Lelahell – Alif (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto a tanti gruppi che si rifanno soltanto alla scena americana o svedese, Lelahell, progetto del polistrumentista algerino Redouane Aouameur, è una boccata d’aria fresca. Lo dimostra bene il suo secondo album Alif (2018), interessante fin dal genere: è un death metal d’impatto con elementi brutal, ma anche tante influenze dalla musica tradizionale araba. Ma non c’è solo l’originalità: l’album brilla anche per una composizione di alto livello, che incide nonostante la semplicità di molte strutture, e su una bella registrazione, quadrata e professionale. Sono questi gli elementi a creare una tracklist per lunghi tratti di buonissimo livello, in cui spiccano pezzi come la vorticosa Paramnesia, la potente ma catchy Ignis Fatuus, l’eclettica Ribat Assalem, la dinamica Insiraf/Martyr e la closer-track semistrumentale Impunity of the Mutants. Sono i picchi di un album originale, con tanta sostanza e poche sbavature: per questo, Alif è consigliato a tutti i fan del death metal che vogliono qualcosa di nuovo ma non troppo lontano dal classico!

La recensione completa:

Se è vero che da un lato il metal è diventato un fenomeno mondiale, dall’altro in moltissimi casi sono sempre le scene storiche ad avere l’egemonia culturale. Anche i gruppi che vengono dall’Africa o dall’Asia spesso non hanno interesse a trovare una via personale al genere, magari mutuato dalla musica tipica del loro luogo di origine: nella maggior parte dei casi, si limitano a riprendere il metal europeo o americano. Per fortuna però c’è anche chi prova a fare qualcosa di diverso: è il caso del progetto Lelahell. Formato nel 2010 ad Algeri dal polistrumentista Redouane Aouameur, nei primi tempi è stato one man band: è la formula con cui è stato pubblicato il primo demo Al Intihar nel 2012. In seguito, però è diventata una band vera e propria: l’esordio sulla lunga distanza Al Insane… The (Re)Birth of Abderrahmane (2014) ha visto l’apporto del bassista Nihil e al batterista SlaveBlaster. Da allora, sono passati ben quattro anni:  nel frattempo Aoaumeur è tornato all’origine, e ha riportato Lelahell a essere un progetto solista. È stato infatti il solo musicista algerino (con l’aggiunta dell’ospite d’eccezione Hannes Grossmann, batterista ex Obscura, oggi con Triptykon e Hate Eternal) a comporre e registrare il secondo album Alif – che già dal titolo, che riprende la prima lettera dell’alfabeto arabo, sta a indicare una rinascita. Uscito lo scorso 15 giugno grazie all’etichetta slovacca Metal Age Productions, è un disco molto personale e interessante, a partire dallo stile. Quello di Lelahell è un death metal con alcuni elementi brutal, come la voce bassa di Aoaumeur o le chitarre ribassate; tuttavia, non punta né sulla ferocia né sulle atmosfere malate tipiche del genere. Al contrario, Alif è centrato in primis sull’impatto, grazie a riff macinanti ma non in maniera classica: oltre ad alcuni influssi thrash e groove, tendono soprattutto a seguire la tradizione araba e nordafricana. La stessa origine hanno le tante melodie presenti nella musica di Lelahell, che però al tempo stesso non vira mai sul melodeath vero e proprio; non sono nemmeno folk in senso stretto, visto che sono le chitarre e non gli strumenti tradizionali a riprenderli. È un genere che ricorda una versione più lineare e meno tecnica dei Nile (ma è improprio dirlo , visto che è stata la band di Karl Sanders a ispirarsi alla musica mediorientale): Lelahell tuttavia non si limita certo a copiare gli americani. Al contrario, Alif ha una personalità ben definita, con spunti addirittura originali, che spesso non si sentono in un ambito death metal. Ma non c’è solo questo: Aouameur ha anche la capacità di gestire a dovere la sua musica, che non risulta una semplice curiosità. Alif è anzi un album scritto molto bene, pur puntando sulla semplicità: ciò però funziona, dato che il musicista algerino sopperisce con la varietà di melodie e il loro già citato esotismo. Chiude il quadro una bella registrazione, quadrata e professionale al punto giusto: e così, a dispetto di un po’ della più classica omogeneità e di qualche sbavatura, Alif si rivela un album molto interessante, come leggerai tra poco.

Un brevissimo intro col martellare di Grossman, seguito poi dal basso, quindi ci ritroviamo subito in una traccia tempestosa con un riffage grasso e rabbioso. È la spina dorsale della opener Paramnesia, e si ripresenta in varie forme: a volte è più dinamica e selvaggia, altrove più contenuta e cadenzata, altre volte ancora come un semplice sfondo al growl basso di Aouameur. Solo a tratti il musicista algerino si distacca da questa norma, in occasione di fughe convulse e preoccupate, che alternano momenti vorticosi, di vago influsso esotico, quasi da techno death, e tratti invece brutali, battenti al massimo. Per gran parte della sua durata, il pezzo alterna queste due anime, in un tifone rabbioso di grande urgenza: ciò si calma soltanto al centro, quando spuntano alcune aperture che presentano ottimi assoli, oscuri ma con un pelo di nostalgia. Spesso però si alternano con momenti ancora molto pesanti, a tratti davvero devastanti, mentre altrove sviluppano di più la componente mediorientale presente altrove. È la ciliegina sulla torta di un brano eccelso, un’apertura col botto per il disco! La successiva Ignis Fatuus inizia con un preludio di vago retrogusto thrash, da cui però si stacca presto un pezzo ancora frenetico, con un riffage che è un vortice di note retto da un duro blast-beat. L’effetto è cupo e pesantissimo, anche grazie al mastermind che sfodera uno scream quasi black metal, ma non inquietante o nichilista: ha anche un suo colore, grazie a una buona melodiosità di fondo. Non solo si rifà alla musica tradizionale del Nordafrica, ma risulta persino catturante, almeno riguardo al genere: questa la fa esplodere bene, pur nelle tante volte che si ripete nel pezzo. Aiuta anche l’alternanza con frazioni più lineari, lente e oscure, che riprendono la norma iniziale: si rivelano sottotraccia, ma si uniscono bene al resto. Lo stesso vale per la parte centrale, che all’inizio sembra quasi spegnersi: ma è la calma prima della tempesta, visto che poi vira su una frazione che rilegge l’anima più melodica del pezzo in qualcosa di più stridente. Colpa delle chitarre, più alte e quasi con un piglio black metal, ma che per il resto sanno molto di orientale: sono un gran arricchimento sia al centro che poi, quando tornano, nel finale. È la ciliegina sulla torta di un altro episodio splendido: non solo è un altro picco per Alif, ma è anche il pezzo in assoluto più rappresentativo della musica di Lelahell!

A questo punto, Aouameur piazza saggiamente Thou Shalt Not Kill, interludio cupo ma rilassato di musica sinfonica. Dura solo trenta secondi, ma funziona bene sia per far riposare un attimo le orecchie che come intro della successiva Ribat Essalem, che poi riparte a razzo. Su una base dura e sempre molto tesa, la melodia della chitarra del mastermind è ancora “etnica”: è la stessa impostazione della norma principale, più tesa e spoglia, senza più melodie ma esotica a livello di ritmo. A tratti però la musica cambia direzione e riprende addirittura influenze dalla musica neoclassica, ma senza orchestrazioni: a farlo sono i riff, che al tempo stesso si mantengono molto energici. Buoni anche gli stacchi che appaiono qua e là, più lunghi e frequenti del solito: quando il primo è più cadenzato ma sempre roccioso, il secondo rallenta un po’ e pur nella sua cupezza dà un po’ di respiro al complesso. È un altro ottimo elemento per una traccia che lo è altrettanto: non raggiunge l’uno-due che l’ha preceduta, ma solo per poco! È quindi il turno di Adam the First: comincia subito rutilante, con un riffage zigzagante e di indirizzo moderno come altri già sentiti nel corso di Alif. In effetti, ogni tanto aleggia un po’ di senso “già sentito” lungo la canzone: non ne sono immuni né le frazioni che riprendono l’inizio – considerabili come refrain – né i tanti stacchi vorticosi, né i passaggi più cadenzati e obliqui che spuntano a tratti, spesso anche un po’ troppo ossessivi. A parte questo però il tutto colpisce in maniera più che discreta, anche grazie al dinamismo e ad alcune variazioni riuscite: su tutte, la parte centrale, tortuosa e ancor più serrata del resto, ma di gran impatto. Anche il resto però non è da buttare: se il pezzo non impressiona come i primi, alla fine si rivela di buona qualità! La seguente The Fifth si mostra ancor più terremotante rispetto a quanto sentito fin’ora in Alif: la norma di base si regge sul blast beat di Grossmann, su cui si posa un riffage gonfio, possente, di gran energia. Devasta tutto per pochi secondi, prima di concedersi una breve pausa, ma poi riprende con la stessa cattiveria. Solo a volte invece si cambia strada, per passaggi un po’ più lenti ma sempre piuttosto rabbiosi: a tratti continuano a essere rutilanti, mentre altrove si fanno più striscianti, ma senza che venga meno una gran grinta. A parte un assolo più lento, unico tocco di melodia al suo interno, non c’è altro in un brano semplice e breve ma terremotante: se ogni tanto il suo macinare risulta un po’ fuori fuoco, per il resto colpisce a dovere!

Insiraf/Martyr parte da un intro che stavolta riprende con ancor più convinzione la musica tradizionale araba: il ritmo è lento e cadenzato, e al di sopra la chitarra disegna una melodia calma, zigzagante, esotica. È una natura che torna spesso nel pezzo, per frazioni potenti, rallentate e con un riffage basso e cupo, ma con un gusto melodico mediorientale. Ma c’è ampio spazio per passaggi più rabbiosi: conservano anch’essi un’impronta folk, riletta però in fughe che mantengono una forte impronta “etnica”, in ritmiche graffianti ma a loro modo melodiche. La stessa anima penetra persino all’interno dei momenti più esasperati e frenetici che spuntano a tratti: al limite col death tecnico, martellano a lungo tra melodie staffilanti e un ritmo ancora serrato al massimo. Il tutto come sempre fluisce con un gran dinamismo fino alla frazione di tre quarti, dove c’è l’unico stacco, cadenzato e con un vago retrogusto deathcore: si integra però bene in un gran pezzo, poco sotto al meglio di Alif! È ora la volta di Litham (the Reach of Kal Asuf): inizia da un lungo intro lento, con solo una chitarra echeggiata, lenta e dilatata, che per un attimo può far quasi pensare a un rallentamento. Poi però la traccia torna ad accelerare, seppur la stessa chitarra rimanga in sottofondo a lungo, in uno strano connubio tra melodia e cattiveria che però funziona. Anche quando poi si entra nel vivo, il fraseggio viene ripreso dal riff, possente ma ancora molto arabeggiante; questa base pian piano si evolve, specie a livello di ritmo, ma mantiene lo stesso impianto. Si cambia strada solo al centro e nel finale: nella prima occasione, la traccia si fa più martellante e rabbiosa, ma poi assume un anima più dissonante, con echi thrash e black però ben integrati nel resto. Il secondo invece è più ossessivo e potente: perde tutti i colori e la varietà per diventare più ossessivo, con un riffage di influsso groove che alla fine, si ricongiunge con l’intro. È il gran finale per un ottimo pezzo, non tra i picchi del disco ma neanche troppo lontano!

Parasits perde sin dall’inizio la propria dimensione esotica per poi esplodere, dopo qualche secondo, come un pezzo martellante e rabbioso, di chiaro indirizzo brutal. Si alternano momenti selvaggi e quasi caotici – che risultano anche un po’ sterili e con poco appeal – e  altri meno pestati ma dall’aura malata, obliqui, striscianti – che invece colpiscono in maniera discreta. Solo al centro e poco prima della fine torna qualcosa di più in linea con quanto sentito in precedenza, con una frazione obliqua e rabbiosa, col growl di Aouameur e ritmiche potenti, sinistre ma anche cadenzate e particolari. Il resto è invece poco in linea col disco e poco appetibile, nonché troppo breve: visto anche che i meno di tre minuti lo fanno sembrare incompleto, abbiamo con facilità il pezzo meno bello di Alif. Per fortuna, la conclusiva Impunity of the Mutants torna ora a qualcosa di più vicino al genere precedente di Lelahell. Si tratta di un crescendo quasi del tutto strumentale (a eccezione di qualche scream del mastermind all’inizio), che comincia da un semplice riff e lo porta avanti a lungo, facendolo diventare pian piano più vorticoso e cupo. Arrivato a un apice, il pezzo poi vira su una norma che ricorda quella già sentita in precedenza, col blast beat e un riffage orientaleggiante: ma è solo un momento, perché poi la musica cambia, e la stessa base musicale si estende su uno sfondo più disteso. Varie volte il pezzo cambia ritmo in questa fase, con momenti più graffianti e altri più rilassati che si alternano spesso, con in mezzo anche passaggi più convulsi, ma con lo stesso fascino. Solo alla fine questa norma si fa davvero aggressiva, prima che il tutto diventi ancor più espanso, col basso di Aouameur in evidenza e una cupezza meno accentuata. È un breve passaggio che però si integra bene in un gran pezzo, ancora a poca distanza dai migliori del disco che chiude!

Seppur non sia un capolavoro, Alif è un lavoro ottimo e soprattutto originale: qualcosa che molto di rado si può trovare nel death metal, ormai. Se sei quindi un fan del genere ma sei stanco del solito death di stampo americano o svedese, e vuoi qualcosa di nuovo che però non si distacchi troppo dal genere, Lelahell sarà per te una boccata d’aria fresca. Certo, forse Aouameur potrebbe fare di più: limando un po’ i difetti, il suo progetto può diventare grande. Ma se non ci si riuscisse, non importa: ci si può accontentare di gran lunga anche così!

Voto: 84/100


Mattia


Tracklist:

  1. Paramnesia – 04:34
  2. Ignis Fatuus03:05
  3. Thou Shalt Not Kill00:31
  4. Ribat Essalem04:28
  5. Adam the First04:26
  6. The Fifth04:02
  7. Insiraf / Martyr05:38
  8. Litham (the Reach of Kal Asuf)05:55
  9. Parasits02:45
  10. Impunity of the Mutants – 05:16

Durata totale: 40:40

Lineup:

  • Redouane Aouameur – voce, chitarra, basso
  • Hannes Grossmann – batteria (guest)

Genere: death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Lelahell

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