Domande e Risposte – Lou Quinse

“Un piccolo gioiellino nel suo genere”: così, nella recensione di qualche mese fa, ho definito Lo Sabbat, secondo album dei piemontesi Lou Quinse. Il loro folk metal tinto di black e dalle tante sfaccettature mi ha stregato, come anche il loro obiettivo di riprendere vecchie canzoni folk e portarle nel metal con naturalezza assoluta. Per questo, come sempre accade in questi casi, è stato naturale chiedere al gruppo di partecipare alla nostra rubrica-intervista. La band mi ha risposto insieme, al gran completo: largo perciò alle loro parole.

Per prima cosa, volete raccontare ai lettori di Heavy Metal Heaven la vostra storia?
Lou Quinse: Con piacere!
Lou Quinse nasce nel 2006 nel paese di Balme, alta val d’Ala, in provincia di Torino.
Tre ragazzi di Torino legati a questo luogo fin dall’infanzia, a sperimentare forme di libertà dall’alienazione cittadina, in questo paese piccolo ma maestoso, 90 abitanti a 1400 metri di quota. I tre suonano già da diversi anni in progetti di metal estremo torinese e si domandano se per uno dei gruppi in cui suonano sia possibile tentare di affrontare un repertorio tradizionale alpino, che vada a pescare dalle culture occitana e franco-provenzale brani da rielaborare in chiave metallica.
Sono anni quelli in cui Torino è la Mecca del metal in tutte le sue forme, in cui il numero di pub cittadini eguaglia quello di Londra e si suona così tanto da poter fare tour nella sola città suonando davanti ad un pubblico sempre differente e sempre scatenato. L’occasione per iniziare l’avventura arriva in settembre, quando alcuni gruppi si mettono insieme per affittare una sala prove mensilmente, il che poi significa  suonare sempre, tutti i giorni a tutte le ore, sperimentare insieme a persone che iniziano a conoscersi, costruire nuovi progetti, fumare miliardi di canne e bere litrate di alcolici. E così alcuni membri di Vespero, Heretica, Abnorma e Kynesis si mettono insieme a tentare questo metal alpino, figlio delle influenze di tutti e contemporaneamente del tutto inedito.
La storia poi prosegue tra concerti e incisioni, ma anche vorticosi cambi di formazione e momenti non troppo edificanti, fino ad oggi.
Lou Quinse è l’eredità di quel momento di cui sicuramente non è rimasto più molto, la sala prove è andata, dei gruppi fondatori sono rimasti solo (ma prepotentemente!) i Kynesis e la Torino metallara soffre parecchio. Ma Lou Quinse ha saputo costruire la propria identità sonora e di gruppo tra esaltazione e depressione, tra desolazione montanara e caos urbano, tra legno e metallo.

“Lo Sabbat” è uscito all’inizio dello scorso maggio: potrete perciò tracciarne un bilancio. Come è stato recepito dalla critica musicale, e come dal vostro pubblico?
Lou Quinse: Bene al di là delle nostre più rosse aspettative! Chiunque ci abbia scritto dopo aver comprato o ascoltato il disco è entusiasta, le recensioni sono parecchie e tutte molto positive, in grado di cogliere le sfumature più diverse di questo lavoro, estremamente impegnativo ma molto soddisfacente.

Il dettaglio che ho apprezzato di più, come ho scritto nella recensione, è la spigliatezza con cui riuscite a evocare le sensazioni più diverse e a passare tra diversi registri. Come è nato un genere così sfaccettato eppure così coerente?
Lou Quinse: Nel corso degli anni abbiamo fatto della diversità tra di noi la nostra forza.
Abbiamo sempre evitato di pensare il metal in modo drasticamente circoscritto, ma piuttosto di usarlo per evocare le sensazioni più differenti. Mai pensato “questo giro è troppo nu metal fanculo a sta merda commerciale” o viceversa “ci stiamo spingendo troppo sull’estremo, meglio calmarci” ma piuttosto a cosa volevamo comunicare in quel brano, se a quel testo si sposava meglio una danza sfrenata o un momento più gelido e riflessivo, e in questo ognuno ha sopperito ai naturali limiti degli altri, proponendo riff o ritmiche al di la degli ascolti e delle influenze dell’altro, incontrando sempre il rispetto e la complicità di tutti.
Non è importante per questo progetto in nessun modo la ricerca di un purismo, ma sono proprio la rielaborazione e l’imbastardimento quello che cerchiamo.
Proprio in questo senso abbiamo collaborato per il missaggio con Tino Paratore, mostro sacro dell’hardcore punk torinese e per il mastering con Tom Kvalsvoll, guru del metal estremo di scuola black metal norvegese: l’idea di suonare folk metal alpino lavorato in stile hardcore e rifinito dalla scuola più importante del metal estremo europeo ci sembrava sexy e delirante da matti!

Le vostre canzoni sono tutte trasposizioni di pezzi della tradizione popolare – soprattutto occitana, ma non solo. È stato impegnativo trasportare queste antiche musiche all’interno di un ambiente folk/black metal, oppure vi è venuto naturale?
Lou Quinse: Tutto quello che abbiamo scritto sopra è la descrizione logico-discorsiva di un processo che è in realtà molto più ispirato e a-razionale, che ci vede spesso partire dal brano tradizionale per navigare poi in alto mare tra i riff che le dita trovano spontaneamente e liberamente (del resto senza il Demonio non si va lontani…).
É sorprendente a volte come si incastrino passaggi senza alcuna fatica, come questi molteplici generi sembrino fatti gli uni per gli altri, come il metal si trasformi nella chiave interpretativa più idonea a supportare melodie così antiche.
Certo momenti di difficoltà logica non mancano, a volte certe melodie o giri sembrano non portare da nessuna parte, e li l’ispirazione lascia il posto al calcolo… o magari a un po’ di ispirazione “indotta” inalata o bevuta!

Lo Sabbat è anche un concept album. Vi va di approfondire un po’ e parlarci delle tematiche al suo interno?
Lou Quinse: Mentre lavoravamo sulla scelta dei brani da ri-arrangiare per questo disco ci è saltato all’occhio di come spesso le canzoni popolari vadano a toccare, attraverso la narrazione di vicende biografiche di personaggi per così dire “esemplari”, temi profondi e spesso “pesanti”, storie di sopraffazione, di povertà e miseria, ma anche di ribellione e coraggio.
Accanto a questi brani, ne avevamo invece selezionati altri di diverso segno, canzoni fatte per muovere il corpo al ritmo sfrenato degli strumenti.
Mettendo insieme questi due elementi è apparsa come in un sogno la visione di anime dannate e vite spezzate attorno al fuoco a raccontarsi, a ballare, a festeggiare, a celebrare la ribellione.
Il tutto certo accompagnato da pessimo vino e altrettanto pessimo metal.
Nel reinterpretare le canzoni ci siamo poi accorti di come queste biografie potessero venire inanellate in un senso crescente di disagio e oscurità: dalla scanzonata settimana dei beoni di Chanter, Boire et Rire Rire che apre il disco, all’epicità della vita e morte del bandito Domenico Straface che è il soggetto di Purvari e Palli, alle terribili vicende di sopraffazione di cui è vittima la viandante Carlotta, protagonista del testo di Brofferio per La Marmotta, una discesa negli inferi accompagnata dal canto di chi non c’è più, a cui abbiamo voluto aggiungere una nota di riscatto rielaborando di nuovo, e questa volta in chiave acustica e mistica, Sem Montahols, a sancire la fine del Sabba e l’arrivo dell’alba.

Domanda più che classica: quali ritenete che siano le vostre principali influenze musicali?
Lou Quinse: Ognuno di noi potrebbe riempire decine di pagine su quest’argomento, e probabilmente tra un mese sarebbe un elenco comunque obsoleto…
Per provare a rispondere non possiamo non citare Lou Dalfin, veri pionieri del rock occitano, maestri sia di stile, sia concretamente di alcuni di noi, e il gruppo che ha rappresentato la scintilla, Hantaoma, che per primi ci hanno mostrato “il come si fa”nel mischiare black metal e folk tradizionale, bypassando, per così dire, il celtic rock o l’epic che non ci hanno mai particolarmente interessati.
Detto questo siamo debitori di decine di gruppi black metal, thrash, heavy, hardcore punk, death metal…

Altra domanda che faccio sempre: ci sono gruppi lontani dal mondo del folk e del black metal ma che amate, o addirittura che riescono a influenzarvi?
Lou Quinse: Abbiamo già risposto prima!

Spesso ho l’impressione che gli ascoltatori metal italiani non siano favorevoli al genere folk. Se è vero che alcuni lo amano, molti altri, specie tra i fan più oltranzisti, lo considerano quasi una barzelletta – o almeno, questa è l’idea che mi sono fatto frequentando l’ambiente. Anche voi avete riscontrato lo stesso? E in generale, qual è secondo voi lo stato di salute del folk metal nel nostro paese?
Lou Quinse: Posso dirti al contrario, per quello che abbiamo vissuto, che il movimento folk metal, almeno per un quinquennio, è stata una delle scene a godere di migliore salute nel panorama italiano. Moltissime sono state le band che hanno contribuito a formare uno stile e una scena, e quando dalla tua hai un gruppo come i Folkstone, difficile rimanere inascoltati. Anche sul piano internazionale, l’approccio italico al folk metal ha ricevuto un certo riconoscimento, tutti onori questi tributati ad altre scene nostrane più longeve (pensiamo in questo senso al thrash metal o all’epic, le due scene più forti da queste parti tra gli anni ‘90 e 2000). Quando pensiamo poi alla partecipazione di pubblico, sia a livello di numeri che di entusiasmo, ad un festival come il Fosch Fest, ci sembra chiaro quanto questa peculiare scena abbia lasciato il segno nel metal nostrano.
Certo, fa parte del gioco una certa attitudine un po’ cosplayer che facilmente può diventare risibile, così come alcuni fantasiosi voli pindarici alla ricerca di presunte origini nord europee nei paesini padani o centro italici lasciano il tempo che trova. Tutto dipende da quanto ci si prende (e si vuole esser presi) sul serio. Fortunatamente il metal è, e sempre sarà, eccentrico e teatrale nell’immaginario, nei contenuti, nel guardaroba, in tutto, e credersi molto più seri degli altri non è che faccia molto crescere l’individualità, a nostro avviso, o almeno non sugli aspetti più ludici del far musica.
Detto questo negli ultimi anni la scena folk metal italiana ci sembra soffra un po’, sia nelle proposte che nei raduni, che, soprattutto, nell’approccio DoItYourself che l’ha caratterizzata nei suoi momenti più alti.
Ci spieghiamo meglio: era prassi contattare umanamente e facilmente locali, promoter e altri gruppi, ci si faceva volentieri i kilometri per il gusto di trovarsi insieme e suonare, ballare e fare festa, che è poi per noi il succo di fare musica. In questo momento un affollarsi di booking agency di scarsa sensibilità affiancata alla penuria di luoghi per suonare, probabilmente affossati dalle modalità tecnologico alienanti di usufruire la musica che in questo modo ci coinvolgono tutti e tutte, metallari e non, danno nel pratico l’idea di un deserto umano e musicale da cui non sembra semplice ritirarsi su.
Ma chissà che non si riesca a ritrovare il gusto di stare insieme, nei boschi o sull’asfalto, con impianti marci e vino scadente, senza tanti soldi, intermediari e stellette da appuntarsi sulle armature…

Quali sono i piani futuri dei Lou Quinse?

Lou Quinse: Un furgone, casse e presa bene, poi in giro a spargere il verbo del Demonio, questo è quello su cui stiamo lavorando principalmente, anche se non senza difficoltà.
Accanto a questo, stiamo iniziando a collezionare idee e suggestioni per un nuovo album, qualcosa già bolle in pentola, ma lo racconteremo più avanti…

La fine è sempre a piacere. A voi concludere quest’intervista come preferite.

Innanzitutto grazie per lo spazio concessoci e per il lavoro che svolgi, è bello che si dia voce e chi lavora nei sotterranei della musica estrema!
Lou Quinse: Ci troveremo sotto i peggiori palchi, come sempre caldi come il fuoco, ambasciatori della maestà infernale che muove il mondo degli ultimi da sempre!

Intervista a cura di Mattia

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