Bloodshed Walhalla – Ragnarok (2018)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONERagnarok (2018) è il quinto album di Bloodshed Walhalla, one man band del polistrumentista lucano Drakhen.
GENEREUn folk/viking metal ispirato in parte alla ricchezza della scena moderna e in parte alla tensione epica più spoglia di Bathory e Falkenback. 
PUNTI DI FORZAUn grande estro e una grande passione, che spingono il progetto a fare bene e a non far pesare troppo i diversi difetti. Ne risulta un disco di livello medio buono, con tanta sostanza e qualche bella zampata.
PUNTI DEBOLIUna certa manacnza di freschezza, un po’ di omogeneità, qualche cliché di troppo, una registrazione un po’ piatta, una scaletta un po’ dispersiva. Tutti fattori che però non incidono troppo sul risultato finale. 
CANZONI MIGLIORIMy Mother Earth (ascolta), Like Your Son (ascolta)
CONCLUSIONINonostante le pecche in cui Bloodshed Walhalla cade, Ragnarok è un album di buona qualità, adatto ai fan del folk metal nordico.
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube | Bandcamp | Spotify 
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon | Bandcamp
SCOPRI IL GRUPPO SU:Facebook | Instagram | Bandcamp | Youtube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
COPERTINA
Clicca per aprire

Si può fare qualcosa di decente, nel metal, senza che la propria musica sia originale? Come ho già detto in molte recensioni nel corso degli anni, la mia risposta è affermativa: se un gruppo non copia qualcun altro in maniera derivativa e riesce a esprimere idee interessanti, ha buone possibilità. È il caso di Bloodshed Walhalla: one man band del polistrumentista lucano Drakhen, si ispira chiaramente al metal scandinavo, ma non lo fa in maniera sterile. Lo si può sentire in Ragnarok, quinto full-length del progetto: un lavoro non perfetto ma con tanti elementi degni d’attenzione, a cominciare dallo stile. Quello di Bloodshed Walhalla è un folk metal di indirizzo epico e vichingo, con in più qualche sparuta influenza black; è inoltre un suono molto espanso, che si esplica in quattro sole lunghe canzoni per oltre un’ora di durata. È un genere che ricorda soprattutto i Monsorrow meno estremi, oltre a Turisas ed Ensiferum a livello di melodie – specie per la predominanza delle tastiere sugli strumenti tradizionali veri e propri. In generale, Ragnarok è ispirato al moderno folk metal nordico, ma senza tralasciare forti influenze che rimandano agli esordi del viking: partiture e suggestioni ricordano infatti più i Bathory e i Falkenbach che altro. Non è un genere molto originale, ma Drakhen compensa bene con un bell’estro compositivo e musicale: le tante melodie e le atmosfere ben impostate sono elementi che rendono il disco buono, almeno di solito. A tratti però la musica di Bloodshed Walhalla suona un po’ dispersiva: anche gli elementi migliori a volte si perdono all’interno della lunghezza delle quattro canzoni di Ragnarok. Colpa anche del fatto che certe impostazioni melodiche tendono a ripetersi, e che ognit tanto la mancanza di originalità pesa; in più, il disco difetta anche per quanto riguarda la registrazione. Per quanto si sentano gli sforzi di Drakhen per rendere il tutto il più pulito possibile, è pur sempre un lavoro registrato in scantinato (quello dei vigili del fuoco dove il musicista lucano lavora, tra l’altro!) e si sente, con toni spesso un po’ piatti. Ma il problema vero da questo punto di vista è il grande uso di tastiere, che rendono il tutto un po’ finto: almeno qualche strumento folk in più avrebbe reso meglio, a mio avviso. Sono tutti difetti che un po’ limitano il potenziale di Ragnarok, ma non troppo: anche così la proposta di Bloodshed Walhalla suona interessante e tutt’altro che disprezzabile!

Nonostante la lunghezza, ogni canzone tra le quattro di Ragnarok ha la sua anima ben precisa e distinta dalle altre, udibile attraverso tutti i suoi lunghi minuti. Per esempio, l’iniziale title-track è battagliera, epica: lo si sente sin dal lungo intro, che per qualche minuto alterna il suono degli zoccoli di un solo cavallo a quelli di una carica di cavalleria, che poi sfocia in un caos da battaglia. È da qui che la musica prende vita, con una melodia tranquilla e lontana, di chiaro indirizzo folk: dura poco, per poi dare il là alla Ragnarok vera e propria. Ci ritroviamo allora in un pezzo epico al massimo, un mid tempo che regge un riffage dilatato e un florilegio di chitarra pulita e di tastiere a scandire melodie folk come la voce di Drakhen, roca ma più vicina a quella di Quorthon del periodo vichingo che a un vero scream. C’è però spazio anche per tratti più cinematografici, con i synth che vanno verso le colonne sonore di vecchi film fantasy e ricordano da lontano persino i vecchi Rhapsody a tratti – ma senza imitarne l’urgenza, ovvio. Si tratta di una norma semplice, che alterna pochi semplici passaggi, tutti riferiti alla stessa impostazione di base: lo fa però con alcune variazioni, che consentono a Bloodshed Walhalla di non annoiare mai. È ciò che fanno per esempio i passaggi più frenetici che spuntano a volte, come anche i tanti cambi di tempo – tra cui brillano quelli più cadenzati ed epici che spesso caratterizzano il pezzo. La variazione più evidente è però al centro, con un’ampia e ariosa apertura, in cui i toni metal vengono meno per qualcosa di delicato e folk. È una pausa che dura poco, prima di tornare a qualcosa di ancora più denso, pieno di tastiere e di cori, con un’atmosfera potente e gloriosa che si sprigiona con forza. Pian piano poi la musica torna verso la falsariga di base, ma non senza un cambiamento: se a volte si ripresenta uguale a prima, altrove è più dilatata e punta verso un’atmosfera quasi magica. È vero anche che a tratti il tutto risulta un po’ ridondante, e qualche passaggio è a vuoto; in più, non tutte le melodie incidono a dovere. Abbiamo di fatto il pezzo meno bello di tutto Ragnarok, seppur al suo interno ci sia anche molto di positivo, e in generale il valore sia più che decente.

My Mother Earth perde quasi tutto lo spirito battagliero della precedente, e parte da un intro di suoni ambientali, col cinguettare di uccellini, lo scoppiettare di un fuoco e il battere di un fabbro al lavoro. È su questo sfondo che spunta pian piano un tappeto ambient espanso, quasi spaziale con le sue sonorità eteree, fantascientifiche. Si tratta di un inizio che spiazza, ma poi la musica esplode: ci ritroviamo allora in un pezzo ancora molto dilatato, ma epico, marziale e con una bellissima melodia subito in scena. È quella che a più riprese scandiscono il flauto, le tastiere, e poi più avanti anche la fisarmonica, che comincia a scandire bei fraseggi quando il pezzo si apre di più. Si crea così un ambiente anche più calmo che in passato: il riffage è quasi da metal atmosferico, così come le tastiere, e l’aura non è affatto battagliera, mantiene la sua carica evocativa ma al tempo stesso è sognante. È un’essenza che perdura sia nei tanti momenti strumentali di questo tipo, sia nelle strofe, più spoglie con la voce di Drakhen quasi sofferta e la semplice unione tra chitarra pulita e distorta al di sotto (a cui poi si aggiunge anche un organo), davvero avvolgente. La spinta espansa non manca poi nemmeno nei lunghi ritornelli, con una melodia vocale, malinconica e sentita, ben scandita da cori non troppo densi ma di gran impatto e poi, alla fine, anche dal mastermind, che porta un tocco quasi di angoscia al pezzo. C’è anche spazio per una frazione sulla trequarti che coi suoi toni più crepuscolari e ossessivi anticipa alcuni temi dell’ultimo brano del disco: è la più visibile dei tanti piccoli cambi di arrangiamento che costellano il pezzo. Aiutano il tutto a non essere mai noioso, e arricchiscono una struttura che di base sarebbe molto lineare: è anche questo il segreto di una bellissima canzone, una delle migliori di Ragnarok!

L’outro “acquatico” della precedente non fa quasi in tempo a lasciare il posto al suo intro, con suoni di vento e passi nella neve, poi Like Your Son comincia subito a scandire la sua melodia trionfale. All’inizio lo fa soltanto la tastiera, sopra a una perdurante base di effetti sonori: poi però, dopo circa un minuto, il pezzo entra nel vivo. Ci ritroviamo allora in un ambiente positivo e battagliero, come se fosse l’alba gloriosa di una battaglia: è una norma che prosegue a lungo ma senza annoiare, anzi coinvolge meraviglia in questa aura. Altrettanto immaginifica è poi l’evoluzione successiva, quando la musica cambia direzione e diventa più movimentata, con Drakhen che urla parecchio e ritmiche rocciose, per un effetto grintoso, guerresco. Ma il pezzo non rimane a lungo così preoccupato: a tratti si apre, per frazioni di melodie più folk o per i ritornelli, che coi loro cori e una melodia potentissima ma a modo suo anche catturante, sono incisivi al massimo. Gli stessi cori tornano poi spesso lungo la traccia, per duetti con la voce da sola del mastermind o per momenti più preoccupati: tutti però sono incisivi e funzionali alla riuscita del pezzo. E non solo: sono anche l’esempio migliore di una struttura stavolta più complessa e in continuo movimento rispetto al passato. Il tutto è però ben impostato, specie per quanto riguarda le sfumature dell’atmosfera: si va da momenti quasi di pathos ad altri più aggressivi, da passaggi densi e ricchi ad altri melodici, quasi intimisti, con svolte anche repentine, ma sempre sensate e mai forzate. È questo il punto di forza assoluto di un altro splendido episodio, lungo ma senza quasi momenti morti, il che lo rende il picco di Ragnarok insieme al precedente!

È ora il turno della conclusiva For My God, traccia mastodontica coi suoi quasi ventotto minuti: è lunga più del doppio della opener (la più estesa ascoltata finora). Anche per questo, può permettersi di prendersela con molta calma a entrare nel vivo: il lungo avvio è tutto costituito da un cavallo al galoppo, sotto cui si sentono suoni naturalistici – e in particolare il gracchiare di corvi. È da questa base che, con calma, emerge una canzone in principio lieve, con una tastiera che scandisce una melodia folk malinconica, delicata e qualche sussurro di Drakhen. Ma è la calma prima della tempesta, che poi dopo oltre due minuti e mezzo esplode inattesa in maniera oscura, roboante, diretta solo all’impatto: si tratta di un tocco che poi rimarrà anche nel pezzo. Se poi riprendono le architetture di tastiera e il tono epico tipici di Bloodshed Walhalla, spesso però è più teso del solito, con una certa cupezza sempre sullo sfondo. E a tratti non si limita a questo: l’oscurità esce per delle frazioni striscianti e cupe, con dissonanze quasi black metal e la voce del mastermind più graffiante del solito. Solo a tratti invece l’effetto si dirada, per placidi momenti quasi nostalgici: a volte sono più corali, mentre altrove in scena ci sono soltanto melodie. Per lunghi minuti, si alternano con l’anima più ombrosa del pezzo in una progressione mai troppo veloce; poi però si cambia strada quando, poco prima di metà, il ritmo si alza. È l’inizio di un’evoluzione più varia, che alterna tratti eroici ed epici e altri più spogli, di influsso ancora black, con in più anche qualche frazione pomposa (e anche un pelo esagerata) e altre più orientate al folk, in un bel florilegio che va avanti diversi minuti prima di tornare all’origine. Ma il pezzo ancora non è finito: presto c’è spazio per una nuova deviazione, stavolta in senso opposto alla precedente. È una lunga frazione folk e malinconica, molto espansa all’inizio con le tastiere e le chitarre pulite che disegnano melodie malinconiche sotto alla voce di Drakhen, ossessiva e quasi rituale. Poi però la norma torna a crescere, prima lenta ma poi sempre più rapida, finché non ci ritroviamo in un passaggio espanso, trionfale, persino maestoso nelle melodie immaginifiche delle tastiere e dei cori. È uno dei passaggi migliori del pezzo, che poi riprende la sua anima più cupa – riletta peraltro in una forma più frenetica e lugubre – e poi ancora a quella del suo ritornello, alzato di tono per essere ancor più trionfante. È un finale che prosegue per qualche minuto prima di spegnersi, nella solita maniera pomposa e cinematografica (e ancora un po’ esasperata) prima e poi in un lungo outro, ancora di suoni naturali. Mette il sigillo su un brano che nonostante qualche esagerazione, un po’ di dispersività e qualche passaggio a vuoto risulta buono: di sicuro, non sfigura in chiusura di un disco che lo è altrettanto!

Riepilogando, è vero che da un lato Ragnarok non è al livello del meglio proposto dai gruppi a cui il progetto Bloodshed Walhalla si ispira; ma dall’altro, rimane un album onesto e di grande sostanza. Ecco perché, a meno che tu non sia alla ricerca solo e soltanto del capolavoro epocale, è un lavoro consigliabile: se ami il folk e il viking metal provenienti dal Nord Europa, quella fornita da Drakhen è una valida alternativa!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Ragnarok13:50
2My Mother Earth12:08
3Like Your Soun12:07
4For My God27:45
Durata totale: 01:05:50
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Drakhenvoce, tutti gli strumenti
ETICHETTA/E:Hellbones Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Mister Folk

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento

Google-Translate it!