Second to Sun – The Black (2018)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Black (2018) è il quinto album dei Second to Sun, band russa attiva dal 2011.
GENEREUn black metal già personale di suo, grazie al cantato di Gleb Sysoev e alla sua varietà. In più, ci sono inusuali rinforzi groove metal e svariati elementi che portano lo stile del gruppo addirittura verso l’avant-garde.
PUNTI DI FORZAUna grande maestria nel mescolare le tante influenze in un risultato incisivo per atmosfere, impatto e melodie, uno stile originale, una grande varietà interna. In più, doti tecniche adeguate, una registrazione perfetta: contribuiscono anch’esse a una scaletta senza punti forti e con molti picchi.
PUNTI DEBOLIUna durata un po’ ridotta, qualche sbavatura – ma niente di davvero incisivo.
CANZONI MIGLIORIThe Wall (ascolta), Chokk Kapper (ascolta), Vasilisa (ascolta), Region 13 (ascolta), The Fool (ascolta)
CONCLUSIONIThe Black si rivela un capolavoro originale e grandioso, da scoprire a tutti i costi sia per i fan del black metal tradizionale come quelli più aperti verso altre sonorità
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Bandcamp 
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | Facebook | Instagram | Bandcamp | Youtube | Spotify | VK | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
94
COPERTINA
Clicca per aprire

Il black e il groove sono due tra le correnti del metal più distanti tra loro: non è un caso se, in un genere in cui la contaminazione è all’ordine del giorno, nessuno si sia mai cimentato nell’unirli. O almeno, così credevo anche io fino a pochi mesi fa, quando mi sono imbattuto nei russi Second to Sun, che fanno proprio questo, e per giunta lo fanno bene. È quel che dimostrano per esempio in The Black, quinto album di una carriera iniziata appena nel 2011 ma molto prolifica. Come accennato, lo stile al suo interno è davvero unico: già la base è un black metal molto personale, con molte sfumature che i Second to Sun scambiano con facilità. All’interno di The Black si passa spesso dalla malinconia alla ferocia, da belle melodie a ritmiche graffianti; in più, lo scream urlatissimo ed estremo di Gleb Sysoev da al tutto un tocco di personalità in più. Ma la differenza vera la fanno i rinforzi groove metal presenti in molti riff, che rendono il tutto più roccioso e d’impatto. In più, i Second to Sun schierano tante altre influenze: tra strutture schizofreniche e influssi che vanno dal post-rock al metalcore, passando per il metal classico e l’elettronica, il tutto spesso deriva con forza verso l’avant-garde. Il bello di The Black è però di non essere affatto un’accozzaglia di elementi alla rinfusa: al contrario, la band di San Pietroburgo ha studiato ogni dettaglio a meraviglia per incastrarsi col resto. Il risultato è un connubio molto sfaccettato ma coeso, che non incide solo per originalità e freschezza, ma anche per atmosfere e melodie. Ogni pezzo possiede le proprie, nonché una personalità ben definita: del resto i Second to Sun sanno bene come non perdersi nell’omogeneità che affligge tanti oggi. A tutti questi elementi si possono unire anche il grande spessore di tutti i membri dal punto di vista tecnico e una registrazione perfetta, affilata come un rasoio ma senza perdere la carica selvaggia tipica del black. E poco importa se ogni tanto la band perde il filo o se c’è qualche sbavatura: sono poca roba in confronto ai tanti pregi di The Black, che anche per questo risulta un grandissimo lavoro!

La opener Ladoga Master spiazza fin dai primi secondi: l’intro non è altro che il celebre jingle della 20th Century Fox, riletto da percussioni dissonanti e da una chitarra volutamente stonata, fuori tempo. È una scelta particolare, estraniante: non che il resto sia da meno, però. Quando entra nel vivo, infatti, per i primi secondi ci ritroviamo in un quadrato pezzo thrash/groove metal: più avanti però la musica fugge. È una caotica progressione che mescola il groove con pulsioni black violente al massimo, una tortuosa fuga che macina per qualche minuto e progredisce quasi schizofrenica, prima di ritrovare una melodia. Succede quando il suono di quello che sembra un flauto si sovrappone a una base più distesa, per poi rimanere in solitaria: la frazione finale, al netto di uno scoppio ancora black/groove al centro è molto espansa, delicata, malinconica. Si conclude così un pezzo molto breve ma già significativo e ottimo – per quanto il meglio debba ancora venire! Lo si può sentire subito con The Wall, che comincia anch’essa in maniera particolare: l’inizio è quadrato e semplice, può quasi ricordare l’avvio di una canzone power metal – a eccezione dello slap del basso del mastermind Vladimir Lehtinen, che le dà un tono diverso. Ma è nulla in confronto a ciò che esplode poi: ci ritroviamo presto in un caos alienante al massimo, tra un riffage groove/post-hardcore cadenzato e melodie raggelanti di tastiera (o forse è una chitarra iperdistorta?), che danno al tutto un tono fuori dal mondo. Poi il pezzo torna a qualcosa di più “umano” con lunghi tratti di gran potenza, sia nelle ritmiche gravi che nelle dissonanze e nello scream, che tornano verso il black. Ma pian piano la freddezza comincia a dissiparsi, finché la musica non si apre per refrain che restano aggressivi grazie a Sysoev, ma per il resto sono avvolgenti, malinconici, armoniosi, quasi sognanti. La norma inoltre è tortuosa: pur rimanendo sempre gelida, a tratti si fa più atmosferica e minacciosa, mentre altrove riprende le influenze più pesanti dei Second to Sun. E, sulla trequarti, tornano gli strani suoni sentiti all’inizio, per quanto stavolta in una maniera più preoccupata, quasi depressa. È un altro bell’elemento per una traccia tortuosa e complessa ma piena di passaggi memorabili: è quello che le serve per essere tra i pezzi più belli di The Black!

Un breve intro d’ambiente con lo scoppiettare di un fuoco, poi ci ritroviamo subito all’interno di Chokk Kapper, che in rapida serie mostra subito le sue due anime. La prima è più fredda, di orientamento black metal classico, almeno all’inizio: nel proseguo del pezzo però si trasforma, assumendo influssi groove metal o anche metalcore. Il brano si muove spesso su questa falsariga, attraverso vari passaggi: alcuni sono rabbiosi, di indirizzo black con una vaga nota atmosferica e sinfonica, altrove invece puntano più sull’impatto, con riff grassi e altri da puro breakdown. La seconda anima invece è placida, con delle tastiere che creano un ambiente lontano, spaziale, persino sereno: è quella che pian piano prende il sopravvento. Se all’inizio si ripropone nei ritornelli, più cupi e tempestosi, nonostante la melodia, pian piano, le tastiere rendono il tutto più melodico. Nel finale si allineano così un bel momento cosmico, con persino una sua delicatezza nonostante il riff potente, uno più cupo, ma dominato dalle tastiere sinfoniche e un finale in cui esse rimangono da sole in scena. È un passaggio splendido per una traccia che lo è altrettanto: non è tra i picchi del disco, ma solo per un pelo! La successiva Vasilisa parte da un altro preludio ambientale, stavolta con l’ululato di un lupo e suoni di passi in una foresta, dentro cui penetra una melodia strisciante ma a suo modo calma. È però una falsa premessa visto che all’improvviso ci ritroviamo in un muro di suono fitto, impenetrabile: a tratti è veloce e frenetico, ma anche quando rallenta è mastodontico e potente. Le sue uniche aperture sono i refrain, distesi anche a livello di atmosfera: l’aura estrema e feroce si dirada un po’, per presentare una melodia post-rock dolce, mogia – seppur la potenza del resto rimanga. Per gran parte della sua breve durata, la traccia si muove su queste due coordinate: fa eccezione il finale, una progressione che per un attimo unisce le due norme del pezzo e poi confluisce su un passaggio oscuro, abissale, con un riffage pesante come un macigno e suoni lontani, quasi industrial. Ma è un finale adeguato per un altro pezzo di altissimo livello, sempre lontana di un’incollatura al meglio di The Black!

Con Region 13 i Second to Sun mostrano un nuovo lato di sé, più melodico e aperto. Un breve passaggio dissonante, poi la musica si apre subito, per una frazione semplice, sognante, di grande malinconia. È la base anche dei chorus, a cui si aggiunge lo scream di Sysoev, ma senza aggredire: il cantante anzi aggiunge loro un tono quasi sofferto, che ben si sposa con la mogia aura generale. Le strofe sono invece un po’ più dure, ma anche lì è sempre una grande melodiosità a dominare, nelle tastiere lievi di sottofondo e in alcune ritmiche che ricordano addirittura l’heavy metal classico (!). Correda il tutto una frazione centrale divisa a metà tra un lungo stanco ambient, crepuscolare ma sereno, delicato, e un passaggio che ne riprende l’aura e le melodie in maniera metal, ma resta sempre dolce, avvolgente, disperato. E anche nel momento che segue, più rabbioso e orientato al black, quest’anima non viene meno: è in generale il punto di forza di un altro dei picchi assoluti del disco! È quindi il turno di The Fool: parte da una chitarra molto effettata – o forse è addirittura un mandolino – sopra a effetti inquietanti e voci urlanti (sembra quasi che dicano “aiuto” in italiano, ma non ci metto la mano sul fuoco!). È più o meno la stessa che prosegue quando il pezzo entra nel vivo: per qualche secondo è melodico e lugubre, anche se poi diventa più dissonante, tagliente come la lama di un rasoio. Ogni tanto però tornano le influenze precedenti: sono lunghe frazioni potenti, col solito piglio groove metal, ma in cui dominano soprattutto le melodie della chitarra effettata. Le due anime, con le rispettive variazioni, si alternano varie volte lungo il pezzo, avvolgendolo tutto di un’aura non solo sinistra al massimo, ma anche fuori dal mondo, disumana, gelida: solo a tratti si cambia strada. Succede per esempio nei momenti di pausa: alcuni sono aperti e ambient, altri più potenti, ma malinconici e con una punta di calore. Di solito però durano poco, prima che una nuova frazione fredda e spaventosa torni in scena, colpendo con la forza di un pugno; in effetti, in qui spicca l’abilità dei Second to Sun nell’impostare fraseggi e strutture complesse senza dar fastidio. Lo si sente bene alla fine, l’unico momento davvero melodico del pezzo, con la sua tastiera lontana, malinconica, che sa di sconfitta: va avanti a lungo su una base a volte più pestata, ma tutto sommato lineare, semplice. Nonostante la differenza, si unisce bene a un pezzo lungo oltre sette minuti ma mai banale né noioso, l’ennesimo capolavoro di una scaletta eccezionale!

A questo punto, il disco è giunto all’ultimo brano, Mrakobesie, lungo e suddiviso a sua volta in quattro tracce. La prima, intitolata Divine, parte da una breve schitarrata, quasi rock: ma è un falso preludio, prima che la musica divenga martellante, potente. È l’inizio di una progressione ossessiva, giocata tutta in velocità, seppur non sia monotona: merito dello scambio tra passaggi più espansi, da black atmosferico, e altri più strani e stridenti, da groove/metal moderno, che rallentano un po’. Lo stesso fa poi la traccia stessa, che a tratti lascia da parte il blast beat di Theodor Borowski: l’urgenza è però palpabile anche nei tratti più rallentati, con un riffage quasi angoscioso sempre in primo piano. Aiuta l’effetto anche la tastiera in sottofondo e i vari effetti di chitarra che si intrecciano spesso, fino a prendere il sopravvento, per una coda di puro noise rock. È il preludio all’arrivo della seconda Letter, che inizia con un intro ancora di effetti (sembrano addirittura delle vuvuzelas!) che solo dopo qualche secondo cresce in un preludio di chitarra pulita, echeggiante. Ma i toni sono ancora parecchio espansi, e lo rimangono anche quando la chitarra distorta entra in scena: quella precedente rimane a lungo su una norma espansa, vagamente doomy, spesso quasi confusionaria. Solo al centro si accelera, per frazioni però del tutto strumentali: non troppo veloci, risultano alienanti, e in linea con l’atmosfera estatica e stupefatta del resto. è la natura dell’intero frazione, che torna a una forma meno estraniata solo all’arrivo della terza parte, Hunger: introdotto da un intro spaziale, fantascientifico, torna dopo poco a esplodere con cattiveria e tipiche dissonanze black. Ma ciò dura poco, perché presto i Second to Sun tornano su territori dilatati, per un finale di grande nostalgia, quasi lancinante, lacrimevole: Sysoev urla ancora di più, ma sono urla disperate, sopra a melodie che lo sono altrettanto. È la frazione più breve di questo Mrakobesie ma anche la più significativa, prima dell’arrivo di MK-ULTRA RU, con cui The Black si conclude. Al contrario delle altre, è un pezzo black metal registrato volutamente male, che ricorda certi demo d’annata, e in cui la personalità dei russi si sfalda. Ma non è un problema: per quanto spiazzante, è un finale adeguato, anche per il fatto che le dissonanze e l’atmosfera malata e oscura al massimo che si respira danno i brividi. È anche il finale di una traccia che presa nelle sue quattro parti è la meno bella in del disco che chiude: nel complesso tuttavia è buona e ha dei passaggi davvero ottimi: non rovina granché quando di buono sentito in precedenza!

Se proprio vogliamo andare a trovare il vero difetto di The Black, è la sua brevità: sono solo sette canzoni per una durata che non raggiunge i quaranta minuti. Per fortuna che i Second to Sun sono prolifici: tra giusto un paio di settimane uscirà il loro prossimo album The Walk, il secondo quest’anno – e posso preannunciare già ora che tra qualche mese verrà recensito sempre su queste pagine. Nell’attesa, il mio consiglio è di scoprire The Black: è un capolavoro grandioso, che può piacere ai fan del black tradizionale come a quelli più aperti verso altre sonorità. Se lo sei, corri a recuperarlo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ladoga Master02:57
2The Wall04:51
3Chokk Kapper03:33
4Vasilisa04:11
5Region 1304:03
6The Fool 07:12
7Mrakobesie pt. 1: Divine03:27
8Mrakobesie pt. 2: Letter02:49
9Mrakobesie pt. 3: Hunger01:53
10Mrakobesie pt. 4: MK-ULTRA RU02:14
Durata totale: 37:10
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Gleb Sysoevvoce
Vladimir Lehtinenchitarra e basso
Theodor Borovskibatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Clawhammer PR

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento