Void Ritual – Death Is Peace (2018)

Per chi ha fretta:
Nonostante le apparenze, Death Is Peace (2018), secondo album della one man band americana  Void Ritual non è il classico lavoro di black metal derivativo e sterile. Seppur si rifaccia alle origini del genere, questo progetto del polistrumentista Daniel Jackson non si basa solo su ferocia e aggressività a tutti i costi: è invece uno stile più variegato, fresco e melodico. Sono molte le sfumature, a livello di atmosfera e soprattutto di melodie, ma senza che l’impatto venga meno: merito anche della bravura a livello compositivo del mastermind e anche di una bella registrazione. Sono gli elementi che creano un album breve ma intenso e di altissima qualità, senza quasi momenti morti e pieno di grandi canzoni come la melodica Given unto the Water, la potente title-track, la feroce The Howling Darkness e la dualistica Loss (Pt. I). Ecco perché alla fine Death Is Peace si rivela un piccolo capolavoro, forse un po’ breve ma per il resto molto appetibile sia per i fan del black metal melodico sia per quelli del suono più tradizionale!

La recensione completa:
Con la mia esperienza di ascoltatore, prima ancora che come recensore, ormai sono capace di inquadrare un album a prima vista. Mi basta poco: qualche informazione generale sulla band, i titoli delle canzoni, la copertina, e in più della metà dei casi mi è facile individuare il genere che poi la band suona davvero. Ma ci sono anche volte in cui certi dischi mi sorprendono: è successo questo, per esempio, con Death Is Peace, secondo album di Void Ritual. Già dal nome mi ero fatto un’idea, e dopo aver visto la copertina – molto ben fatta, ma con un soggetto non molto originale – e aver appreso la sua natura di una one man band, ho pensato subito che fosse il solito progetto black metal.  Ho immaginato un suono trito, ispirato alla classica scena norvegese e fatto di blast, riff a zanzara e macinare sterile; invece, questo gruppo di Daniel Jackson (polistrumentista di Albuquerque, in New Mexico) si è rivelato qualcosa di molto diverso. In Death Is Peace, Void Ritual affronta un black metal che in effetti da un lato prende molte caratteristiche dalla forma più tradizionale del genere, ma dall’altro non è immune alle tendenze più moderne. Non è niente che non si sia già sentito, ma Jackson ha il merito di non copiare nessuno: al contrario, la sua musica è personale, e con spunti che la fanno brillare per freschezza. In particolare, invece che sulla ferocia e sull’oscurità a tutti i costi, è uno stile che punta più sulla varietà e sulla profondità emotiva, ma senza perdere in aggressività. Il punto di forza assoluto di Void Ritual è proprio riuscire a unire le due facce molto bene: così, Death Is Peace si rivela molto melodico anche nei passaggi più duri, in un connubio ben studiato e impostato. Per giunta, quelle di Jackson sono sempre grandi melodie: l’album può contare su una varietà compositiva che di rado si trova nella musica di una one man band. Lo stesso vale per la registrazione: di solito gli album black di progetti solisti tendono ad essere scadenti da questo punto di vista, mentre Death Is Peace suona nitido, grezzo ma non troppo, al punto giusto per valorizzare bene la musica di Void Ritual. L’unico difetto è invece una certa brevità: solo sei canzoni per poco più di mezz’ora possono andare per un disco di black classico che annoierebbe se troppo lungo ma con lo stile pieno di sfumature del progetto americano sembrano un po’ pochi. Se non altro, dopo la fine vorresti ascoltarne ancora: anche questo dimostra quanto Death Is Peace sia valido!

La opener Given unto the Water comincia con una delicatezza inaspettata: le chitarre pulite iniziali sono ricercate, malinconiche, dolci, con anche un vago tocco folk. Solo dopo quasi un minuto il fraseggio diventa un po’ più incisivo, ma resta musicale e con persino un tocco esotico: è lo stesso che, in poco tempo, viene ripresa anche dalla chitarra distorta, e poi dal riff che esplode quando il tutto entra nel vivo. Abbiamo allora un pezzo vorticoso, esplosivo, di gran potenza, ma che non lascia da parte la melodia, sempre avvolgente, che dà al tutto un tocco di malinconia. È quello che poi viene fuori con forza nella lunga apertura più lenta al centro: ha una serenità particolare, nostalgica e triste, e non risulta aggressiva a dispetto dello scream rabbioso di Jackson. Prosegue a lungo su questa falsariga (in effetti, occupa buona parte della canzone), con alcune variazioni, in fatto di ritmo e di melodie che però di norma non ne disturbano l’aura particolare. Solo di tanto in tanto il tutto diventa tempestoso, con venature da black metal più classico: anche questi passaggi si integrano bene nella struttura; lo stesso vale per a frazione di tre quarti, la più macinante e rabbiosa del brano. Sono tutti arricchimenti che aiutano a rendere movimentato e interessante un pezzo che lo è già di suo: parliamo di uno dei picchi assoluti dell’album che apre! La successiva Death is Peace si mostra subito arrembante, con un riffage trionfale, maschio, quasi da black metal epico. Poi però la musica cambia strada verso una norma più lenta e mogia: il riffage è oscillante e insieme ad alcuni bei lead che spuntano qua e là e allo scream sofferente creano una gran tristezza, calda e avvolgente. Ciò si mantiene anche quando la norma comincia a evolversi e ad accelerare: diventa sempre più vorticoso fino a ritrovarsi in frazioni macinanti, col blast beat ma anche chitarre melodiche che creano un atmosfera infelice, quasi lancinante. Un po’ della potenza iniziale torna solo nella frazione sulla trequarti, potente e che mostra invece un lato più gelido della musica di Void Ritual. Ma dura poco, prima che le melodie tornino a fluire con forza, per una frazione che unisce quanto di buono sentito fin’ora in una fuga drammatica, preoccupata, prima di ricollegarsi alla falsariga di base. Nel complesso, abbiamo un altro grandissimo brano, inferiore giusto di un pelo alla precedente (e anche alla successiva)!

The Howling Darkness si stacca da quanto sentito fin’ora: già all’inizio mostra un riffage truce, rabbioso, di gran oscurità. È quello che regge strofe dinamiche e gelide, non troppo veloci ma blasfeme e aggressive al punto giusto. Ma nella sua evoluzione la musica lo diventa ancora di più: bridge martellanti, vorticosi come da norma del black classico confluiscono presto in ritornelli ancor più esasperati e ansiogeni, con melodie lugubri e una grande urgenza, quasi schizofrenica. Lo stesso vale per il pezzo in sé, che spesso cambia in maniera repentina: spuntano così stacchi allineati alla frenesia del resto, in una corsa a perdifiato che non si arresta quasi mai per buona parte del pezzo. Accade davvero solo nel finale, che all’improvviso si spegne: abbiamo allora una lunga coda lenta, arcigna, con un riffage quasi doom, che guadagna in oscurità quanto ha perso in velocità. È perciò una chiusura appropriata per un pezzo di altissimo livello: proprio per questo, nonostante la differenza col resto di Death Is Peace, riesce lo stesso a non stonare, e a risultare addirittura tra i suoi picchi! È quindi il turno di A Sunless Dawn, in cui Void Ritual torna a qualcosa di più in linea col suo stile precedente: sin da subito, per quanto vorticosa con la doppia cassa della batteria, la musica è calda e melodica. Merito di un fraseggio ossessivo, che a lungo regge la canzone, seppur con tante variazioni: a tratti il ritmo è più lento e il clima più accogliente, mentre altrove si fa più veloce e aggressivo, ma senza perdere la profondità emotiva. Questa anzi in una certa misura è sempre presente, specie al centro, lacrimevole e anche ricercato, quando spunta un assolo addirittura di pianoforte (!) sulla base black melodica. Subito dopo il pezzo comincia a cambiare: diventa ancora più tranquillo e malinconico, ma poi  svolta su una norma più dura, quasi fredda. È un’alternanza che va avanti un paio di volte prima di ricondurci di nuovo alla norma di base: nel complesso, è una parte centrale di altissimo livello. Ma anche il resto non è da meno: abbiamo un altro pezzo eccezionale, a poca distanza dai picchi del disco!

In the Depths esordisce calma, con una chitarra e una lieve base ambient, per un effetto misterioso, crepuscolare, ma non troppo lugubre. Lo diventa solo poi, quando ci ritroviamo all’improvviso davanti a un muro di suono, potente e cupo, che lascia da parte il lato più caloroso del progetto americano per aggredire con forza. La norma mantiene la stessa natura anche quando le melodie tornano: sono dissonanti e riescono nel compito di rendere la musica più profonda e al tempo stesso più inquietante. Ma la tenebra ogni tanto si scioglie, quando il pezzo vira su una norma sempre abbastanza tesa e potente, ma con una gran malinconia, di gran impatto. Sono oasi di pace che però presto si squarciano, con l’arrivo in scena di strane frazioni tutte in levare, quasi folk nel ritmo: pur essendo molto movimentate, non evocano però allegria, ma anzi una depressione forte, lacerante. All’interno della breve durata del pezzo, questa progressione si ripete due volte; nella seconda, però, invece di aprirsi, il tutto si fa ancora più estremo e rabbioso, con lo scream feroce di Jackson e ritmiche glaciali. È però un finale adatto per un pezzo così: se in Death Is Peace risulta addirittura il pezzo meno bello e perde il confronto con gli altri, è ancora di ottima qualità, di sicuro ben lontano dall’essere un mero riempitivo! A questo punto, nel disco c’è rimasto spazio solo per Loss (Pt. I), che comincia lenta, decadente, con una melodia dimessa, ma al tempo stesso eterea, non opprimente. È la stessa che torna a tratti lungo il pezzo in una forma più dinamica, per dei momenti quasi calmi: lo risultano ancor di più a causa del contrasto con frazioni invece molto pestate. Spuntano qua e là e sono vorticose, potenti, cupe, pur non mancando di melodia: è presente nella loro natura ondeggiante e nel semplice accordo che seguono, quasi da ballad. L’alternanza va avanti fin quasi a metà, quando spunta una frazione più estroversa ma sempre infelice: introduce a sua volta un lungo passaggio che per quanto convulso si rivela disperato, di retrogusto quasi depressive black. È l’inizio di un viaggio tortuoso, che ci porta poi a una norma ancor più convulsa con però un clima caldo, dato dal comparto melodico sempre di altissimo livello. Esso pian piano prende il sopravvento,mentre il pezzo comincia a perdere progressivamente di velocità, fino a un finale lenti e di retrogusto doom, depresso ma in una maniera calorosa, accogliente. È il la grande conclusione di un brano lungo e complicata, ma sempre eccezionale: l’ultimo grande fuoco d’artificio, insomma, di un lavoro breve ma davvero di grande intensità!

Per concludere, nonostante la sua brevità Death Is Peace si rivela un piccolo gioiello nel suo genere. Certo, forse con un paio di pezzi sullo stesso livello in più poteva essere ancora migliore, e forse persino puntare alla perfezione. In fondo però chi se ne importa: magari ci si dovesse sempre accontentare di dischi così belli! Ecco perché, se ami il black metal melodico è una delle uscite più interessanti per te quest’anno; ma sono convinto che potrebbe piacerti anche se apprezzi solo l’incarnazione più classica del genere.

Voto: 92/100

Mattia

Tracklist:

  1. Given unto the Water – 06:18
  2. Death Is Peace – 05:51
  3. The Howling Darkness – 04:33
  4. A Sunless Dawn – 04:15
  5. In the Depths – 04:38
  6. Loss (Pt. I) – 06:33
Durata totale: 32:08
 
Lineup:

  • Daniel Jackson – voce, tutti gli strumenti
Genere: black metal
Sottogenere: melodic black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Void Ritual

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