Black Sabbath featuring Tony Iommi – Seventh Star (1986)

Per chi ha fretta:
Pur non c’entrando molto coi Black Sabbath – del resto è uscito come “Black Sabbath featuring Tony Iommi” perché doveva essere il primo lavoro solista di quest’ultimo – Seventh Star (1986) è un album interessante. Lo è a partire dallo stile, un hard rock patinato con giusto qualche influenza metal: si può paragonare con quello di moda negli anni ottanta, ma al tempo stesso non è banale, ha qualcosa in più da dare. Lo si sente per esempio in canzoni come la veloce In for the Kill, la frenetica Turn to Stone, l’intensa title-track, la lancinante e bluesy Heart like a Wheel: tutti esponenti di punta di una scaletta senza praticamente punti morti. Merito anche di alcuni elementi di altissima qualità: su tutti, brilla la prestazione di Glenn Hughes al microfono, ma anche gli altri talentuosi strumentisti reclutati da Iommi svolgono bene il loro compito. Ed è così che Seventh Star, pur avendo poco a che fare col resto della discografia dei Black Sabbath, è un piccolo capolavoro, che può piacere a chi è disposto ad ascoltarlo senza pregiudizi!

La recensione completa:
1984: nonostante l’ottimo successo riscosso l’anno precedente con Born Again, i Black Sabbath si spaccarono. Non solo la formazione vide l’uscita di Ian Gillan, che abbandonò per partecipare alla reunion dei Deep Purple: lasciarono anche due importanti membri fondatori come Bill Ward e Geezer Butler (quest’ultimo sempre nella band a parte una breve parentesi tra 1979 e 1980). Rimasto da solo, Tony Iommi decise di mettere in pausa i Black Sabbath subito dopo la breve reunion in occasione del festival di beneficienza Live Aid e dedicarsi ad altro. Raccolti intorno a sé alcuni talentuosi musicisti, il chitarrista inglese mise su un progetto solista: all’inizio l’idea era di avere più cantanti diversi, ma vista la difficoltà dell’impresa alla fine venne reclutato Glenn Hughes. Fu con lui che venne registrato Seventh Star, album inteso per essere il primo full-length solista di Iommi: la casa discografica tuttavia fece pressioni, e così alla fine l’album uscì con una soluzione di compromesso, con l’inedita dicitura “Black Sabbath featuring Tony Iommi”. Anche ad ascoltarlo, si sente che si tratta di un album diverso dalla discografia precedente dei Sabbath: sono assenti sia i toni hard/doom degli anni settanta, sia quelli più heavy classico del decennio successivo. L’anima di Seventh Star è invece un hard rock tipico degli anni ottanta, spesso patinato e a tratti molto melodico – per quanto ogni tanto qualche spunto heavy metal sia presente. Potrebbe sembrare la classica operazione commerciale che molti, in quegli anni, hanno messo in atto alleggerendo il proprio suono: ma ascoltandolo, si capisce che non è questo il caso. Al contrario, la classe di Tony Iommi è sempre la stessa: si può ascoltare in tracce che non cercano melodie catchy – o almeno, non solo – ma anche di evocare qualcosa a livello emotivo. E, come in passato, il musicista inglese ci riesce alla grande: lungo tutto l’album, sono tante le sfumature, ma tutte di gran efficacia. Merito anche dei musicisti coinvolti, che dimostrano tutti la loro classe: in particolare, è proprio Hughes il vero punto di forza di Seventh Star, con una prestazione davvero splendente. Sono questi gli elementi a creare un album tanto bistrattato quanto fascinoso e di classe: per quanto mi riguarda non merita affatto la cattiva fama che ha!

Una breve rullata di Eric Singer (all’epoca sconosciuto, ma che qualche anno dopo farà fortuna coi Kiss e con tanti altri gruppi), poi ci ritroviamo subito all’interno di In for the  Kill, traccia dotata di un gran riffage, magmatico, molto energico, con influenze heavy metal. È quello che rende tese le strofe: ben accompagnate da Hughes, che mostra subito il suo assoluto stato di grazia, sono incalzanti al massimo. Più hard rock sono invece i ritornelli: sempre veloci ma più aperti e melodici, hanno un’aura allegra, quasi serena, grazie anche le tastiere di Geoff Nicholls in sottofondo e alla melodia principale scandita dai cori. Due ottimi assoli, molto da heavy metal classico – ma lontani dai canoni di quello a cui ci ha abituato Iommi – chiudono il quadro al centro e quasi sul finale: abbiamo sin da subito un’apertura col botto! È quindi subito il turno della prima ballata di rito, No Stranger to Love, che dopo un intro di chitarra, molto espanso e malinconico, entra subito in scena lenta, placida. Le ritmiche sono distorte e hanno persino un vago retrogusto doom, ma le tante tastiere e il ritmo lento, così come la voce del frontman, la rendono più espansa e avvolgente che altro. Lo stesso si accentua ancora per i chorus: catchy, avvolgenti, zuccherosi, distesi ma malinconici, sono di ottimo impatto, pur nella loro semplicità estrema. Un assolo breve e semplice chiude il quadro di una traccia davvero elementare, che però colpisce a dovere: non è tra i picchi di Seventh Star, ma si difende molto bene, e di certo non è una di quelle ballad fatte solo perché negli anni ottanta era obbligatorio. Con Turn to Stone si torna quindi a correre: un altro preludio di batteria, stavolta terremotante, introduce un pezzo dinamico, hard rock venato di heavy metal, che a tratti viene fuori con forza. Lo si sente bene nel riff di base, ossessivo col suo hard ‘n’ heavy dai toni rock ma al tempo stesso rutilante: regge sia i passaggi strumentali più estroversi che le strofe, dirette e senza fronzoli. Si alternano in rapida serie con chorus incalzanti nello stesso modo, che sembrano quasi attorcigliarsi su sé stessi, visto che diventano vorticosi e obliqui, prima che la norma torni alla carica. A eccezione di un altro assolo più che tradizionale e una lunga coda che espande il ritornello non c’è nient’altro in un pezzo di nuovo molto semplice, ma di impatto assoluto: è addirittura tra i picchi del disco!

Sphynx (The Guardian) è un breve interludio che comincia col solo fluire del vento, a cui presto si uniscono le tastiere di Nicholls. Si crea così un atmosfera crepuscolare, mistica, ma anche a suo modo delicata: è il perfetto preludio per la successiva Seventh Star, che dopo poco più di un minuto torna al rock duro. Ma le suggestioni rimangono le stesse: il lento riff è sognante e con le lievi tastiere, l’echeggiata batteria e l’intensa voce di Hughes crea un’aurea magica, di quelle già sentite nella prima era Dio dei Black Sabbath. Ma rispetto a quel periodo il tutto è molto più disteso: la chitarra di Iommi preferisce disegnare melodie che aggredire. Lo si sente bene nella norma: in principio, sia strofe che chorus presentano la stessa base, circolare e anche un po’ ripetitiva, ma tanto suggestiva e malinconica da non annoiare mai. Anche il frontman ci mette del suo per dare varietà, con una prestazione intensa e di alto livello, che impreziosisce il tutto; il meglio è però il secondo riff che spunta in seguito. Più profondo, con una tensione diversa, è anche più nostalgico, e colpisce dritto al cuore. Splendida si rivela anche la frazione centrale, che oltre alla chitarra del leader inglese stavolta contiene un paio di belle frazioni di orientamento sinfonico, per un’atmosfera misteriosa ed esotica – a cui in parte si conformano anche gli assoli. È la perfetta chiusura di un cerchio eccezionale, una gemma di rara malinconia e atmosfera: non è solo tra i picchi del disco a cui dà il nome, ma per quanto mi riguarda non è nemmeno tanto lontano ai pezzi più belli che la band inglese ha realizzato nel corso degli anni! Con Danger Zone torniamo quindi a qualcosa di più in linea con l’hard rock e in particolare col pop metal anni ottanta: è un influsso che si sente forte già nel riff principale. È quello che regge bene le strofe, rese evocative da un’altra prova di forza assoluta di Hughes, per un risultato infelice, nostalgico, ma al tempo stesso incalzante e di gran impatto. Lo stesso vale per i ritornelli: in principio molto intimisti – tanto da sembrare quasi più bridge  – salgono in breve di voltaggio e si consumano rapidissimi, prima che la falsariga di base torni. Buona anche la frazione centrale, l’unica vera variazione di rilievo, che dopo un altro assolo di qualità si appesantisce: ma è un breve sfogo, prima che la traccia divenga ancora più melodica e zuccherosa, grazie a dei bei cori. È un grande arricchimento, che aiuta il brano a non annoiare mai: pur non essendo tra i migliori del disco è di altissimo livello, e di sicuro qui non sfigura!

Con Heart like a Wheel, Tony Iommi ci mostra il suo lato più blues: già dall’inizio, il ritmo è il tipico shuffle del genere, come anche le melodie di chitarra, che catturano subito l’attenzione. È l’anima che prosegue indisturbata anche quando il tutto entra nel vivo: lo si sente per esempio nelle strofe, espanse e mogie, ben assistite da un Hughes in questo caso delicato. Ma presto il frontman comincia ad alzare la voce: succede prima nei bridge, melodici e quasi lancinanti, e poi nei ritornelli, in cui la tristezza si allenta un po’, sostituita da una depressione più ineffabile, ma di impatto assoluto. Merito sempre del cantante, che li valorizza con la sua splendide voce, incrinata e teatrale: è anche il protagonista nel finale, tra l’altro, quando la struttura cambia di più. Completano il quadro due frazioni strumentali, al centro e sulla trequarti, in cui il chitarrista ci mostra ancora tutta la sua classe: va avanti molto a lungo, con diversi scambi tra momenti più dilatati e altri più intensi, ma tutti hanno qualcosa da dire. Il risultato è un episodio lungo oltre sei minuti e mezzo, ma senza un solo attimo meno che splendido: è senza dubbio il picco assoluto di Seventh Star con la title-track, Turn to Stone e In for the Kill! Dopo un altro intro di Singer, la conclusiva Angry Heart recupera in parte l’energia sentita all’inizio del disco, con dei momenti belli macinanti. Spesso però, all’interno delle strofe, la norma si apre per frazioni più hard rock e distese, in apparenza persino serene, seppur a ben vedere la loro anima profonda è molto malinconica. È un’essenza che torna persino più intensa nei refrain, che perdono tutta la potenza per qualcosa di più melodico e lacrimevole, ben evocato dalle armonie di tastiera e dal solito Hughes. È una norma che va avanti per molto poco, per poi spegnersi dopo appena tre minuti: ma in pratica non è finita, visto che senza pause arriva poi In Memory…, più una sorta di seconda parte che un brano a sé stante. Se non altro, riprende i toni melodici dalla prima frazione, seppur stavolta li rilegga in una maniera più morbida, con delicate chitarre pulite poi affiancate da un riff molto espanso, mai aggressivo e in linea col resto. È una progressione morbida, placida, ma abbastanza carica dal punto di vista emotivo, che colpisce sempre, specie quando il frontman alza la voce, e ci regala l’ultima prova di una prestazione stratosferica. Certo, a voler trovare il pelo nell’uovo, questo uno-due è forse addirittura il meno incisivo del disco che chiude: in fondo significa poco, visto che parliamo comunque di una bellissima traccia!

È anche vero, da un certo punto di vista, che Seventh Star c’entra poco coi Black Sabbath, visto che nessun altro album della loro carriera suona allo stesso modo, né prima né dopo. Ma questo in fondo non ha grande importanza, per quanto mi riguarda: se lo prendi come un semplice lavoro hard rock anni ottanta, senza guardare al nome in copertina, non puoi far a meno di amarlo come il piccolo capolavoro che è. Ed è per questo che il mio consiglio è di lasciar perdere le scarse vendite che l’album ebbe all’epoca e di dargli una possibilità… ma solo se sei disposto ad ascoltarlo senza pregiudizi!

Voto: 92/100

 
Mattia
 
Tracklist: 
  1. In for the Kill – 03:48
  2. No Stranger to Love – 04:28
  3. Turn to Stone – 03:28
  4. Sphinx (The Guardian) – 01:12
  5. Seventh Star – 05:20
  6. Danger Zone – 04:26
  7. Heart like a Wheel – 06:36
  8. Angry Heart – 03:06
  9. In Memory… – 02:36
Durata totale: 35:00
 
Lineup: 
  • Glenn Hughes – voce
  • Tony Iommi – chitarra
  • Geoff Nicholls – tastiera
  • Dave Spitz – basso
  • Eric Singer – batteria
Genere: hard rock
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Black Sabbath

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento