Risk – Dirty Surfaces (1990)

Per chi ha fretta:
Nonostante provengano dalla Germania, i Risk non sono il classico gruppo thrash rabbioso ed estremo. Al contrario, il loro stile (forse memori dei primi anni ottanta, in cui come Faithful Breath suonavano un hard ‘n’ heavy tradizionale) è molto più calmo della media del genere tedesco, e presenta forti contaminazioni speed e heavy classico. Con le sue influenze, si tratta di un genere piacevole e a tratti fresco, ma all’interno del terzo album Dirty Surfaces (1990) il gruppo non riesce a sostenerlo a dovere. Parliamo di un lavoro poco ispirato: spesso gradevole, gli manca però quel quid in più e quelle buone idee che potrebbero portarlo oltre. Anche la scaletta è problematica: molti pezzi si assomigliano e non spiccano, cosa che riesce solo a tre ottime canzoni come Warchild, la title-track e Iron Wheels. Anche per questo, Dirty Surfaces è un lavoro carino e discreto ma non del tutto soddisfacente, per quanto ai fan del genere possa comunque piacere.

La recensione completa: 

Spesso, quando si parla di metal su giornali o siti specializzati, si tende a raggruppare i gruppi per “scene”. Non è del tutto sbagliato, e anche a me è capitato spesso in questi anni di Heavy Metal Heaven; tuttavia, bisogna farlo anche con la consapevolezza che quasi mai una scena è davvero omogenea e compatta. Prendiamo per esempio il thrash metal tedesco degli anni ottanta: è rinomato per la sua maggior violenza e spinta estrema rispetto a quello statunitense. In molti casi è così, specie per quanto riguarda i nomi di punta; tuttavia, in Germania c’erano anche gruppi che invece proponevano un’incarnazione più rivolta al lato tradizionale del genere, come per esempio i Risk. Si tratta di un gruppo dalla storia lunghissima: comincia addirittura nel 1966, quando si formarono i The Magic Power – nome poi cambiato in Faithful Breath l’anno successivo. Con questo monicker, la band andrà avanti parecchio: all’inizio suona progressive rock, ma all’alba degli anni ottanta svolterà su un classico hard ‘n’ heavy, per poi produrre alcuni dischi diventati col tempo di culto. Tuttavia, la voglia di cambiare del gruppo non si era ancora spenta: al cambio di nome nel definitivo Risk corrispose un ulteriore indurimento delle sonorità – ma senza dimenticare le radici ancorate nell’heavy metal. È questo il suono che per esempio si può trovare in Dirty Surfaces,  terzo disco della band risalente al 1990: ad animarlo è un mix di un thrash metal  che guarda all’origine speed del genere e un’anima più aperta e orientata all’heavy tradizionale. In più c’è anche qualche influenza power (del resto siamo in Germania e stanno per cominciare gli anni novanta) e alcuni influssi più moderni, che rendono il tutto più eclettico. È un genere non troppo derivativo, e a tratti suona persino fresco: purtroppo però in generale Dirty Surfaces non è molto ispirato. A tratti sembra che i Risk abbiano fatto il compitino: spesso è gradevole, ma non va molto oltre, con tante canzoni buone a cui però manca quel quid in più che possa fare la differenza. Non aiuta poi il fatto che a tratti la scaletta sia un po’ omogenea: alcuni pezzi si assomigliano tra loro, e questo limita ancora di più la loro possibilità di spiccare. In generale, Dirty Surfaces sembra risentire della fase di stanca che colpì il thrash proprio in quel periodo, e che in breve tempo portò alla scomparsa dell’incarnazione classica. E così, nonostante i Risk riescano a proporre più di qualcosa di buono, e a salvarlo dal totale anonimato, ne risulta lo stesso un album non del tutto soddisfacente.

L’intro Beach Panic prende vita da una lieve musica di sintetizzatori, quasi da film thriller o horror vintage. Al di sotto invece ci sono voci di bambini, di quello che sembra proprio un tranquillo panorama da spiaggia; poi però il tutto si fa più inquietante, quando la musica diventa tesa e poi la gente comincia a urlare. È un intro inquietante e immaginifico già di suo: fa bene il paio con la copertina e introduce in maniera efficace Pyromaniac Man, che dopo un altro urlo lacerante entra in scena. Sin da subito, si muove su un ritmo veloce e a tratti di retrogusto punk, su cui si stendono tutti i passaggi. Anche per questo, risultano incalzanti sia i momenti strumentali, seriosi e spesso denotati da qualche bell’assolo, sia le strofe, più sottotraccia ma sempre di buon impatto, sia i ritornelli, un pelo telefonati ma a parte questo efficaci. Il meglio sono però i bridge, ancor più preoccupati del resto: hanno il difetto di durare troppo poco, ma per il resto sono ottimi. Chiude il cerchio una frazione centrale che come il pezzo oscilla tra parti più rilassate, disimpegnate e altre invece più cupe: è un altro buon dettaglio per una traccia non eccezionale ma di buon livello. La successiva Legend of the Kings si mostra subito quadrata e diretta, con la doppia cassa di Jürgen Düsterloh già in scena. È quella che regge una buona metà della canzone e la rende vorticosa, seppur le ritmiche siano strane: dissonanti, oblique, non aggressive, sono da qualche parte a metà tra heavy, power, thrash e persino alternative. Solo ogni tanto questa norma rallenta un po’, per delle bizzarre frazioni in cui il frontman Heinz Mikus a volte duetta anche con delle voci bambinesche; anche quando non lo fa però risulta preoccupata e a tratti persino sinistra. È questo del resto l’aura di buona parte del pezzo, che anche nei suoi momenti più rapidi e potenti ha una certa inquietudine; fanno eccezione i ritornelli, che assumono una bella dose di pathos. Nessuna di queste componenti è male: il tutto però suona scontato e a tratti ingenuo, con alcuni cambi di ritmo che spezzano il dinamismo e di conseguenza stonano. Anche così, non sono grandi problemi: abbiamo un pezzo gradevole, seppur lontano dal meglio che i Risk sanno fare.

Dopo un paio di brani bene o male veloci, ora i toni di Dirty Surfaces si abbassano, almeno per il momento: in scena, giunge un lungo passaggio con una chitarra pulita, malinconica ma serena. Pian piano però la sua melodia si fa più cupa, crepuscolare: è il preludio a un ulteriore intro distorto – anche un po’ prolisso, seppur questo sia l’unico difetto del pezzo – che a sua volta dà il là alla Warchild vera e propria. Ma i tedeschi non spingono sull’acceleratore: ci ritroviamo in un ambito lento e che nonostante la potenza heavy metal delle chitarre punta più sul sentimento. La cosa peraltro riesce bene: funzionano sia le strofe, che tornano verso una norma più soffice per poi crescere, sia la falsariga di base, che rende bene sia in solitaria, sia sotto ai refrain, che lasciano la relativa calma del resto per abbracciare una forte infelicità, ben evocata da potenti cori. È la stessa atmosfera che torna anche nella frazione centrale, strana e quasi progressiva a tratti con le sue frazioni spezzate e dispare, ma che contribuire bene al mood generale. È un altro dettaglio di valore per un gran bel pezzo, poco lontano dal meglio del disco! Con Paralysed, la band mostra quindi un altro lato da sé: fin dall’inizio, spiazza con una norma lenta, strisciante, lugubre, di retrogusto doom molto forte. È una falsariga che va avanti per più di un minuto all’inizio, per poi ripresentarsi lungo il pezzo, a reggere ritornelli ancora più lugubri. A tratti però i Risk cambiano binario su una norma più robusta, vorticosa, con il bel riffage da thrash moderno che colpisce a dovere sotto alla voce di Mikus in alternanza con momenti solistici di buon valore. Entrambe le impostazioni del pezzo a modo loro hanno un loro perché: il problema è che sono troppo diverse, e che l’unione genera uno scalino fastidioso. Non aiuta poi la presenza di alcuni passaggi scolastici e soprattutto una generale mancanza di convinzione, ben udibile lungo tutta la canzone: sono questi ingredienti a creare un brano che risulta quasi un riempitivo, oltre che il punto in assoluto più basso di Dirty Surfaces.

Come indica il titolo stesso, Like a Roller-Coaster comincia tortuosa, con una frazione di potente hard ‘n’ heavy che sfocia in una più strana. Ma poi la musica si fa più lineare e diretta: cominciano ad alternarsi momenti diretti e senza fronzoli e altri anche più serrati, mentre altrove i tedeschi rallentano ma in compenso accentuano l’oscurità. È un aura preoccupata e inquietante, quella che si respira lungo questa prima frazione: tutti i passaggi, anche i ritornelli – che in parte cercano di essere più evocativi – non ne sono immuni. Poi però la canzone svolta in una frazione centrale più lenta ed espansa, in cui dominano le melodie e i veloci fraseggi di Roman “Romme” Keymer e Thilo Hermann (più famoso per aver fatto parte di Grave Digger e Running Wild), per un effetto quasi spaziale all’inizio. E anche quando il pezzo torna a crescere in potenza, è sempre la sezione solistica a dominare: se i toni si fanno di nuovo cupi, è una cupezza più calda e sentita. In parte è una sensazione che torna anche in seguito, insieme alla norma principale: il finale è più sentito e meno aggressivo dell’inizio. E se non tutto incide a dovere, alla fine la qualità è discreta. Lo strano outro della precedente, quasi jazz con piano e sax (non è il primo così bizzarro, e non sarà nemmeno l’ultimo), non fa quasi in tempo a spegnersi che ci ritroviamo subito in Blood Is Red, subito in mostra col suo chorus. Si tratta di una norma base lenta e piena di vaghe dissonanze, in cui oltre a Mikus si mette in evidenza Peter Bell, col suo basso solido e maideniano. Ogni tanto il pezzo se ne diparte per frazioni leggermente più veloci, che però hanno il grosso difetto di non essere né carne né pesce: sono troppo veloci per creare atmosfera e troppo lente per riuscire a incidere. Più carina è invece la parte centrale, in cui almeno è presente qualche bell’assolo: è la componente migliore del pezzo insieme ai già citato refrain. Ma nemmeno questi dettagli sono eccezionali: uniamoci poi il fatto che dura solo tre minuti e mezzo e suona incompleto, e abbiamo con facilità il brano peggiore di Dirty Surfaces con Paralyzed.

Per fortuna, a questo punto i Risk ritirano su le sorti del disco con Letter from Beyond, la cui unica pecca è, di nuovo, il prendersela troppo con calma a entrare nel vivo. Il suo preludio è lunghissimo, con una chitarra acustica lontana e a metà tra esotismo e flamenco. La musica entra quindi nel vivo solo dopo quasi un minuto e mezzo, in maniera morbida ma meno vuota: è la classica ballad, con sezione ritmica e chitarre pulite, seppur meno soffice e più crepuscolare rispetto alla media. Questa falsariga si alterna spesso con frazioni più tese, che però non cercano l’aggressione: sono cupe, infelici, ma a modo loro ricercate, dolci, e col tempo lo diventano di più, quando rallentano e si raccordano con l’altra parte. Chiude il quadro un assolo centrale anche più drammatico del resto, quasi lancinante a tratti: nonostante la lunghezza è un bel sentire, e rappresenta la ciliegina sulla torta di un buon brano. Anche Bury My Heart esordisce lenta, con un intro vuoto pieno di effetto vento; solo dopo un po’ emerge una traccia lenta, malinconica. È un’essenza che resta anche quando il pezzo entra più nel vivo e diviene più vorticoso, prima con una frazione melodica e power e poi anticipando la melodia che farà da base ai chorus È una norma lenta, poi arricchita da cori profondi, che danno al tutto un tono mistico e molto avvolgente. Il resto invece è più dinamico, con frazioni più thrash e potenti come non si sentiva da un paio di canzoni, e altre invece melodiche e heavy, ma sempre veloci e di buona energia. Nonostante la differenza, stavolta le due parti si uniscono bene: merito anche di alcuni bei raccordi melodici, che punteggiano il brano e gli danno una nota di varietà e di colore in più. Ottima anche la frazione centrale, più variabile del resto ma sempre ben costruita: anch’essa arricchisce un pezzo che non fa gridare al miracolo, ma risulta riuscito il giusto.

Nella versione in vinile, il disco terminava con l’outro “temporalesco” di Bury My Heart;  in quella CD già dall’edizione del ‘90, ci sono invece due aggiunte, che però  non mi sentirei di chiamare bonus track. Se non altro, non lo sono per la loro qualità: lo si sente già all’inizio di Dirty Surfaces, che da subito porta in scena una potenza mai sentita fin’ora nell’album omonimo. Poi la traccia devia verso lidi più melodici, ma non troppo: le strofe rimangono ancora abbastanza rocciose, nonostante qualche melodia faccia capolino qua e là. Meno potenti sono invece i ritornelli, che però compensano alla grande con il riffage dissonante di Hermann e Keymer, al cui effetto contribuisce anche la voce sinistra di Mikus. Un assolo semplice ma in linea col resto chiude un cerchio di altissimo livello: ne risulta con facilità addirittura uno degli episodi migliori del disco! La successiva Iron Wheels non è però da meno: comincia come un classico pezzo speed thrash, rapido, diretto e senza grandi fronzoli. Poi però i Risk stupiscono deviando su una norma più obliqua e inquietante: attraversa i bridge per poi accentuarsi ancora nei ritornelli, teatrali e lugubri. Non so perché, ma a me ricordano quasi una versione metal delle musiche più inquietanti di Danny Elfman in The Nightmare Before Christmas: questo fa capire bene la loro particolarità! Ma se è una bizzarria, è molto positiva: abbiamo una canzone davvero originale e di alto livello in ogni passaggio – compreso quello centrale, classico ma di alto livello. Insieme alla precedente, insomma, parliamo di un altro dei picchi della scaletta: incomprensibile il perché nella versione LP siano stati tagliati entrambi!

Per concludere, Dirty Surfaces è un lavoro discreto e mezzo gradino sopra alla media: per lunghi tratti è piacevole, e ci sono un paio di pezzi che ne alzano sensibilmente il valore. È anche vero che, come dicevo all’inizio, non è del tutto soddisfacente, e tende a perdersi un po’ nel mare magno di uscite di secondo piano nel thrash di quegli anni. Se però ti piace il genere e anche le sue contaminazioni con sonorità più melodiche, il consiglio è comunque di farlo proprio!

Voto: 70/100

 
Mattia

Tracklist: 

  1. Beach Panic – 01:36
  2. Pyromaniac Man – 03:42
  3. Legend of the Kings – 04:08
  4. Warchild – 06:41
  5. Paralysed – 05:02
  6. Like a Roller Coaster – 05:11
  7. Blood Is Red – 03:29
  8. Letter from Beyond – 06:37
  9. Bury My Heart – 06:58
  10. Dirty Surfaces – 03:40
  11. Iron Wheels – 03:38
Durata totale: 50:42
 
Lineup: 
  • Heinz Mikus – voce
  • Thilo Hermann – chitarra
  • Roman “Romme” Keymer – chitarra
  • Peter Dell – basso
  • Jürgen Düsterloh – batteria
Genere: heavy/thrash metal
Sottogenere: speed thrash metal
Per scoprire il gruppo: la pagina di Metal-Archives sui Risk

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