rock melodico è sui generis ma non in senso negativo: riesce a unire diversi elementi diversi con maestria in un unicum compatto e mai sconnesso. Purtroppo, a tratti il trio cade in un po’ di omogeneità e in alcuni cliché, e in generale spesso sembra che gli manchi quella scintilla in più per essere grande. Ma in fondo anche così può andare bene: abbiamo un album con una qualità media più che sufficiente, in cui brillano ottimi brani come la docile opener Background Noises, l’intensa Stormy Night, la ballad stellare The Last Frontier e la rutilante Stay Away from Me. E così, per quanto non sia eccezionale, Wonderworld III si rivela un album discreto e piacevole, almeno un gradino sopra al tipico album da supergruppo!
 
La recensione completa:
“Semi-supergruppo”: così, a mio avviso, si possono definire in maniera efficace gli Wonderworld. Sono nati nel 2013 dall’unione di tre membri dei Live Fire, progetto solista del leggendario tastierista Ken Hensley (tra cui brilla il nostro Roberto Tiranti, un musicista che non ha bisogno di presentazioni). Da allora, sono ben tre i full-lenght prodotti: l’ultimo, intitolato semplicemente Wonderworld III, è stato pubblicato dalla sempre attiva Sliptrick Records lo scorso 19 giugno. Parliamo di un lavoro che risente di alcuni difetti frequenti per i supergruppi, ma anche dei bei punti di fascino, a partire dallo stile: è un hard rock melodico sui generis, ma non in senso negativo. Gli Wonderworld si ispirano soprattutto all’incarnazione anni settanta e ottanta del genere, ma non disdegnano elementi più moderni né escursioni in altri generi. A volte Wonderworld III pesca dal blues e dal rock più calm, in altri frangenti si orienta verso un heavy progressive che ricorda i Rush e (non a caso) gli Uriah Heep, mentre altrove ancora presenta influssi persino  metal, con suoni più duri. Ma non si tratta di un’accozzaglia sconnessa: parliamo anzi di un suono ben realizzato e compatto, che il trio riesce a rendere elegante e a suo modo fascinoso. Certo, come già detto non è tutto perfetto: per esempio, ogni tanto Wonderworld III tende un po’ all’omogeneità, con alcune melodie che si assomigliano tra loro – per quanto molti pezzi non manchino di personalità propria. Soprattutto, a tratti gli Wonderworld cadono in alcuni cliché che non riescono a superare; di conseguenza, se per lunghi tratti l’album suona convincente, è come se gli mancasse quel quid di originalità in più, quella scintilla che può rendere un gruppo grande. Non che il trio difetti di talento, anzi di norma Wonderworld III è positivo; solo, non sempre l’ispirazione è al massimo, e a volte il tutto suona di maniera. Non che sia poi un difetto così grave: con alcune zampate di alto livello e una media non disprezzabile, gli Wonderworld hanno confezionato un prodotto di livello discreto. Certo, forse visti i nomi coinvolti uno si aspetterebbe di più; è però vero che supergruppi del genere spesso fanno peggio, quindi non è proprio il caso di lamentarsi. 
Background Noises comincia in maniera crepuscolare, per poi svilupparsi in un pezzo che lo è altrettanto, con un riffage quasi nervoso. Ma è ancora l’intro: la traccia vera e propria è molto più aperta, con una norma disimpegnata, tranquilla e un riffage rockeggiante, accogliente su cui Tiranti disegna belle melodie vocali. È più o meno la stessa natura dei ritornelli: sono un po’ più energici ma restano calmi e risultano molto catchy, si lasciano cantare con vero piacere. Ottima anche la parte centrale, unica variazione in cui, dopo una parte con un campionamento, il chitarrista Ken Ingwersen mostra tutta la sua bravura, in un assolo diviso a metà tra classico hard rock e qualcosa di più lieve e preoccupato. Entrambe le parti sono un buon complemento per una traccia di alto livello: è uno dei picchi assoluti dell’album che apre! Stormy Night comincia quindi con un riffage orientato verso l’hard rock anni settanta e in particolare i Deep Purple – richiamati anche dal lieve organo che spunta più in là. Esso accompagna strofe più di basso profilo, con un riffage placido in cui spesso intervengono armonizzazioni placide: accompagnano bene il frontman nell’evocare un bel pathos, non lancinante ma di impatto. Pian piano però la situazione si apre, prima per bridge quasi rutilanti e poi per ritornelli delicati, di gran efficacia con la loro dolcezza e la sottile malinconia di cui sono pervasi. Belle anche la frazione al centro: all’inizio è oscura, con addirittura un vago retrogusto doom metal (!), ma poi si apre e si allinea al resto del pezzo, con un altro ottimo assolo di giusto spessore emotivo. Bello anche il finale, un outro delicato e bluesy con al centro la sezione ritmica: è la giusta chiusura per un altro episodio eccellente!
Dopo un uno-due del genere, è il turno di Big Word, che non è purtroppo all’altezza. E sì che l’intro, rockeggiante e animato, lascia ben sperare: poi però il pezzo vira su qualcosa di più calmo e disimpegnato. In realtà, nemmeno la norma di base è poi così male: ancora abbastanza ritmata, si rivela incalzante e avvolgente il giusto. La sua progressione però non convince: i bridge e ancor più i ritornelli suonano un po’ già sentiti – per quanto questi ultimi riescano a creare una buona aura, nostalgica al punto giusto. Il problema vero in realtà è che stavolta gli Wonderworld non mescolano bene l’anima più calma e quella più intensa: il risultato, per quanto non spiacevole, un po’ perde. E i soliti buoni elementi strumentali non cambiano di molto questo fatto: abbiamo un pezzo discreto e godibile, ma che non fa gridare al miracolo. La successiva Crying Out for Freedom comincia subito con un bel riff, preoccupato e molto anni ottanta. È lo stesso che regge refrain insieme preoccupati e movimentati, che in questo caso coinvolgono bene, grazie a melodie e a cori azzeccati. Le stesse due componenti si ritrovano nelle strofe e nei bridge: i primi con la chitarra di pulita e delicata e un Tiranti preoccupato creano un aura placida, prima di confluire nei secondi, che hanno anche una buona potenza. Degna di nota anche la frazione centrale, più crepuscolare e soffice del resto: le melodie vocali e della chitarra di Ingwersen si intrecciano bene, e compensano a dovere la mancanza di energia – che poi nella seconda metà torna a fluire, col solito assolo di classe. È un altro elemento valido per una traccia di alto livello, che di sicuro non sfigura in Wonderworld III. 
A Mountain Left to Climb ha un avvio rutilante, con una frazione potente e un riff grasso, infuocato, da hard rock anni settanta tendente quasi al metal a volte. Ma la traccia è destinata a cambiare presto direzione: la norma è meno rutilante e più dolce, quasi intimista, e col passare del tempo lo diventa sempre di più, fino a che non arrivano i chorus. Questi perdono ogni energia e ogni distorsione residua, e si mostrano ricercati, con chitarre pulite e lievi orchestrazioni in sottofondo che le rendono dolci, avvolgenti. Buona anche la frazione centrale, rock duro con un tocco di funk: si integra bene però in una struttura meno lineare del solito, ma funzionale. E per quanto non tutte le melodie siano esplosive, alla fine il pezzo svolge il suo compito in maniera egregia, e finisce per rivelarsi di buona qualità! È quindi il turno di Brand New Man, che ricalca più o meno l’impostazione della precedente: il riffage all’inizio è magmatico e potente, di gusto molto “seventies”. È anche la base per strofe di buona energia: anche questa falsariga è destinata ad ammorbidirsi, prima per bridge obliqui e poi per ritornelli pacifici, con la chitarra pulita. Stavolta però questi ultimi non incidono: non solo sembrano banalotti, ma soprattutto risultano troppo rilassati, e non si inseriscono bene nel pezzo. Di buona qualità è invece la parte centrale, ancora ombrosa e con in evidenza il basso di Tiranti – mentre la chitarra di Ingwersen è presente solo in alcuni abbellimenti blues, e torna solo alla fine col solito assolo. Tuttavia, non riesce a ritirare su del tutto il pezzo: il risultato sarà sufficiente (di poco, peraltro), ma all’interno di Wonderworld III risulta il punto più basso. 
Anche Rebellion prende vita rockeggiante, con un bel senso di divertimento in scena. È lo stesso che permane nelle strofe, che alternano il riff iniziale con momenti più aperti, con la voce del frontman ben sostenuta dalla batteria di Tom Arne Fossheim e dall’organo. Anche stavolta però gli Wonderworld si ammosciano un po’ coi refrain: più melodici del resto, cercano la dolcezza e in parte ci riescono pure, ma suonano ancora un po’ scontati, oltre che privi di mordente. In più, le due anime non si sposano troppo bene tra loro; per fortuna, in questo caso il pezzo si ritira su nella seconda metà, che vira sull’anima più docile e la ripropone in versione più calma, malinconica. È una frazione più interessante, se non altro per il suo spessore emotivo: stavolta riesce a ritirare su un pezzo che forse poteva essere meglio, ma che anche così risulta abbastanza piacevole. Tuttavia, è un’altra storia con The Last Frontier, unica vera ballata di Wonderworld III: sin dall’inizio, i suoi toni sono spaziali, grazie ad alcuni campionamenti distorti e alle tastiere di un ospite d’eccezione come Alessandro Del Vecchio. Queste ultime restano in scena anche all’arrivo di una docile sezione ritmica e l’arpeggio di chitarra, anche più dilatato del solito: creano un bel clima, malinconico ma al tempo stesso sereno, rilassato. Contribuisce al tocco cosmico anche la voce di Tiranti, non solo dolce e intensa ma spesso distorta: è un ulteriore elemento di fascino. Per lunghi tratti il brano prosegue su queste coordinate soft: si addensa, ma giusto di un po’, per ritornelli romantici, che mantengono la delicatezza e il tocco avvolgente del resto. Bella anche la frazione di tre quarti, in cui tornano i campionamenti iniziali: sono il preludio all’unico vero scoppio di energia, in cui Ingwersen mostra di nuovo la sua capacità di emozionare. È la ciliegina sulla torta di un gran pezzo: non è certo la classica ballad fatta solo perché sembra che sia obbligatoria, anzi si rivela poco lontano dai migliori dell’album!
Dopo la calma precedente, Stay Away from Me torna a sonorità più dure, e lo fa in maniera esplosiva, con un bel riffage, roccioso e maschio. È lo stesso che fa da sfondo a ritornelli ruspanti, estroversi, con un senso quasi tamarro che però non stona: li rende anzi incisivi al punto giusto. Non che il resto sia da meno: se le strofe sono sottotraccia, conservano comunque il senso disimpegnato e quasi giocoso del pezzo; lo stesso vale per i bridge, che raccordano con adeguata potenza le due parti. Bella anche la frazione centrale, che assume un velo preoccupato e anche un vago retrogusto prog a tratti: nonostante ciò si integra alla grande in un pezzo semplice ma di altissima qualità, un altro dei picchi di Wonderworld III! Quest’ultimo è arrivato alle sue battute finali: c’è spazio ormai solo per There Must be More, che senza indugi comincia con un altro bel riff, molto anni settanta. Stavolta però esso spunta solo a tratti: il resto è più melodico, a partire da strofe ritmate ma con un loro spirito soffice – per quanto siano anche scanzonate, poco cariche a livello emotivo. Quest’ultimo elemento invece si approfondisce nei ritornelli: di nuovo leggeri, possono sembrare quasi allegri, ma nascondono un bel velo di malinconia, ben presente nella voce di Tiranti e nei cori che l’accompagnano. Buona anche la solita frazione centrale, una sintesi tra l’anima più disimpegnata e quella più intensa sentite nel resto. È un buon elemento per un pezzo che pur non essendo trascendentale svolge il suo compito in maniera più che discreta: come chiusura dell’album, insomma, non c’è male. 
In definitiva, pur non facendo gridare al miracolo, Wonderworld III è un album che svolge bene il suo compito, intrattenendo bene nei suoi piacevoli cinquanta minuti. Nonostante i suoi difetti, è almeno un gradino sopra alla media del tipico supergruppo: questo, unito ad alcuni brani di alto livello, gli fanno meritare l’acquisto. Se quindi ti piacciono l’hard rock degli anni settanta e ottanta, e in special modo la sua incarnazione più melodica, è un lavoro che ti è consigliato. 
 
Voto: 72/100

Mattia

Tracklist:

  1. Background Noises – 03:54
  2. Stormy Night – 05:53
  3. Big Word – 03:45
  4. Crying Out for Freedom – 05:23
  5. A Mountain Left to Climb – 04:53
  6. Brand New Man – 05:17
  7. Rebellion – 04:34
  8. The Last Frontier – 06:44
  9. Stay Away From Me – 04:56
  10. There Must Be More – 04:39
Durata totale: 49:58
Lineup: 

  • Roberto Tiranti – voce e basso
  • Ken Ingwersen – chitarra
  • Tom Arne Fossheim – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: melodic hard rock 
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Wonderworld

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