Sarah Jezebel Deva – A Sign of Sublime (2010)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEA Sign of Sublime (2010) è il full-length d’esordio del progetto solista di Sarah Jezebel Deva.
GENEREUn gothic/dark metal scarno e con influssi black.
PUNTI DI FORZAUno stile interessante, qualche buon pezzo.
PUNTI DEBOLIUna forte mancanza di idee, un semplicismo eccessivo, un istrionismo a volte esagerato da parte della mastermind, una scaletta anonima e prevedibili.
CANZONI MIGLIORIA Sign of Sublime (ascolta), She Stands Like a Stone (ascolta), The Devil’s Opera (ascolta).
CONCLUSIONISeppur non del tutto da buttare, A Sign of Sublime suona amatoriale e insoddisfacente: può piacere soltanto a chi è fan sfegatato di Sarah Jezebel Deva.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
54
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Chi frequenta la scena estrema da un po’, conoscerà di sicuro almeno il nome della cantante londinese Sarah Jezebel Deva. Negli anni, è diventata nota per aver prestato la sua voce soprattutto ai Cradle of Filth, ma anche a band come Covenant, Hecate Enthroned e Therion. Meno famoso è invece il suo omonimo progetto solista, messo su nel 2009 con altri musicisti (tra cui spiccavano due suoi ex compagni nella band di Dani Filth, il bassista Dave Pybus e il tastierista Martin Powell, in passato anche nei My Dying Bride). Ma c’è un buon motivo: lo si capisce bene ascoltando l’esordio A Sign of Sublime del 2010, un album non molto ispirato, per usare un eufemismo. E sì che da un lato lo stile è anche interessante e per nulla banale: si tratta di gothic metal con voce femminile, ma non il solito trito e ritrito sentito mille volte in questi ultimi due decenni. Al contrario, presenta dei punti di personalità, come per esempio il chiaro retrogusto black metal di molte ritmiche – per quanto in A Sign of Sublime alla fine non ci sia nulla di davvero estremo. All’effetto contribuisce anche una registrazione più grezza di quella solita del genere (anche un filo troppo, per quanto ciò non dia granché fastidio); lo stesso vale per la componente sinfonica, che qui è ridotta all’osso e spesso persino assente. Purtroppo, a questa personalità non si sposa una composizione di alto livello, anzi: spesso la musica tende a soffrire di un gran semplicismo, in fatto di strutture e melodie. Il risultato è che A Sign of Sublime suona molto anonimo, prevedibile e soprattutto privo di idee: ce ne sono poche all’interno dell’album, e per giunta abbastanza scontate. È questo il motivo per cui molte canzoni non rimangono in mente – o, se ci riescono, è per motivi negativi: in generale, durante tutta la scaletta, c’è poco che esalti o anche che colga l’attenzione. Ma il problema non è solo la musica: anche la Deva a tratti tende a esagerare. Non c’è dubbio che le sue doti canore siano di alto livello, ma in quest’album sembra sempre che voglia dimostrare chissà cosa, il che la porta spesso a esagerare. Come risultato, a volte la sua performance risulta sopra le righe o persino stonata e fuori tempo: in ogni caso, rovina la musicalità dei suoi pezzi, e questo ha poco senso persino in un progetto solista. Con tutti questi difetti, alla fine A Sign of Sublime risulta un album rivedibile sotto molti aspetti e tanto ingenuo da suonare come il lavoro di una band alle prime armi, più che quello di musicisti esperti come Sarah Jezebel Deva o i suoi ospiti.

L’iniziale Genesis non è nient’altro che il più classico preludio di rito, con elementi orchestrali che creano un ambiente cupo, misterioso, e si intrecciano coi lontani vocalizzi della cantante britannica. Questa norma fluisce placida per un paio di minuti, prima di spegnersi in un breve interludio di sussurri: è qui che, all’improvviso, A Sign of Sublime esplode con forza. L’ambiente è subito abbastanza movimentato, con un riffage potente, quasi thrash o black a tratti, e la doppia cassa di Max Blunos che regge il tutto, ma l’atmosfera non è troppo opprimente. È un’oscurità sottile che domina, grazie alle lievi venature orchestrali e di tastiere, e anche alla voce della Deva, molto melodiosa. Diventa un po’ più cupa solo in alcuni stacchi, tra cui i ritornelli: obliqui, quasi striscianti, non esplodono molto né sono catchy, ma hanno un loro fascino, che li rende non malaccio. Ma lo stesso vale per il resto: sia questa prima parte che l’ultima coda, quasi tutta strumentale e che assume toni più ombrosi, con influssi black e persino doom, sanno il fatto loro. Abbiamo un pezzo che pur non essendo chissà quale capolavoro si difende, e alla fine risulta più che discreto – il che gli basta per essere a poca distanza tra i migliori di A Sign of Sublime. Va però ancora meglio con She Stands Like Stone, che sin dall’inizio mostra la sua anima gothic metal più classica, con le tipiche melodie del genere, peraltro deliziose, scandite dalla chitarra di Ken Newman. È un’essenza che rimane anche nelle strofe, più movimentate, con ancora la doppia cassa ma al tempo stesse tranquille, sognanti, grazie alla voce calda ed espressiva della mastermind. Lo stesso si accentua nei ritornelli, più lenti e distesi, in cui l’aura è la stessa, ma con una sfumatura più drammatica, con la Deva che dà al tutto un bel tono. A parte qualche breve stacco strumentale, non c’è altro in una canzone molto semplice ma piuttosto buona, uno dei picchi assoluti del disco!

The Devil’s Opera si stacca dal disco ascoltato fin’ora e lascia da parte qualsiasi influenza metal per abbracciare una norma del tutto lirica e sinfonica. All’inizio, è una norma tesa, con la voce della Deva sopra a potenti orchestrazioni: a tratti è quasi drammatica, mentre in altri frangenti ricorda persino certi stacchi dei Rhapsody of Fire. Poi però il tutto si sposta su una norma teatrale, strana, strisciante, che riporta alla mente addirittura certe cose composte da Danny Elfman. È una frazione che, tra alti e bassi, dura qualche minuto, prima di un breve ritorno di fiamma dell’inizio, che però si mescola con le suggestioni della seconda parte prima di dare via libera al finale. Introdotto da una parte pacifica, d’atmosfera, pian piano cresce in densità ma non in energia, che anzi rimane distesa, accogliente, sognante, fino a toccare un picco alla fine, sentito ma sempre melodioso. È la bella conclusione per un pezzo che seppur sia slegato dal resto, risulta lo stesso buonissimo, il migliore del disco con la precedente. Se fin’ora A Sign of Sublime non è stato poi tanto male, ora Sarah Jezebel Deva schiera They Called Her Lady Tyranny, da cui cominciano le note dolenti. Un breve intro con la batteria di Blunos, che si riaggancia direttamente al finale della precedente, poi comincia in maniera molto sottotraccia, con una frazione di influsso black, per poi aprirsi però in una strofe molto più diretta e dinamica. A tratti sono passaggi un po’ troppo obliqui per i miei gusti, con la cantante un po’ sopra le righe, ma tutto sommato la loro alternanza non è poi così male: il problema vero sono i ritornelli. Con una melodia vocale ondeggiante, telefonata, persino fastidiosa a tratti quando la Deva cerca di andare più in acuto, non svolgono per nulla il loro lavoro, anzi stridono tantissimo. Non aiuta poi il fatto che la canzone sia tutta qui, non ci sia nemmeno un assolo né altro: il risultato è un pezzo brutto, addirittura uno dei punti più bassi del lavoro!

A voler essere cattivi, Road to Nowhere è più o meno come indica il titolo: comincia in maniera incoraggiante, con una norma gothic metal malinconica e sognante, ma poi si perde. La falsariga comincia ad alternarsi con stacchi che cercano la potenza, riuscendoci poco: in compenso, fanno perdere in fatto di atmosfera al pezzo, che per questo risulta quasi interrotto sul più bello. Il difetto peggiore è però che non c’è quasi nient’altro: queste due anime si alternano in rapida serie con pochissime variazioni nei ritmi, nelle melodie, negli arrangiamenti – a parte una breve accelerazione che però si perde a sua volta nel nulla. Il risultato è un pezzo che viene rapidamente a noia, e nonostante un paio di buoni spunti risulta alla fine piatto e anonimo. La successiva Your Woeful Chair parte da un lungo intro, tranquillo e intimista, per poi trasformarsi invece in qualcosa di più preoccupato. È la norma migliore del pezzo: funziona sia da sola, coi bei giri di chitarra di Newman, sia con la voce della Deva, che le dà un tono più grintoso. Purtroppo, il resto non è all’altezza: le strofe sono più espanse e cercano il pathos, ma ci riescono di rado, per il resto suonano carine ma non spiccano granché. Lo stesso vale in maniera maggiore per i refrain: provano a essere catchy ma non ci riescono, a causa principalmente della prestazione della frontwoman, scolastica e sopra le righe. E se stavolta sono presenti alcuni spunti di più rispetto alla media del disco, sono comunque troppo pochi per riempire gli oltre sei minuti del brano, che anche per questo risulta un po’ troppo ripetitivo e prolisso. È un altro difetto per una canzone forse non terrificante, ma che suona scontata e poco appetibile per buona parte della sua durata.

Dopo la traccia più lunga di A Sign of Sublime, è ora il turno di quella più corta: New Born Failure è un breve interludio con la voce di Sarah Jezebel Deva sopra ad alcune lievi orchestrazioni, su un ritmo lento. L’aura crepuscolare con un tono quasi esotico non è nemmeno tanto male: peccato per il fatto che tutto si chiude molto in breve, senza nemmeno una variazione. Più che un pezzo vero e proprio, sembra un frammento buttato lì, senza motivo: non ha senso né di per sé, né come intro per Daddy’s Not Coming Home, che poi arriva dopo e tra l’altro rimane su toni morbidi. Parte da un preludio retto ancora dalle docili e nostalgiche tastiere sinfoniche di Powell, su cui poi entrano anche il pianoforte e la voce della frontwoman. È praticamente tutto qui: questa falsariga regge sia le strofe, calme e sognanti seppur con molta malinconia, sia i chorus, un po’ più intensi dal punto di vista emotivo. Stavolta però l’intento funziona: entrambi coinvolgono in una maniera discreta, grazie alla Deva, che stavolta non gigioneggia troppo, e a melodie non malvagie. Abbiamo perciò una ballad che pur non essendo chissà che in fatto di originalità o di qualità, si difende e alla fine risulta piacevole: quanto le basta per essere il pezzo migliore di questa seconda metà – e per distacco! In coda, a concludere l’album giunge quindi Bitch, che torna a qualcosa di più animato ma non in senso metal. Cover dell’omonimo successo di Meredith Brooks, la segue in maniera davvero pedissequa: le uniche differenze sono delle chitarre un po’ più pesanti nei ritornelli, ma per il resto non c’è differenza. Anche la frontwoman lascia da parte la sua bravura, che le consentirebbe di reinterpretare le linee vocali in maniera personale, per seguire al dettaglio quelle dell’originale, il che rende il tutto ancora più sterile. Di fatto, è una rilettura che potrebbe aver inciso una qualsiasi cover band: è del tutto inutile, anche se forse non ci si poteva aspettare nulla di diverso, come finale per un album così.

Per concludere, spesso tra le righe di A Sign of Sublime si sente la buona volontà che Sarah Jezebel Deva ci ha infuso: da sola però essa non basta, servono anche idee e qualità. Alcune ce ne sono, ed è questo a evitare l’album di essere troppo terribile; ma rimangono comunque troppe poche per raggiungere la sufficienza. Ecco perché ti consiglio di fare tuo questo disco solo se sei un fan sfegatato della cantante britannica: altrimenti, puoi farne a meno senza troppi problemi!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Genesis02:11
2A Sign of Sublime04:04
3She Stands Like Stone04:12
4The Devil’s Opera05:16
5They Called Her Lady Tiranny04:54
6The Road to Nowhere05:03
7Your Woeful Chair06:09
8A Newborn Failure02:06
9Daddy’s Not Coming Home04:07
10Bitch (Meredith Brooks cover)04:03
Durata totale: 
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Sarah Jezebel Devavoce
OSPITI
Ken Newmanchitarra
Dave Pybusbasso
Max Blunosbatteria
Chris Rehnvoce (traccia 4), tastiere (tracce 4 e 8)
Tommy Rehnvoce (traccia 4)
Dan Abelachitarra ritmica (traccia 10)
Martin Powelltastiere (tracce dalla 1 alla 3, dalla 5 alla 7, 9, 10)
ETICHETTA/E:Candlelight Records
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