Æxylium – Tales from this Land (2018)

Per chi ha fretta:
Col full-length d’esordio Tales from this Land (2018), i varesini Æxylium si confermano la band promettente già sentita nell’EP The Blind Crow (2016). Rispetto al passato, i lombardi si mostrano già più maturi: il loro folk metal ora ha più sfaccettature e più influenze, che vanno dal power al metal estremo, e risulta ancora più fresco. Soprattutto però il loro punto di forza è un bel songwriting e una grande cura per i brani, che consentono loro di variare la formula bene a livello musicale ed evitare di suonare ripetitivi. È il segreto che consente alla scaletta di essere efficace, con grandi zampate come la dinamica Black Flag, l’infelice My Favourite Nightmare, la nostalgica Tales from Nowhere, la festosa Revive the Village, la preoccupata The Blind Crow e la scatenata Radagast. E se un po’ di omogeneità condiziona le atmosfere dell’album, non è un gran problema: gli Æxylium devono ancora maturare un po’, ma Tales from this Land è già un ottimo disco!

La recensione completa:

“Promettenti”: così definivo gli Æxylium, nella recensione del loro EP The Blind Crow nel febbraio 2017. Da allora è passato più di un anno e mezzo, e nel frattempo questa band di Varese non ha certo poltrito.  Risale allo scorso giugno il loro sulla lunga distanza Tales from this Land: un album che dimostra come ci avessi visto giusto allora! Rispetto all’EP, qui gli Æxylium sono maturati sotto ogni punto di vista: la loro strada non è ancora conclusa, ma i passi che hanno fatto sono da gigante. Lo si sente bene dallo stile, che in Tales from this Land è più sfaccettato: gira sempre intorno al folk metal, ma ora ha molte più influenze. Non c’è solo il power – che adesso incide meno, specie nei pezzi nuovi: a tratti spuntano anche influssi più estremi; soprattutto, ora non si rifanno più solo alla musica celtica, ma prendono da diverse tradizioni, per esempio dal folk nordico. Smarcandosi dagli Elvenking e dal celtic metal, che erano i punti di riferimento di The Blind Crow, gli Æxylium hanno trovato una personalità più spinta: il loro stile non sarà il massimo dell’originalità, ma suona fresco e mai trito. In più, i varesini ci mettono delle ottime doti compositive: sono bravi per esempio a variare la formula rimanendo sé stessi, senza che il tutto suoni troppo sconnesso. Di conseguenza, Tales from this Land è molto lontano dal tipico album metal di oggi, in cui si fa fatica a distinguere un pezzo dall’altro: quasi tutti anzi hanno una loro personalità, e in generale si sente la cura con cui gli Æxylium li hanno realizzati. Lo stesso si ritrova nella registrazione, molto migliore rispetto al passato: è un po’ grezza ma per il resto risulta professionale, ben fatta, e valorizza bene anche i tre pezzi ri-registrati dall’EP. Tuttavia, come accennavo all’inizio, la band lombarda ancora deve maturare un po’: lungo Tales from this Land è presente anche qualche sbavatura e qualche ingenuità. Su tutte, spicca il fatto che a livello di atmosfera le loro canzoni non sono varie come a livello melodico, e a tratti gli Æxylium suonano un pelo monotoni – seppur di solito la loro musica funzioni da questo punto di vista. Ma in realtà non è un gran difetto: pur avendo ampi margini di miglioramento, i varesini hanno già le idee chiare e un’ottima consapevolezza dei propri mezzi. Ed è questo a rendere Tales from this Land un lavoro già di alto livello!

Prelude to a Journey è la classica introduzione strumentale di rito: qualche suono d’ambiente, quindi spuntano le melodie malinconiche del pianoforte e del flauto. Poi però la musica comincia a crescere, prima con delle orchestrazioni che portano un po’ di movimento nell’ambiente, presto raggiunte dall’elemento metal in una frazione movimentata e brillante, ma con anche un po’ di oscurità. È quella che prende il sopravvento nella seconda parte, più convulsa e potente, con persino qualche accenno black metal nel riffage (!). Ma toccato un apice, quest’aura poi torna ad aprirsi: il finale è una progressione malinconica in cui dominano il violino di Federico Bonoldi e i flauti di Gabriele Guarino, finché non si ritorna all’origine. Nel complesso, pur essendo solo un preludio (per quanto lungo oltre due minuti e mezzo) è già un pezzo vario e significativo: non poteva esserci un avvio migliore per il disco! Black Flag entra quindi nel vivo subito con la sua urgenza e la sua base power accoppiate però a melodie nostalgiche, in un connubio che avevo molto apprezzato già in The Blind Crow. Sia questa impostazione che l’aura tornano con ancor più convinzione nei ritornelli, preoccupati ma catchy, grazie all’aggiunta dei cori e della bella prestazione espressiva del cantante Steven Merani. Più dirette sono invece le strofe, quasi brillanti col loro riffage quasi heavy metal classico, che esplode alla grande e si propone abbastanza spoglio, ma si integra bene nel resto. La traccia si muove su questo dualismo per quasi tutta la sua (breve) durata: a parte un paio di momenti vorticosi e pestati che sintetizzano le due anime e una bella parte solistica, di gran spessore emotivo, non c’è altro. Ma la semplicità non è un problema: abbiamo da subito uno dei pezzi topici di Tales from this Land! La successiva Into the Jaws of Fenrir si avvia malinconica, un atmosfera creata soprattutto dai giri di Bonoldi, dietro a cui vanno le tastiere e i flauti. Poi però gli  Æxylium cambiano strada in maniera radicale e ci stupiscono con una frazione rabbiosa: il ritmo è veloce, il riffage ricorda il melodeath, e anche la voce è un growl basso e raspato. Questo però dura poco, perché i ritornelli tornano ad aprirsi con intensità emotiva, ben evocata da cori tristi ma catturanti, che colpiscono bene. Tuttavia, anche il resto non è da meno: sia i già citati momenti più estremi che quelli grintosi ma con una certa melodia di norma sono validi. Ogni tanto però il pezzo tende a perdere di carica e di dinamismo in maniera eccessiva: succede in particolare al centro, con la lunga frazione che a tratti funziona, ma altrove suona un po’ moscia. È però l’unico difetto di un brano tutto sommato buono, che risulta il meno bello del disco solo per la qualità di ciò che ha attorno!

A questo punto è il turno di Æxylium, che parte un flauto di sapore celtico, molto malinconico; quando entra nel vivo, però, diventa più allegra e movimentata. Lo sono per esempio le strofe, veloci e dirette: quasi festose, hanno un bell’incedere, seppur confluiscano poi in bridge più ombrosi. La vena espressiva torna fuori nei ritornelli, brevi ma fulminanti con la loro aura crepuscolare e una certa preoccupazione, il che li rende ancor più d’impatto. Ottima anche la frazione centrale, in cui la parte del leone la fanno gli assoli di Fabio Buzzago, quasi classici: sono una vera rarità nel folk metal, ma di certo non stonano. Non c’è altro nei due minuti e mezzo della traccia, una durata così ridotta da farla sembrare incompleta: a parte questo però è un ottimo pezzo, pieno di buoni spunti, e che non sfigura in Tales from this Land. È però un’altra storia con My Favourite Nightmare, che ancora una volta mostra il lato emotivo degli Æxylium, ben rappresentato dal tappeto di strumenti folk, molto avvolgente e quasi poetico. È una frazione che nei ritornelli viene arricchita dal duetto tra Merani e i cori, che danno al tutto un effetto ancor più sentito, un pathos che penetra con gran forza. Ma le strofe non sono da meno, pur nella loro diversità: il riffage di base, di stampo quasi thrash ma spezzettato e strano, con una nota quasi prog, suona aggressivo e potente, oltre che molto cupo. C’è però spazio anche per un bel tocco profondo, dato sempre dai soliti abbellimenti folk che gli danno una marcia in più e creano un bel contrasto. Ottima anche la parte centrale, delicata ed elegante coi suoi toni leggeri e le sue belle melodie: anch’essa contribuisce bene a un pezzo meraviglioso, uno dei picchi assoluti del disco! Un breve intro ambient, etereo e dilatato, poi Banshee parte con un piglio nervoso, dato dalle orchestrazioni ossessive del tastierista Stefano Colombo. Ciò confluisce presto in una base più distesa e malinconica, in cui i varesini dimostrano ancora una gran capacità di evocare nostalgia: è una norma che, pur in diverse forme, torna lungo il pezzo, sempre ben arrangiato e composto. Si alterna però con momenti abbastanza duri, di stampo thrash/death, potenti e rabbiosi col growl di Merani in primo piano e melodie oscure a fargli di contorno. Anche stavolta però le due parti si uniscono bene, in un continuum con pochi spigoli e un contrasto riuscito, specie nei momenti in cui le due anime si mescolano. È il caso dei refrain, che mantengono il growl ma sono molto melodici e avvolgenti. Funziona inoltre la variabilità della struttura, che non si limita a quella classica: aiuta a rendere più interessante un pezzo che non spicca molto nella scaletta, ma tutto sommato risulta buono.

Tales from Nowhere prende vita da un preludio placido e di gusto medioevale, che però dopo pochi secondi cambia verso: ci ritroviamo allora in un pezzo cavalcante, evocativo, che ricorda addirittura i primissimi Rhapsody. È un esordio di carattere molto dinamico, orientato al power metal, ma poi la direzione cambia: le strofe sono un po’ più distese, ma rimangono ancora dirette; lo stesso vale per i bridge, che recuperano la dimensione iniziale. Poi però i ritornelli si aprono ancora, e tornano a quella forte nostalgia di stampo melodico che gli Æxylium ci hanno già fatto sentire più volte lungo Tales from this Land. Il risultato tuttavia non sa di già sentito: l’aura è incisiva al massimo, come del resto in tutto il pezzo, ben avvolto nella sua preoccupazione. Stavolta inoltre la struttura è semplice: queste tre parti si alternano lungo quasi tutto il pezzo, a eccezione della frazione finale: comincia con una frazione sognante e lieve, col ritorno del flauto iniziale accoppiato a un carillon a creare un’atmosfera quasi fantasy. È la stessa che permane anche quando torna il metal, con un bell’assolo, molto intenso, e arrangiamenti che rendono l’ambiente un pelo più oscuro, ma senza far venir meno il suo mood. Esso anzi permane anche nei momenti più duri, in cui le ritmiche graffiano di più: anch’essi si integrano bene in un gran bel pezzo, forse non tra i migliori del disco ma nemmeno troppo distante. Con la seguente Revive the Village, il clima cambia già dall’attacco della cornamusa iniziale: è la guida su cui poi si sviluppa una norma allegra, animata e festaiola. Sulla stessa linea si muove anche la traccia vera e propria, che alterna strofe e ritornelli con urgenza: le prime sono più spoglie e lineari, mentre i secondi si rivelano più catchy ed estroversi. Entrambi però  mantengono la stessa vitalità, e non cambiano poi di molto: più che altro, il tutto è un fluire continuo, intervallato solo di tanto in tanto da stacchi in cui si mettono in mostra il basso di Gabriele Cacocciola o la batteria di Matteo Morisi. Di norma sono brevi, e aiutano il pezzo a respirare, a lanciare la nuova fuga successiva: a volte però sono più lunghi, ma sempre sereni e senza mai un’ombra oscura. Quella ogni tanto aleggia vagamente solo sulla falsariga di base, ma giusto per brevi frazioni: tutto il resto rimane brillante e coinvolgente il giusto. Così, abbiamo un pezzo davvero coinvolgente, semplice ma eccezionale e mai noioso nei suoi tre minuti: com’era un picco nell’EP, lo è anche qui!

L’intro di The Blind Crow, molto ricercato e soft, può quasi sembrare sereno, ma poi dall’attacco degli archi e delle ritmiche di chitarra la malinconia che gli Æxylium ci hanno proposto in Tales from this Land torna. È una sensazione che si mantiene sia nelle frazioni più power che quando il pezzo si apre e rallenta. Alla prima norma appartengono sia i preoccupati bridge che i chorus, quasi sognanti nel loro tono negativo: movimentati e malinconici, colpiscono a dovere. Più lente sono invece le strofe, tristi ma piuttosto potenti specie quando le ritmiche si induriscono, con addirittura un retrogusto metalcore (!) – o quando assumono un anima power più in linea col resto. Degni di nota anche la parte centrale, con gli ottimi assoli di Buzzago, di grande malinconia, e il finale, soffice e tranquillo. Sono entrambi ottimi complementi per una traccia che ha guadagnato parecchio dal disco omonimo: risulta addirittura poco sotto al meglio dell’album! È quindi il turno di Judas’ Revenge: con l’attacco di chitarra folk e i flauti, può quasi sembrare una ballad, ma poi inizia ad addensarsi e a farsi più incisiva. Ci ritroviamo presto in una frazione vorticosa ancora di influsso power con una melodia ancora azzeccata e un impatto emotivo assoluto; poi però i varesini prendono un’altra strada. La struttura parte da strofe potenti, con persino un vago sentore punk nei riff di Roberto Cuoghi, che pian piano derivano da un’essenza diretta verso una maggior preoccupazione, fino ad arrivare a strani chorus: con a tratti fisarmoniche brillanti, di norma però sono oscuri. La notizia vera è che stavolta non catturano come altrove: rimangono un po’ fiacchi, e risultano il momento peggiore del pezzo. Per fortuna, il resto funziona: la norma intrattiene bene, ma il meglio sono le variazioni. Ottime in tal senso sia l’assolo centrale, sofferto, quasi lancinante, sia il finale, in cui la tensione finalmente si scioglie in un passaggio che riprende l’inizio in chiave festosa e liberatoria. Sono il meglio di un pezzo che pur non facendo gridare al miracolo si rivela molto buono. Tuttavia, è un’altra faccenda con la conclusiva Radagast, che dopo un inizio misterioso vira su una norma animata e allegra, ma non frivola. Da un lato, la norma principale, col ritmo in levare e i giri scatenati della fisarmonica sono il massimo del divertimento; lo stesso vale per le strofe, più lineari e dirette ma per il resto in linea con l’aura generale. Le sezioni più aperte, come i ritornelli, hanno però qualcosa di più: non sono mai cupi né tristi, ma hanno uno spirito evocativo, a tratti persino epico, che li rende più profondi. Ottimo anche il passaggio centrale, un breve momento diviso a metà tra ritmiche possenti e melodie folk eteree. È una frazione diversa, ma ben inserita in un pezzo splendido in toto: l’album si conclude insomma con l’ultimo dei suoi picchi assoluti!

Per concludere, Tales from this Land è un album di alta qualità, con alcune zampate splendide che già da sole valgono l’acquisto e poche sbavature. Certo, è vero che gli Æxylium possono fare ancora di meglio: quando abbandonano la malinconia comune a molti pezzi vanno sempre alla grande. Se in futuro riusciranno a rendere le atmosfere più varie e piene di sfumature, potrebbero fare meraviglia; in fondo però per ora ci si può accontentare così. Ecco perché, se ti piace il folk metal di stampo più moderno e lontano dal metal estremo, la band di Varese ti è consigliata con calore!

Voto: 83/100

Mattia
 
Tracklist:

  1. Prelude to a Journey – 02:35
  2. Black Flag – 03:27
  3. Into the Jaws of Fenrir – 03:55
  4. Æxylium – 02:29
  5. My Favourite Nightmare – 04:30
  6. Banshee – 03:47
  7. Tales from Nowhere – 04:46
  8. Revive the Village – 03:07
  9. The Blind Crow – 04:26
  10. Judas’ Revenge – 04:46
  11. Radagast – 04:30
Durata totale: 42:18
 
Lineup: 
  • Steven Merani – voce
  • Fabio Buzzago – chitarrasolista
  • Roberto Cuoghi – chitarra ritmica
  • Stefano Colombo – tastiere
  • Federico Bonoldi – violino
  • Gabriele Guarino – flauti
  • Gabriele Cacocciola – basso
  • Matteo Morisi – batteria
Genere: folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Æxylium

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