Lectern – Deheadment for Betrayal (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto al già discreto predecessore Precept of Delator (2016), il terzo album dei romani Lectern Deheadment for Betrayal (2018) è un passo in avanti. Lo è soprattutto per quanto riguarda lo stile, sempre debitore al death metal americano ma stavolta con un piglio più brutal e uno spettro più ampio di influenze, che lo aiutano a essere più incisivo e oscuro. È vero però che nella musica dei capitolini qualche difetto è rimasto: un suono un pelo grezzo e soprattutto una certa tendenza a perdersi, ereditata in parte dal passato, limitano un po’ la sua resa. Ma con diversi buoni pezzi e anche qualche zampata ottima come Placid Must Defunct, Dogmatician of Predicator e Pamphlet Spawn at Gelid Crypt Satan, l’album riesce a non risentirne troppo. Il risultato è che Dehadment for Betrayal risulta superiore al predecessore, oltre a essere un album onesto e di buona qualità, adatto per i fan di brutal e death metal classico!

La recensione completa:

“Discreto, onesto e godibile”: così definivo, circa un anno e mezzo fa, Precept of Delator, secondo album dei Lectern, uscito nel 2016. Nel tempo passato da allora, la band romana non è rimasta con le mani in mano: risale al trenta marzo scorso il suo nuovo full-lenght, Deheadment for Betrayal, uscito grazie all’etichetta estrema polacca Via Nocturna. Si tratta di un lavoro migliore del predecessore sin dalla prima apparenza: rispetto a quella di Precept of Delator, un po’ anonima, la copertina di questo nuovo album è più vivida e di alta qualità. Non a caso, è stata realizzata da un’eminenza assoluta dell’arte metal come Andreas Marschall. Ma i Lectern sono migliorati molto anche per quanto riguarda la musica in sé. Se da una parte lo stile di Deheadment for Betrayal non si discosta troppo da quanto sentito in precedenza, un death metal di indirizzo americano che deve molto a Deicide, Cannibal Corpse e Hate Eternal, dall’altro qualcosa è cambiato. In primis, ora gli influssi brutal dei romani sono più accentuati, specie nei tanti momenti veloci e caotici; soprattutto, però, la loro musica è diventata meno scontata e più variegata, con per esempio influssi dal death svedese o persino dal doom. Sono influssi che i Lectern infilano bene nella propria musica: ne aumenta l’impatto e l’oscurità, campi in cui la band non è affatto male. Certo, Deheadment for Betrayal non è un album memorabile, e qualche difetto è ancora presente: per esempio, la registrazione è un po’ grezza e meno tagliente di quanto uno si aspetterebbe dal genere dei capitolini. Ma questo in fondo è parte del fascino del disco, e se limita di un filo la potenza generale, non dà granché fastidio; piuttosto, il vero problema è una certa tendenza a perdersi. In particolare, ogni tanto i Lectern tendono ad allungare molto le loro canzoni, che per questo risultano un po’ prolisse, e con alcuni momenti morti; anche questo fa sì che ogni tanto Deheadment for Betrayal si perda, non incida. Ma in fondo, lo fa meno di quanto succedeva in Precept of Delator: rispetto al passato, è chiaro come i romani abbiano fatto un passo in avanti.

Senza il minimo preavviso, Deheadment for Betrayal entra subito nel vivo con forza: il suono di una lama che scatta (che tornerà in futuro) poi ci ritroviamo in una scena caotica e violentissima. Comincia qui una fuga tempestosa, convulsa, fatta di momenti martellanti, con Marco Valentine che spacca tutto col suo battente blast beat, e di altri un po’ più lenti, ma frenetici e rabbiosi. Ciò non dura a lungo: la base si assesta piuttosto su una norma strisciante e lenta, quasi di influsso doom, seppur la cattiveria del riffage e il growl cavernoso e bassissimo di Fabio Bava siano puramente death. Ma a tratti il dinamismo torna a fluire, in passaggi ancora più turbinosi del resto: è quasi una norma disordinata, che però poi trova una quadratura poco prima di metà. Allora, la traccia si sposta su un’impostazione a metà tra i due mondi precedenti, con un riffage non troppo veloce, di origine thrash, reso però più cupo dal suono bassissimo delle chitarre e a tratti da fraseggi preoccupati. È una frazione che avanza a lungo, ma senza annoiare, grazie anche al fatto che i Lectern a un certo punto cominciano a modificarla. Ci troviamo nel lungo finale, che torna a correre e si muove tutto sullo stesso riff, potente e di indirizzo il death svedese. È quello che guida la musica attraverso un saliscendi che lo porta ad accelerare e a rallentare, come a ospitare alcuni ottimi assoli. È il momento migliore di una traccia che per quanto un po’ prolissa e con qualche momento morto intrattiene bene nei suoi quasi sei minuti, e si rivela alla fine di più che discreta. Va però ancora meglio con Placid Must Defunct, che dopo un lungo intro tutto growlato entra nel vivo lenta ma terremotante. La sua base è un riffage malefico e la doppia cassa del drummer a sostenerla: su di essa spuntano il frontman e delle melodie oblique e cupe, che danno al tutto un tocco ancor più lugubre. Lungo la traccia, questa falsariga si ripresenta più volte, con poche variazioni: l’unica di rilievo è quando le ritmiche di Pietro Sabato e Gabriele Cruz si accentuano, in una maniera quasi da groove metal, che colpisce benissimo. Più frequenti sono invece le volte in cui i romani abbandonano la norma per frazioni veloci e quasi schizofreniche, che alternano con urgenza momenti di vago retrogusto hardcore, ferocissimi, e altri convulsi, florilegi di chitarra velocissimi, a volte al limite persino col techno death. Anch’esse si integrano bene però in un brano che riesce sempre a evocare la giusta oscurità; lo stesso vale per la frazione centrale, un breakdown a metà tra brutal e metalcore. Nel complesso è un pezzo pieno di sfaccettature però integrate alla grande, che alla fine si rivela uno dei picchi assoluti del disco!

Daedal of Thy Wrath Unchrist Altar si presenta ancor più oscura che in precedenza: il suo intro, pieno di echi ringhianti e di un pianoforte volutamente stonato, è orrorifico al massimo. Da qui si stacca qualcosa che per un secondo sembra quasi espanso, ma poi comincia a correre: la norma principale è brutal death metal puro, con un riffage martellante, Bava che vomita odio e giusto qualche stacco obliquo a frenarne l’impetuosità. A volte però i Lectern deviano da questa norma per qualcosa di altrettanto selvaggio, ma meno alienante e più “umano”: all’inizio si tratta di uno stacco breve e obliquo, che compensa la perdita relativa di potenza con un bel carico di oscurità. Più lungo è invece il passaggio sulla tre quarti, e anche più calmo: è quasi strisciante, ma funziona bene sia con la sua aura lugubre che per rilanciare la nuova fuga. È un altro particolare ben riuscito di un brano che non fa gridare al miracolo, ma si rivela di buona qualità.  La successiva Provvid as Gemel Confessors entra quasi subito nel vivo potente e rabbiosa, ma stavolta meno brutale della media di Deheadment for Betrayal. La sua base sono le classiche ritmiche a motosega del death più tradizionale, che però i Lectern cominciano da subito a modificare. Spuntano a tratti momenti più macinanti, mentre altri si rivelano più diretti; alcuni sono più estroversi e rabbiosi, mentre altri risultano più sottotraccia. Anche gli stacchi presenti tra di essi sono variegati: vanno da quelli rallentati, che a tratti ricordano i metalcore, a fughe invece violente. Come progressione non è male, anzi molti degli elementi sono buoni se presi da soli, specie per quanto riguarda più oscuri: purtroppo, stavolta i romani cercano troppo la complessità, il che fa mancare al tutto un filo comune. Non aiuta poi la lunghezza eccessiva: il risultato è che, troppo spesso, il brano tende a perdersi. E se alcuni passaggi buoni come alcuni riff della prima parte o la lunga e lugubre frazione finale lo ritirano su,  il risultato è piacevole a tratti ma non del tutto riuscito. È quindi il turno di Leals Shall Kill, che parte subito veloce e rabbiosa al punto giusto. Presto però cambia direzione, verso una norma più ritmata: in alternanza con le fughe più dinamiche, si ripresenta nel pezzo sotto varie forme. A tratti è solo macinante (il che le fa anche perdere un po’), ma più spesso ha in sé un senso musicale più forte: è il caso dei refrain, che si possono definire persino catchy, almeno in relazione al genere. Merito del controcoro che raddoppia la voce di Bava, ossessiva e quasi anthemica: si lascia cantare benissimo. Buona anche la frazione centrale, più lenta ma oscura e dissonante al punto giusto: anch’essa contribuisce bene a un episodio con qualche sbavatura, ma per il resto di buona qualità.

Un altro intro basso e cupo, poi Perturb in Lamb Thronal parte con un riffage che nonostante un vago senso di già sentito colpisce bene, nel suo scambio tra momenti più spogli e altri più martellanti. È un buon avvio, ma poi il pezzo comincia un po’ a perdersi: sia la fuga successiva, veloce ma un po’ sterile, sia nella frazione successiva, che rallenta i ritmi. Entrambe evocano molto poco, non riescono a incidere, per colpa anche del già citato effetto “già sentito”, che pian piano si fa più forte: sembrano quasi passaggi già ascoltati lungo il disco, e l’assenza di dinamismo ammoscia il tutto e non aiuta. Abbiamo insomma un pezzo privo di personalità, a eccezione di qualche rarissimo passaggio (come quello un po’ più pestato e convulso sulla tre quarti): è insomma con facilità l’episodio peggiore di Deheadment for Betrayal. Per fortuna, a questo punto i Lectern ritirano su le sorti dell’album con Dogmatician of Predicator, che parte da un intro “clericale” per poi iniziare a sfogarsi con una rabbia stavolta sentita, palpabile. Si respira bene sia nei passaggi più vorticosi e rapidi, col blast beat di Valentine, sia nelle belle strofe, lente ma dissonanti in una maniera molto incisiva, sia nei raccordi terremotanti che spuntano tra di essi. Buona anche la frazione centrale, rallentata, tortuosa e di influsso thrash: è sottotraccia rispetto al resto, ma colpisce a dovere sia per energia distruttiva che per oscurità. Del resto, ciò vale per tutto un brano in fondo nemmeno troppo complesso, ma risulta grandioso, il meglio che il disco abbia da offrire con Placid Must Defunct! Siamo ormai alle ultime battute: per l’occasione i capitolini optano per Pamphlet Spawn at Gelid Crypt Satan, che al contrario delle altre se la prende con calma a entrare nel vivo. Un intro ambient cupo, di effetti bassi, poi la canzone si propone altrettanto oscura, ma senza strappare. Se a tratti il batterista sfodera la doppia cassa, il riffage di Cruz e Sabato è lento, espanso, con ben più di un retrogusto doom. Solo a tratti la musica tende ad accelerare un po’, con qualche raro tratto un po’ più macinante: per il resto, in questa norma di base la traccia continua a essere lenta. Non che sia un problema, comunque: per quanto manchi di dinamismo colpisce bene, tra il solito riffage basso e graffiante e le dissonanze che rendono il tutto ancora più oscuro. Si cambia direzione solo al centro, con una lunga frazione vertiginosa: se la velocità non sale troppo, il riffage è sempre circolare  e arcigno, death metal al meglio delle sue forze. Fa eccezione qualche stacco che però si incastra bene nel tessuto del resto, con le sue melodie sepolcrali, sinistre al massimo. È una bella variazione per un altro pezzo abbastanza lineare: in fondo però non importa, visto che il risultato è molto buono, non al livello dei due picchi dell’album che chiude ma poco lontano!

Se rispetto a Precept of Delator Deheadment for Betrayal non è un passo in avanti così grande, in fondo non importa: abbiamo lo stesso un buon lavoro, onesto come il predecessore e con qualche difetto in meno. Per questo, sono sicuro che se sei fan del death e del brutal ti potrà piacere, specie se cerchi un album più vario e meno monocorde di tanti che escono in questi giorni. Certo, forse i Lectern potrebbero fare di più, con le loro nuove influenze: in fondo però ci si può accontentare di loro, e degli album almeno mezzo gradino sopra alla media che sfornano!

Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:

  1. Deheadment for Betrayal – 05:46
  2. Placid Must Defunct – 05:33
  3. Daedal of Thy Wrath Unchrist Altar – 04:23
  4. Provvid as Gemel Confessors – 05:59
  5. Leals Shalt Kill – 04:41
  6. Perturb in Lamb Thronal – 05:42
  7. Dogmatician of Predicator – 04:50
  8. Pamphlet Spawn at Gelid Crypt Satan – 05:43
Durata totale: 42:37
 
Lineup: 
  • Fabio Bava – voce e basso
  • Gabriele Cruz – chitarra
  • Pietro Sabato – chitarra
  • Marco Valentine – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: brutal death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Lectern

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