Derdian – DNA (2018)

Per chi ha fretta:

DNA (2018), settimo full-lenght dei milanesi Derdian, è un album in linea coi predecessori in fatto di forma ma migliore per qualità. Il genere è sempre lo stesso il power metal sinfonico con influssi progressive che il gruppo suona da un po’; nel tempo si è fatto più variegato che in passato, senza però spezzare l’unità stilistica né la personalità del gruppo. Questo gli consente di creare un album con più hit rispetto al passato: pezzi come False Flag Operation, Hail to the Masters, Never Born, Elohim, Fire from the Dust e Frame to the End spiccano molto nella scaletta. Ma anche il resto non è da meno: con giusto qualche sparuto passaggio a vuoto e tanta sostanza, DNA si rivela un album ottimo, superiore alla media dei Derdian: riesce persino a sfiorare il capolavoro!
 
La recensione completa:
“Sicurezza”: volendo ridurre all’osso, basta questa parola a descrivere la carriera dei milanesi Derdian. Nel corso degli ultimi anni, non solo hanno prodotto dischi con un ritmo costante: soprattutto, sono tutti lavori simili sia per contenuti e stile (a eccezione di Revolution Era, un po’ diverso essendo composto di pezzi ri-registrati) che soprattutto per l’alta qualità. E così, quando mi è stato chiesto di recensire DNA, settimo album della loro carriera, sapevo già cosa aspettarmi: il classico disco alla Derdian, non eccezionale ma solido e di buonissima qualità. E invece, stavolta i meneghini mi hanno stupito: se nella forma è in effetti il loro solito album, a livello di qualità il gruppo è riuscito a fare persino di meglio! Da un lato, lo stile è il tipico power metal sinfonico con influssi progressive che i Derdian propongono da anni; quest’ultimo lato però si è accentuato, e in generale DNA suona ancora più variegato che in passato. I milanesi però non sacrificano l’unità stilistica né la loro personalità, che risaltano in ogni canzone: il risultato è un album coeso ma al tempo stesso meno omogeneo che in passato, in cui più pezzi riescono a spiccare. È vero che, come negli album precedenti, c’è anche qualche passaggio meno esaltante e qualche momento in cui i cliché pesano più del solito: ma in un album che dura oltre un’ora, in fondo ci può stare. E comunque, sono difetti da poco per un lavoro di alto livello, che riesce persino a sfiorare il capolavoro!
Le danze cominciano da Abduction, classico intro di rito: in questo caso, sovrappone suoni gorgoglianti di acqua con le orchestrazioni di Marco Garau, lente e antiche. All’inizio sono lievi, ma poi si addensano e anticipano uno dei temi di DNA, che segue a ruota. E così, all’improvviso  spunta un pezzo veloce e potente, che però mostra subito una certa mutevolezza: a tratti è più lineare e catchy, come da norma del power più classico, altrove invece spuntano addirittura influssi epicheggianti alla Rhapsody of Fire. Anche quando entra nel vivo poi è più o meno lo stesso: la base alterna strofe preoccupate, potenti e bridge che si aprono molto e diventano melodici, quasi sereni. I ritornelli invece riprendono il retrogusto nostalgico della parte precedente e la sviluppano attraverso la voce di Ivan Giannini (rientrante dopo l’abbandono della formazione milanese nel 2015) e i cori, entrambi orecchiabili ma accoppiati a una base ancor più pestata che in precedenza. Ottima anche il passaggio centrale, che alterna tratti di orientamento più progressivo ad altri più semplici e lineari, in cui Enrico Pistolese e Dario Radaelli si propongono in ottimi assoli, prima di uno sfogo finale di gran potenza. È  un altro bel dettaglio per una canzone subito di alta caratura, pur non essendo tra quelle che brillano di più all’interno del disco! La successiva False Flag Operation ha un avvio strano, obliquo, una sensazione inquietante che poi, pian piano si accentua ancor di più attraverso i lead di chitarra. È la stessa che si perpetua attraverso strofe sottotraccia, cupe, a loro modo abbastanza rabbiose, almeno in relazione al genere dei meneghini. Questa furia si arresta soltanto davanti ai bridge, più distesi e sempre cupi, ma in una maniera triste, quasi drammatica a tratti, pur nella loro delicatezza e nelle influenze eclettiche, per poi ripresentarsi con ancor più forza nei ritornelli. Melodici, pieni di cori e di orchestrazioni, ma anche di gran pesantezza, grazie alla doppia cassa di Salvatore Giordano, brillano soprattutto per un’aura lancinante, che colpisce con forza. Ottimi anche i tanti stacchi che i Derdian propongono qua e là: che siano brevi passaggi ancora di gusto prog, momenti più potenti con addirittura un vago sentore thrashy o la bella frazione centrale, tutto funziona abbastanza bene. Il risultato è un altro pezzo molto valido, non tra i migliori di DNA giusto per un soffio!
Never Born comincia dal pianoforte di Garau, docile e nostalgico: è la stessa aura del brano vero e proprio, che riprende le stesse melodie con chitarra e tastiera. Si sviluppano su una base potente ma stavolta non troppo vorticosa, in modo da lasciare respirare l’atmosfera: lo si può sentire sia nei momenti strumentali che nelle strofe, lineari ma di grande spessore emotivo. Ancor meglio fanno i bridge, in cui Giannini è eccezionale a livello emotivo: introducono refrain che paradossalmente sono i momenti meno riusciti del brano, ma sanno il fatto loro. Più veloci del resto, sono power metal da manuale, ma non suonano troppo stantii, grazie a un piglio insieme sognante e cupo, che evoca ancora un bel pathos. Bella anche la parte centrale, in cui spuntano di nuovo belle venature prog e un altro grande assolo: anch’esso è in linea con un gran pezzo, avvolgente e di impatto assoluto, nemmeno troppo lontano dal meglio del disco nonostante il difetto! Va però ancora meglio con Hail to the Masters, che si avvia con cori rutilanti, di gran potenza. Si stacca da qui un brano obliquo, con una tocco di cupezza, ben unità però a una vena di preoccupazione inquieta. È il mix che rende grandi sia i momenti strumentali, più vari del solito, sia le strofe, striscianti e di gran tensione. Essa si accumula ancora anche nei bridge, che si alzano di tensione per poi sciogliersi  nei chorus: esplosivi, rutilanti, catchy, esplodono davvero liberatori nella loro semplicità, pur conservando un po’ di malinconia. Sono il meglio che il pezzo abbia da offrire, ma anche il resto non è da meno: basta citare in tal senso i momenti quasi folk in cui la tastiera imita una cornamusa, oppure la sentita parte centrale.  Ne risulta una traccia semplice e anche breve (coi suoi quattro minuti e mezzo è la più corta del disco) ma eccezionale, una delle migliori in assoluto di DNA! Un preludio neoclassico, col solito intreccio di chitarra e tastiera a cui i Derdian ci hanno abituato, poi Red and White parte con un’altra classica fuga a tinte power metal. Stavolta, i milanesi cadono in qualche cliché, con alcuni passaggi che sanno di già sentito: di norma però il tutto funziona bene, come dimostrano le strofe, dinamiche e arricchite dalle orchestrazioni di Garau e dalla voce del frontman. Sembrano far parte di un pezzo molto classico, quasi prevedibile, ma poi la musica cambia coi bridge: sono barocchi, ritmati, sottotraccia, e colpiscono bene. Soprattutto però hanno il merito di lanciare a dovere i chorus, che virano su qualcosa di tono diverso, più romantico, triste, a tratti quasi drammatico: anche stavolta, si rivelano il momento topico del pezzo. Corredano bene il tutto vari stacchi tortuosi, spesso di influsso neoclassica e progressive, presenti a tratti: sono il giusto complemento per una traccia forse non eccelsa, ma che non stona in un album del genere!
È ora il turno di Elohim, con cui i ritmi scendono: all’inizio si pone come un pezzo immaginifico e tranquillo, con ritmiche semplici e melodie in evidenza. Pian piano però comincia a muoversi in una direzione più obliqua, cupa, finché non ci ritroviamo in ritornelli ancora lenti ma preoccupati, di grande impatto emotivo. Sono una progressione incalzante al massimo, grazie anche ad arrangiamenti riusciti sparsi qua e là: l’ascoltatore viene così quasi catapultato verso l’apertura costituita dai ritornelli. Se le ritmiche sono più potenti, a dominare è un pathos forte, malinconico, sempre più forte fino al possente coro finale: il tutto è di un impatto assoluto, seppur in fondo siano ancora elementari. Buone anche le tante variazioni, tra cui spicca la frazione centrale, che lascia il metal per qualcosa di eclettico, a metà tra il jazz e prog: si integra però bene nel pezzo, nonostante la diversità. Ottima anche la progressione successiva, che ne riprende i toni in maniera esplosiva, prima di tornare a qualcosa di più in linea col resto: con un altro chorus si conclude così un altro pezzo splendido, tra i migliori di DNA! La seguente Nothing Will Remain prende vita da un intro calmo e intimista del pianoforte, che fa quasi pensare a una ballad; ma dopo qualche secondo, già ci ritroviamo in una progressione power metal potente e in apparenza disimpegnata. Anche questo però è una falsa premessa, perché pian piano i Derdian virano su una norma più malinconica: la si può ben sentire nelle strofe, non troppo veloci e tormentate, inquiete. È una sensazione che poi diventa quasi angoscia quando giungono in scena i refrain, melodici ma anche piuttosto crepuscolari, infelici, sentiti: a livello emotivo, colpiscono piuttosto bene. Buona anche la frazione centrale, divisa a metà tra momenti più orientati verso la musica orchestrale, con anche qualche citazione piazzata tra le righe e momenti più esplosivi, con al centro Pistolese e Radaelli. È una lunga progressione, tortuosa ma molto avvolgente: si rivela addirittura il punto migliore di una traccia con qualche cliché di troppo, ma che per il resto è di ottima qualità, e non solo. Se anche non è tra i picchi del disco, si rivela comunque adatta come un ideale singolo, visto quanto è lineare e orecchiabile!
Fire from the Dust inizia da un intro ombroso ma in una maniera teatrale, quasi manieristica ma avvolgente. Tuttavia, il pezzo è destinato a cambiare presto strada: vira su una norma più dinamica e brillante, che comincia da subito ad alternare diverse frazioni. Anche all’interno delle stesse strofe, si trovano rallentamenti dolci, tristi, in alternanza con fughe più potenti, a tratti persino disperate. Non parliamo di quanto poi il pezzo si evolve: i bridge sono contorti e progressivi al massimo, oltre a presentare una bella preoccupazione. È la stessa che torna in una forma più grintosa nei ritornelli, ancora variegati, con Giordano che rallenta e accelera più volte e Giannini che duetta più volte con dei cori potenti al punto giusto. Buona anche la solita parte centrale, ancora di forte matrice progressive, con una successione di svariate frazioni però sempre interessante e ben impostata. Ma questo vale per il resto, che nonostante la varietà funziona a meraviglia: ne risulta un brano lungo e complesso ma eccezionale, a giusto un pelo dai picchi assoluti di DNA! Come altre in precedenza, anche Destiny Never Awaits dà l’idea di essere una ballad, visto l’inizio placido e mogio col solo pianoforte di Garau. Poco meno di un minuto, poi i Derdian virano sul metal: stavolta però è lento e ancora abbastanza sottotraccia – seppur la chitarra e le orchestrazioni le diano anche un tocco cupo. Più soffici e accoglienti sono invece le strofe, calme e con ritmiche oscillanti che però non aggrediscono; solo pian piano il tutto si fa più denso, per poi potenziarsi solo coi ritornelli. Questi continuano a crescere in forza: dagli esordi di influsso prog pian piano si orientano al power, finendo con una fuga martellante, prima di perdere il dinamismo in qualcosa di più docile, che si raccorda di nuovo col resto della canzone. C’è poco altro da riferire a parte un assolo centrale a metà tra le due anime del pezzo, in cui la parte del leone la fa ancora il tastierista – ma alla fine spunta anche un assolo molto sentito di chitarra. Si tratta peraltro del momento più interessante di una traccia che per il resto pur avendo passaggi validi stavolta non brilla più di tanto. La qualità è buona, per carità, ma tra tanti pezzi così belli perde un po’, e finisce per essere addirittura il punto più basso del disco!
A questo punto, Frame of the End riporta il disco su livelli stellari:  sin dall’inizio, è dinamica e piuttosto preoccupata, con un’aura cupa ben udibile. A parte qualche breve stacco più obliquo, la traccia prosegue sulla stessa linea anche attraverso le strofe: di basso profilo, compensano la relativa mancanza di potenza con una bella essenza strisciante, diretta, a suo modo arrabbiata. Poi però i bridge cambiano direzione in maniera radicale: persa tutta la cattiveria precedente, suonano delicati, disperati, tristi. Sono il perfetto preludio a ritornelli che lo sono altrettanto, ma in una maniera più lancinante: merito di un Giannini disperato, che ben si unisce a una base drammatica, perfetta per sostenere la sua voce. È un connubio eccezionale, quasi da lacrime per intensità emotiva; anche il resto però non è da meno. Sia la norma che la frazione centrale – unica variazione del pezzo, con la sua norma power rutilante ma senza lasciar da parte il lato emotivo del resto – funzionano benissimo. Abbiamo perciò un altro episodio da urlo, l’ultimo dei picchi assoluti dei DNA! È quindi la volta di Part of this World, che comincia con un altro intro neoclassico, col pianoforte e poi le orchestrazioni di Garau: scandiscono un tema che poi riprenderanno anche le chitarre, nel più classico intro power alla Derdian. È una frazione che torna ogni tanto, ma il resto stavolta è più spoglio: le strofe per esempio sono dirette, senza grandi fronzoli, con anche una componente sinfonica più lineare. Lo stesso vale per i refrain, semplici, catchy e sognanti, quasi sereni in questo caso: la malinconia è solo un velo vago, ma dà al tutto un tocco in più in fatto di fascino. Completa il quadro una sezione centrale che riprende ancora dalla musica orchestrale, sia nei passaggi più spogli in cui torna il pianoforte, sia in quelli più orientati verso il power. È un bel contraltare per un pezzo piuttosto semplice nonostante la lunghezza di oltre sei minuti, ma riuscito con le sue melodie e i suoi bei passaggi: non sarà il migliore qui dentro, ma funziona a meraviglia, soprattutto se si vuole considerare come chiusura ideale del disco. La closer-track vera è però Ya Nada Cambiara, una specie di bonus-track – seppur in teoria faccia parte della scaletta a tutti gli effetti. Si tratta di nient’altro che una versione alternativa della già ascoltata Nothing Will Remains, identica a livello musicale: l’unica differenza è che Giannini reinterpreta le stesse melodie vocali cantando in spagnolo. Per questo motivo, se non si parla questa lingua, non aggiunge nulla al disco che chiude; è anche vero però che non gli toglie neanche, e si rivela almeno una curiosità.

Per concludere, DNA è un album di gran maturità e sostanza, l’ennesima prova della bravura dei Derdian. Anche per questo, poco importa se manca (di poco) il capolavoro: per un appassionato di power metal sinfonico può essere comunque il non plus ultra. Se lo sei, perciò, fallo tuo a tutti i costi: ti ritroverai tra le mani un’ora e più di puro godimento con pochi punti morti e tanti pezzi memorabili!
Voto: 88/100
 
Mattia

Tracklist:

  1. Abduction – 01:12
  2. DNA – 05:27
  3. False Flag Operation – 05:00
  4. Never Born – 05:43
  5. Hail to the Masters – 04:27
  6. Red and White – 05:04
  7. Elohim – 05:26
  8. Nothing Will Remain – 05:31
  9. Fire from the Dust – 06:21
  10. Destiny Never Awaits – 05:41
  11. Frame of the End – 05:00
  12. Part of this World – 06:05
  13. Ya Nada Cambiara – 05:13
Durata totale: 01:06:28
 
Lineup: 
  • Ivan Giannini – voce
  • Enrico Pistolese – chitarra
  • Dario Radaelli – chitarra
  • Marco Garau – tastiera
  • Marco Banfi – basso
  • Salvatore Giordano – batteria
Genere: symphonic power/progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Derdian

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