Nerobove – Monuments to Our Failure (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto ai tempi dell’EP Back to Aleph (2015) – uscito sotto il vecchio monicker See You Leather – i Nerobove sono molto maturati, come dimostra il primo full-lenght Monuments to Our Failure (2018). Si tratta di un lavoro in primis più personale rispetto al passato, col suo mix di doom, thrash e black (che sostituisce l’anima più death precedente), con in più tante altre influenze. Il tutto però non risulta un’accozzaglia: il gruppo è maturato anche in questo, e gestisce con ottima padronanza la propria complessità. È questo il segreto principale di una scaletta di qualità media elevata, in cui brillano picchi come la rabbiosa Not Waving but Drowning, la tortuosa Diluvio e la cupa Gloomy Sunday. È vero anche dall’altra parte che qualche sbavatura e soprattutto una registrazione troppo grezza limitano un po’ l’album: nel complesso però Monuments to Our Failure è una prova convincente e di buona qualità.

La recensione completa:
Era la fine del gennaio del 2016 quando recensivo Back to Aleph, EP dei giovani catanesi See You Leather, uscito qualche mese prima. Ricordo che si trattava di un album a suo modo originale ma con diverse ingenuità che, mi auguravo allora, il gruppo avrebbe risolte lavorando e crescendo. Negli oltre due anni e mezzo passati da allora, tante cose sono cambiate: non ultimo il monicker del gruppo, che è passato da See You Leather a un più arcigno Nerobove. Ma la lineup è rimasta la stessa, e così il talento e la personalità del quartetto: lo dimostra bene il loro primo full-length, Monuments to Our Failure, uscito autoprodotto il nove luglio scorso. Rispetto a Back to Aleph, il genere si è evoluto: i siciliani hanno perso buona parte della loro anima death – ormai presente solo nel cantato in growl e in pochi altri elementi – ma l’hanno sostituita a dovere. Oltre alla base di origine thrash e all’anima più ombrosa e doom, molto presente nei frequenti rallentamenti, ora i Nerobove ne mostrano anche una più arcigna e black, udibile in molte dissonanze e in tanti spunti oscuri. In più Monuments to Our Failure può contare su molti influssi minori: vengono non solo dal già citato death e dal groove metal, ma anche da generi più lontani, come per esempio il progressive. Quello dei catanesi è insomma uno stile ancor più sfaccettato che in passato: se però una volta suonavano un po’ discontinui, ora sono riusciti a mettere a punto meglio la formula. Il loro è un suono fluido, ben unito e senza spigoli, in cui non si sa dove finisce un genere e dove comincia l’altro: merito anche della buona capacità acquisita in questi anni dai Nerobove di gestire la grande complessità della loro musica. Ma soprattutto, è un suono ancor più personale che in passato: per quanto molti elementi non siano innovativi, la loro fusione lo è, ed è proprio questo uno dei segreti che rende Monuments to Our Failure fresco e originale. Certo, ogni tanto i Nerobove si perdono ancora dietro a qualche ingenuità, e a un po’ di incostanza: lo fanno però molto più di rado che in passato, segno che se il loro percorso di crescita non è concluso, i siciliani ne hanno già percorso gran parte. Piuttosto, il difetto principale di Monuments to Our Failure è una registrazione molto grezza, piatta, lo-fi: se fosse stata più pulita e accurata, avrebbe di sicuro consentito alla band di rendere i riff più graffianti e le atmosfere più incisive. Ma a dispetto di questi difetti, i Nerobove riescono a fare bene: il risultato finale è buono e soddisfacente.

Monuments to Our Failure parte da un intro lieve ma dissonante, sinistro, con chitarre rarefatte e un bel senso di desolazione. Ma passano giusto pochi secondi prima che Nekyomanteia esploda, lenta ma mastodontica, un pezzo doom subito di gran impatto. Siamo tuttavia ancora nell’intro: la traccia entra nel vivo quando, dopo poco, svolta su una norma invece veloce e thrash. È quella che regge la prima parte del pezzo, che scambia strofe più dirette e potenti e momenti più vorticosi e preoccupati, in cui spuntano per la prima volta timidi accenni black. Sempre thrashy è l’evoluzione successiva, più lenta ma di buon impatto, con riff e fraseggi che rimandano all’origine del genere (ricordano alcune cose dei Testament, per esempio) ma anche elementi più dissonanti e moderni, specie nel finale, quasi a tinte groove. È una bella frazione centrale, che poi lascia spazio al ritorno della falsariga iniziale, stavolta più dissonante: è la stessa essenza che poi si sviluppa pian piano, mentre il pezzo si fa più oscuro. Ci ritroviamo così in un passaggio intenso, ancora non velocissimo ma blasfemo con le sue dissonanze black, che poi diventano un vortice: il finale è una fuga convulsa, intensa e molto avvolgente, con anche un vago pathos. È questo a renderlo una delle parti migliori del pezzo, ma anche per il resto non è da meno: il risultato è di buona qualità. È però un’altra storia con Not Waving But Drowning,che esordisce subito cupa e martellante, con ancora l’anima black dei siciliani in bella vista. Essa si mescola presto con qualche venatura death, ma di nuovo questo è solo l’intro: presto le chitarre di Salvatore Leonardi e Luca Longo virano su una norma più tagliente e lineare, da thrash metal. È la spina dorsale del pezzo, che va avanti a lungo, semplice ma incalzante: ogni tanto questa norma si apre, per frazioni invece doom e molto lugubri, anche per colpa del growl al di sopra. Di norma sono brevi: fa eccezione la frazione centrale, più lunga e quasi solenne, col suo bel riffage a cui si accoppia un ottimo assolo – e solo alla fine torna alla sua anima più movimentata. C’è poco altro da dire su un episodio più semplice e breve della norma ma eccellente, uno dei picchi assoluti di Monuments to Our Failure!

Come indica il titolo stesso, Diluvio inizia tempestosa: sul blast beat di Francesco Paladino, il riffage è molto frenetico, seppur abbia dalla sua un certo senso melodico ed evochi più tristezza che ferocia. È lo stesso che porta la traccia a rallentare e poi a spegnersi in una lunga frazione con solo la sezione ritmica e la chitarra pulita, su cui si staglia la voce pulita dell’ospite Gabriele Catania, echeggiata e malinconica. Sembra quasi l’esordio di una ballata, ma poi i Nerobove ripartono con forza; tuttavia, la melodia resta ancora al centro, con una norma doom dagli influssi melodeath, di gran impatto emotivo. Ma le sorprese non sono finite: presto i siciliani tornano ad accelerare, con un riffage invece rutilante e d’impatto su una base dinamica e in continuo mutamento. È su questo sfondo che compaiono diversi stacchi: alcuni tornano all’origine, altri invece sono più obliqui e strani, con dissonanze a metà tra il black metal e addirittura certe cose degli Opeth – richiamati anche dalla natura tortuosa generale. Le due parti in ogni caso sono bene unite: sia i passaggi più d’impatto che quelli più sentiti e melodici si incastrano a dovere e non stonano nonostante la diversità. È il segreto di un altro grande pezzo, poco distante dal precedente per qualità! La successiva Of Mud and Bones comincia disimpegnata, con un lead di chitarra circolare, quasi da metal melodico. Presto però spunta alle sue spalle qualcosa di più roccioso: prende quasi subito il sopravvento come un riffage thrash/groove di vago influsso doom. Aumenta l’effetto generale la presenza dell’urlato, con suggestioni quasi nu metal a tratti: si integra bene però con la natura ritmata del pezzo. Sono influssi presenti a lungo nella prima parte, per lasciare poi spazio ai chorus: più dilatati, ma sempre con un vago senso alternativo e strisciante, sono di discreto impatto, per quanto stavolta nulla di tutto ciò faccia gridare al miracolo. Il passaggio migliore è invece quello al centro, effettato e pieno di echi particolari, alcuni dei quali addirittura vicini al post-rock, mentre le chitarre di base sono esotiche, quasi arabeggianti. Questa base cresce con lentezza per poi esplodere in uno sfogo tempestoso e di gran potenza, che colpisce molto meglio rispetto alla prima parte, grazie anche a qualche bella melodia e soprattutto alla sua aura plumbea. È un bel finale per un brano che non è così malaccio, ma che in Monuments to Our Failure si rivela il punto più basso!

La Bête Humaine comincia da un intro cupo ma delicato, con intrecci tra le chitarre pulite (a cui subentra poi anche il basso di Liliana Teobaldi): dà quasi l’idea di essere l’inizio di una ballad, ma poi i Nerobove cambiano coordinate. Stavolta tuttavia l’esplosione non è subito rutilante: ci ritroviamo in un pezzo thrash semplice e diretto, che solo in seguito comincia a potenziarsi, ad accelerare. Alla fine, ci si ritrova così in un ambiente martellante, rapido, con un riffage esplosivo, che avanza come una schiacciasassi, con poche pause e tanto macinare. Poi però il tutto rallenta, in una frazione che compensa la perdita di dinamismo con la cupezza: colpisce bene con la voce echeggiata e raddoppiata e una struttura tortuosa, con spunti groove che ricordano persino i Nevermore. Complicata si rivela anche la lunga frazione successiva: dopo un intro gestito dalla sezione ritmica, entra in scena qualcosa di preoccupato, in cui tornano gli influssi black dei siciliani. Poi però svolta su una frazione di puro shred, veloce e martellante – e a dire il vero, non troppo in linea col resto. Ma è l’unica sbavatura di un episodio che si riprende quindi alla grande con una frazione melodica, piena di armonizzazioni ma oscura e quasi orrorifica, che a sua volta si evolve in una più potente e doomy, anch’essa molto avvolgente. È il preludio al passaggio finale: dopo un momento ancora gestito dalla bassista, su cui spuntano delle voci – probabilmente un campionamento preso da qualche film – la traccia riparte. Ora è lenta ma arcigna, piena di dissonanze black: al tempo stesso però non manca il sentimento, ben rappresentato da un assolo espressivo al punto giusto. E così, dopo quest’ultimo sfogo – e un outro con un altro campionamento, stavolta di vecchissima musica da film, cantata in francese – si conclude una canzone lunga e complessa, ma di buon impatto. Al netto di alcune sbavature, la sua qualità complessiva è buonissima!

Rispetto a quanto sentito fin’ora, Anamnemesis cambia verso e si mostra subito rutilante e diretta, senza grande oscurità. È una natura che conserva a lungo, anche quando accelera e accentua ancora di più la sua essenza thrash; solo dopo un po’ spuntano giri di chitarra più dissonanti che aggiungono al tutto un tocco di nervosismo. Lo stesso si respira in sottofondo nelle strofe, che restano ancora dirette e potenti, per poi esplodere con forza nei chorus: con addirittura influenze melodeath, sentiti, quasi lacrimevoli, esplodono bene. Ma durano poco: spesso i Nerobove li corredano con dei passaggi di pura potenza, che li seguono e aggiungono al brano un tocco più rabbioso, con le loro venature punk e l’attitudine quasi stradaiola. Buona anche la frazione finale, all’inizio più diretta per poi tornare però a qualcosa di più profondo e intenso: rappresenta bene il dualismo di un pezzo più breve e semplice del resto, ma ancora una volta molto buono! Monuments to Our Failure è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto posto solo per Gloomy Sunday, all’inizio di cui i Nerobove piazzano un nuovo campionamento, stavolta con un triste violino dalla registrazione vintage. È un preludio che poi, dopo qualche secondo, lascia spazio al basso della Teobaldi: anticipa il riff che poi si mostra in tutta la sua potenza, lento, cupo e da puro doom metal. Si tratta di un’anima che torna spesso lungo il pezzo, per quanto spesso i catanesi tendano ad accelerare: lo fanno di solito con una frazione più dissonante, a metà tra black e ancora influssi doomy, che però evoca preoccupazione più che aggressività. In generale, non sempre i passaggi veloci sono rabbiosi, e anzi a tratti spuntano momenti pieni di pathos, con gli assoli della coppia Longo/Leonardi al centro e ad alcuni momenti persino con la chitarra pulita. Altrove però la band pesta di più: per quanto spesso conservino tracce di calore, le fughe che spuntano di tanto in tanto sono piuttosto estreme, e colpiscono anche per impatto. Altrove invece spuntano sezioni più dissonanti, in cui si rivede un po’ di thrash, in questo caso spezzettato e quasi al limite con l’incarnazione tecnica; in altri momenti ancora invece ritorna il doom, seppur in forma più accelerata – ma sempre melodica. Il tutto in ogni caso è sempre ben mescolato e unito, il songwriting dei siciliani qui è di livello molto alto: abbiamo insomma il picco assoluto del disco che chiude insieme a Not Waving But Drowning!

Per concludere, alla fine dei suoi tre quarti d’ora scarsi, Monuments to Our Failure si rivela un buonissimo album, complesso ma ben fatto, e in cui i pregi superano di gran lunga i difetti. Se ti piace il metal estremo più sfaccettato e intricato, insomma, potrebbe fare per te: soprattutto, non lasciarti fuorviare dal fatto che parte del potenziale dei Nerobove è ancora inespresso. Da un lato, è vero che se i siciliani matureranno ancora di più, in futuro potrebbero creare meraviglie che surclasseranno questo esordio. Dall’altro però è anche vero che ci si può accontentare di gran lunga così, specie da una band giovane come loro!

Voto: 79/100

 
Mattia

Tracklist:

  1. Nekyomanteia – 06:19
  2. Not Waving but Drowning – 04:19
  3. Diluvio – 06:30
  4. Of Mud and Bones – 06:17
  5. La Bête Humaine – 07:43
  6. Anamnemesis – 04:31
  7. Gloomy Sunday – 07:36
Durata totale: 43:15
 
Lineup:

  • Salvatore Leonardi – voce e chitarra
  • Luca Longo – voce e chitarra
  • Liliana Teobaldi – basso
  • Francesco Paladino – batteria
Genere: thrash/doom/black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Nerobove

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