Solar Fragment – In Our Hands (2011)

Per chi ha fretta:
Rispetto a tanti gruppi nel loro genere, i tedeschi Solar Fragment sono un gruppo originale, come dimostra il loro secondo album In Our Hands. Pur rimanendo fedeli ai canoni del genere, il power metal della band viene integrato da varie influenze – soprattutto dallo speed power primigenio dei Blind Guardian, ma anche da generi più lontani. Tuttavia il punto di forza della band è la capacità di creare melodie vincenti: è il segreto di grandi pezzi come la sentita title-track, la melodiosa Inside the Circle, la lacrimevole Race the Seas e la tradizionale Come Hell or High Water. Peccato solo che ogni tanto il disco soffra di omogeneità e soprattutto di un finale in calando, con alcune canzoni non al livello della prima parte: impediscono al disco di raggiungere un capolavoro in apparenza a portata di mano. Ma in fondo non importa: anche così, In Our Hands è un ottimo album, originale, di alto livello e ben sopra alla media del genere del periodo!

La recensione completa:
Senza dubbio, la Germania è la nazione cardine del power metal mondiale. L’incarnazione moderna del genere è nata proprio nel paese teutonico, che ha sfornato alcun tra i nomi migliori nella storia del genere, nonché un ampio stuolo di seconde linee di altissimo livello. E ha continuato a farlo anche in tempi recenti, come dimostrano per esempio i Solar Fragment. Nati a Dortmund nel 2004, dopo un demo l’anno seguente esordiscono nel 2007 col primo full-length A Spark of Deity. Dovranno passare altri quattro anni prima che il successore In Our Hands veda la luce sotto la nostrana Scarlet Records: ascoltando le sue tracce, però, si capisce che valeva la pena aspettare. Parliamo di un lavoro interessante a partire dallo stile, che aderisce ai canoni del power moderno ma in maniera personale e non scontata. I Solar Fragment tendono verso influenze dal power originale di origine speed e in particolare dai Blind Guardian, che sono un riferimento forte e costante lungo tutto In Our Hands. Ma la band non si limita a copiare in maniera sterile i suoi conterranei: al contrario, porta la lezione dei bardi di Krefeld in un ambiente più moderno e melodico. Il risultato è uno strano ibrido tra i due mondi, che però funziona alla grande, e risulta fresco, personale e quasi mai trito. Merito anche delle tante influenze che i Solar Fragment assumono nella propria musica: all’interno di In Our Hands si possono trovare venature folk, progressive e metal classico, ben integrate nello stile del gruppo. Ma il punto di forza assoluto dei tedeschi è la capacità di creare melodie vincenti: per buona parte del disco è proprio quello che succede, e il risultato sono tante belle canzoni, che colpiscono e si stampano della mente. Peccato solo che a tratti In Our Hands soffra di un po’ di omogeneità, con alcune melodie che si assomigliano tra loro, e della presenza di alcuni pezzi meno ispirati. È il difetto che fa mancare ai Solar Fragment un capolavoro che sembrava a portata di mano: in fondo però non importa, visto che anche così l’album riesca ad assestarsi su livelli ottimi.

Un breve intro del batterista Sascha Schiller e un coro che accenna alla melodia principale, poi ci ritroviamo subito all’interno del clima movimentato e veloce di In Our Hands. È una progressione di grande urgenza, che comincia subito con strofe veloci e convulse, ma anche piene di melodia, che conferiscono loro un tono malinconico. È lo stesso che si accentua nei brevi bridge, ancora molto pestati, e poi ancora nei refrain, invece lenti, accoglienti nel loro strano mood insieme mogio e trionfale, ben evocato dalle semplici ritmiche e dalla voce di Rober Leger – vicina a quella di Hansi Kürsch ma meno graffiante e più quadrata e melodica. Ottima anche la frazione centrale, in cui si accentua l’influenza heavy classico presente in molti fraseggi già lungo il pezzo: si esplica soprattutto nelle belle armonie che confluiscono in un grande assolo, lento e malinconico. È la quadratura di un ottimo cerchio, già tra i pezzi migliori dell’album che apre! La successiva With Empty Eyes comincia rutilante ed energica, tanto da poter sembrare quasi disimpegnata e leggera. Ma appena entra nel vivo i toni diventano molto crepuscolari: è quello che aleggia nelle due parti delle strofe, prima più espanse, quasi intimiste, per poi diventare più potenti e pestate, con la doppia cassa di Schiller spesso martellante. Qualcosa di più sereno torna in alcuni stacchi, ma sono brevi e spesso seguiti da ritornelli che ne spezzano l’illusione: evocano una gran sofferenza, calda e rassegnata, grazie anche alla melodia urlata dal frontman. È il momento più d’impatto di una traccia forse non eccezionale, ma che scorre bene: la parte principale è buona, e lo stesso vale per la frazione di centro, sia per quanto riguarda gli inizi melodici che per il seguente passaggio di assoli. Nel complesso il risultato non sarà tra i picchi di In Our Hands ma risulta lo stesso di ottima qualità! È quindi il turno di Inside the Circle: prende il via da una base vorticosa della sezione ritmica, poi raggiunta dalle chitarre e dalla voce del già citato cantante dei Blind Guardian, ospite dei Solar Fragment che così sottolineano ancor di più il loro debito stilistico. È l’inizio di una traccia che alterna in maniera repentini momenti più veloci, di marca speed power e altri invece molto accoglienti, con fraseggi a metà tra i bardi di Krefeld e un retrogusto folk. È a questa norma a cui si conformano anche i chorus, con ritmiche pesanti ma anche una melodia deliziosa, di grandissimo impatto, scandita dai due cantanti e dai cori: sono un passaggio davvero da urlo. In mezzo c’è anche spazio per strofe quadrate, potenti: sono abbastanza sottotraccia, ma servono bene allo scopo, e non stonano. Lo stesso vale ancor meglio per la parte centrale, una progressione che nasce da toni dilatati, con giusto echi di chitarra e solo il basso di Dominic Sewre come base. Cresce poi pian piano in qualcosa di più potente ed esplosivo, e passato un passaggio ancora dominato da Hansi, culmina in un bellissimo assolo. È la ciliegina sulla torta di un brano meraviglioso, una delle punte di diamante assolute del disco!

Come indica il titolo stesso, At the Harbor è un interludio che riempie quasi tutti i suoi cinquanta secondi di suoni “nautici”. Solo alla fine esce fuori una lontana chitarra pulita e la voce di Leger, che rapidamente si addensano, finché non ci ritroviamo in Race the Seas. I toni però rimangono bassi, con dolci chitarre che si intrecciano tra loro in maniera docile, nostalgica, di gran spessore sentimentale. Ma anche all’arrivo dei ritornelli, più duri e potenti, l’aura rimane la stessa e diventa anche più lancinante: merito delle melodie sognanti e tristi e del frontman, autore di una prestazione teatrale, di emozione palpabile. Anche le strofe da questo momento in poi abbandonano la ballad e si induriscono, a tratti anche parecchio: l’aura è però sempre melodica, distesa, di buon pathos. La stessa morbidezza torna invece soltanto per brevi passaggi al centro e nel finale: sono piccoli arrangiamenti però funzionali a un gran bel pezzo, poco sotto al meglio dell’album! Anche Come Hell or High Water comincia rilassata, e stavolta serena, con una chitarra di vago sapore folk/piratesco; poi però il pezzo parte con potenza assoluta, power metal rapido e piuttosto classico. Ma siamo ancora nell’intro, perché poi la traccia vera e propria presenta una norma di base più lenta. Al suo interno a tratti tornano le influenze iniziali, ma  più spesso la base è potente e quadrata, con le ritmiche rocciose di Manuel Wiegmann e Marc Peters che creano anche un certo senso crepuscolare, di angoscia. Ma è un’oscurità che è destinata a squarciarsi coi ritornelli: sono molto classici, ma nel contrasto col resto esplodono alla grande, grazie a una carica liberatoria splendida che li rende uno dei passaggi più belli del’intero disco. Ma il resto non è da meno: tutto funziona, compresa la parte centrale, divisa a metà tra melodie di nuovo influenzate dai Blind Guardian e una lunga apertura folk, col flauto dell’ospite Nora Schumann in evidenza. È la ciliegina sulla torta di un altro splendido brano, che entra di diritto nel meglio di In Our Hands! Dopo una serie di brani del genere, uno non si può che aspettare un finale analogo per il disco: con Homecoming però i Solar Fragment non riescono a mantenere alta la qualità. Un breve inizio strano, poi la traccia vira su qualcosa di orientamento power molto classico, forse troppo, vista la sensazione di già sentito. Ma il problema vero è che c’è poco che incide: non ci riescono le strofe, divise tra passaggi calmi con le chitarre pulite e un crescendo sempre più potente, ma che stavolta emoziona poco. Un po’ meglio fanno i bridge, più drammatici come nelle corde dei tedeschi: peccato che confluiscano in ritornelli ancora un po’ triti, e che per una volta non esplodono. Non male si rivela invece la frazione centrale, con melodie tristi ben dosate: è un bel elemento per una canzone che in fondo è discreta, ma rispetto a quanto sentito fin’ora tende a scomparire.

Moana’s Return è in pratica l’unica vera semi-ballad del disco, ma a sorpresa abbandona i toni più cupi sentiti altrove per qualcosa di sereno, speranzoso, per quanto malinconico. Lo si sente già all’inizio, con la chitarra di gusto ancora folk che accompagna Leger: è un esordio sognante, le cui suggestioni perdurano anche dopo, quando la sezione ritmica dà al tutto un tono più profondo e un lieve tocco cupo. C’è spazio ogni tanto anche per qualche momento in cui torna il metal: succede per esempio nei chorus, che tornano a scandire la melodia iniziale con più forza. Sono però brevi tratti, e di norma non spezzano la calma del resto: succede solo in un paio di passaggi più orientati verso il power, tra cui spicca la seconda metà della frazione di trequarti – la prima invece è molto espansa. Pure così però si integrano bene in un pezzo più che discreto, seppur abbastanza lontano dal meglio del disco. Anche The March of the Golems esordisce in una maniera calma, e anche quando entra nel vivo è molto melodica, con influssi persino hard rock. A questa essenza si allinea anche la norma di base all’inizio; poi però comincia a evolversi, attraversando una fase più dura e potente, che cita il metal classico e persino la NWOBHM, e infine torna al power. Poi però i ritornelli si riaprono per suonare lenti, mogi: cercano il pathos, ma purtroppo in questo caso non lo trovano. È tuttavia un destino comune a buona parte del brano: non solo molte melodie suonano simili ad altre già sentite lungo il pezzo, ma stavolta non incidono, suonano molto anonime. Fa eccezione il finale: prima molto calmo, con lievi chitarre echeggiate che ricordano gli stacchi degli ultimi Iron Maiden, diventa poi una drammatica frazione di rutilante power metal, piena di cori e con un ritmo incalzante al massimo. Ma è troppo poco per salvare dal baratro una canzone che non spicca in nient’altro: risulta addirittura il punto più basso di In Our Hands! Per fortuna, nel finale i Solar Fragment si ritirano su con Once Again, che inizia in una maniera che ricorda il power tedesco più classico. Ma anche nel prosieguo la stessa sensazione rimane ben in scena: le strofe sono pesanti e vorticose come da norma del genere, una cavalcata interrotta solo a tratti da qualche stacco che arricchisce il tutto di melodia. Per il resto, tirano dritto fino ai refrain, che invece si aprono e diventano più dilatati, assumendo un tono più malinconico. A renderli buoni è una melodia che sa un po’ di già sentito, ma a parte questo risulta abbastanza catchy: non saranno eccezionali ma si difendono, e nel computo del brano non danno fastidio. Ottima anche il passaggio centrale, diviso tra frazioni grintose e altre piene di melodie maideniane, in un contrasto che funziona bene; lo stesso vale per la chiusura, breve ma intensa nelle sue melodie, prima di spegnersi in una breve coda corale. Sono due arricchimenti per una traccia non trascendentale ma molto buona: è la migliore di quest’ultima parte del disco, e lo conclude in una maniera tutto sommato appropriata.

Come ho già accennato all’inizio, In Our Hands può essere visto con un po’ di rammarico: senza la sua flessione nel finale, poteva essere un capolavoro assoluto. Ma in fondo ci si può accontentare: abbiamo lo stesso un gran lavoro, originale anche senza inventare nulla e di alto livello, nonché ben al di sopra della media del power metal dell’inizio di questo decennio. Peccato solo che i Solar Fragment siano fermi da tanto: a parte l’inutile EP From Our Hands – tre canzoni di questo disco riproposte in chiave acustica – di loro non si hanno più notizie da quel 2011. E sì che da un gruppo come loro vorresti ascoltare di più!

Voto: 86/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. In Our Hands – 05:16
  2. With Empty Eyes – 04:41
  3. Inside the Circle – 05:03
  4. At the Harbor – 00:51
  5. Race the Seas – 06:10
  6. Come Hell or High Water – 05:30
  7. Homecoming – 05:20
  8. Moana’s Return – 04:23
  9. The March of the Golems – 04:57
  10. Once Again – 05:22
Durata totale: 47:33
 
Lineup: 
  • Robert Leger – voce
  • Marc Peters – chitarra
  • Manuel Wiegmann – chitarra
  • Dominic Sewre – basso
  • Sascha Schiller – batteria
Genere: power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Solar Fragment

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