Coffinrot – Retribution Divine (2018)

Per chi ha fretta: 
Nonostante le apparenze, gli americani Coffinrot non sono uno dei tanti gruppi derivativi che affollano la scena death metal mondiale: lo dimostra il loro primo full-length Retribution Divine (2018). Se è vero che la loro base è nel tradizionale death statunitense, il gruppo riesce ad andare oltre, accogliendo nella propria musica diversi influssi e tanti elementi differenti. Il tutto peraltro è ben unito tra loro: nonostante esistano appena dallo scorso anno, gli americani sono già maturi e consapevoli a livello di songwriting. Sono questi fattori a creare una scaletta di alto livello, seppur con pochi pezzi che spicchino: ci riescono del tutto solo Sentenced to Serve, Barred from the Realms of Death Eternal, le altre per quanto quasi tutte buone non brillano. Insieme al suono un po’ grezzo, è questo il difetto di un disco che però anche così sfiora il capolavoro: alla fine Retribution Divine si rivela ottimo e adatto ai fan del death metal, in particolare a quelli stufi dei soliti cliché!

La recensione completa:
A volte le apparenze ingannano. Succede anche nel metal: un gruppo, oppure un disco, può dare di sé un’immagine che poi non è esatta, a ben guardare. A me per esempio è successo coi Coffinrot: sin dal primo contatto col loro monicker e col logo mi sono subito sembrati la classica band death metal che ripropone Morbid Angel, Obituary, Malevolent Creation e Cannibal Corpse senza andare oltre. La sensazione si è poi acuita al contatto con la copertina di Retribution Divine, full-length pubblicato lo scorso 21 luglio che rappresenta l’esordio assoluto per questa band, formatasi a Minneapolis appena un anno fa. Ma ascoltando l’album, ho capito i miei erano solo preconcetti: lo stile dei Coffinrot è molto più personale di quanto sembrasse. Se è vero che il death metal e in particolare i gruppi già citati sono il riferimento principale, dall’altro in Retribution Divine si può trovare molto altro: c’è per esempio un approccio più moderno, e mai nostalgico verso il passato. Ma il vero punto di forza dei Conffinrot a livello stilistico è un ampio spettro di influenze, che vanno dal brutal al groove metal, passando per influssi thrash e doom: danno al tutto molto più colore del tipico gruppo death classico. Si tratta insomma di un genere personale e quasi mai scontato: ma anche a livello musicale Retribution Divine ha parecchio da dire. Lungo le sue tracce, i Coffinrot uniscono tanti elementi diversi, in una bella varietà: passaggi classici si alternano con altri più moderni, e l’impatto è sempre al centro, ma senza disdegnare il lato melodico né l’atmosfera, entrambi ben curati. Il tutto, per giunta, mescolato con grande maestria: nonostante la breve esistenza come band, il songwriting degli americani è già maturo e di altissimo livello. Peccato solo che Retribution Divine soffra di una certa mancanza di hit: nonostante i tanti bei pezzi nella scaletta, solo pochi riescono a stamparsi con forza nella mente. Non è una questione di omogeneità o di cliché in questo caso: il difetto principale dei Coffinrot è una semplice mancanza di memorabilità, ma in sé non è un fattore così negativo. Lo stesso vale poi per la registrazione: Retribution Divine suona un po’ grezzo, sporco, piatto, e se questo non castra troppo la musica, che alla fine è nitida il giusto, limita un po’ la potenza degli statunitensi. In generale, sono due difetti che non incidono troppo: anche così parliamo di un disco che sfiora addirittura il capolavoro!

Già al via, Mind Your Elders presenta subito una prima sorpresa: invece di partire sparata a mille oppure con un intro blasfemo e orrorifico, prende vita da un preludio delicato e crepuscolare. Ma giusto qualche secondo e ci si ritrova all’improvviso catapultati in una frazione confusionaria e di altissima rabbia, ben evocata da Drew Thomas, che invece del growl usa uno scream davvero graffiante, e da un riff mitragliante, di gran potenza. Le ritmiche sono però da puro death classico, e presto lo diventano ancora di più: la traccia comincia così ad alternare fughe imperiose e momenti più lenti e lugubri, senza però che il dinamismo venga meno del tutto. Belle anche le variazioni, come il riff thrashy che spunta al centro o il ritorno della ferocia iniziale alla fine: sono validi arricchimenti per un pezzo breve ma di intensità assoluta, il che gli consente di arrivare a poca distanza dal meglio del disco che apre! Sin dall’inizio, la successiva Nature of the Beast è convulsa e frenetica, e col tempo lo diviene anche di più. All’inizio, c’è una frazione martellante, di orientamento molto brutal col suo andamento strascicato, poi sostituita da una terremotante, comandata dalla doppia cassa impazzita di Tom Tier. Presto però questa muraglia di suono si apre e la canzone assume una natura meno estrema e più ariosa. Se a dominare è sempre una certa cupezza, ben evocata dai riff, tutti striscianti e lugubri, spesso il ritmo è più lento e aperto: si crea così un affresco oscuro e avvolgente, che colpisce alla grande nonostante la velocità bassa, almeno per il genere. Merito anche delle tante melodie e dissonanze piazzate qua e là, che danno al tutto una varietà che le permette di non annoiare mai; il resto lo fanno i brevi momenti in cui i Coffinrot tornano a pestare, come per esempio nel ritorno dell’inizio alla fine. Sono tutti ottimi elementi per una traccia che non spicca troppo in Retribution Divine, ma rimane di buonissima qualità. Anche Arboreal Affliction comincia arrembante, seppur in maniera quadrata e non troppo violenta: lo diventa più avanti, quando l’impostazione iniziale comincia ad alternarsi con altre più feroci. È il caso sia dei passaggi più veloci e incazzati, sia di quelli che puntano sul puro impatto con un riffage ossessivo, che martella con gran forza. Ma non c’è solo spinta frontale: a tratti a prendersi il sopravvento sono invece delle melodie blasfeme, dissonanti, che danno al tutto un tono ancora più malato e osceno. A tratti invece la musica tende a rallentare, con frazioni più lente, sinistre, con persino una vaga influenza death/doom; contrastano con quelle al fulmicotone che compaiono qua e là. È un affresco variopinto ma ben fatto, con i giusti incastri e tanta sostanza: pur non essendo tra il meglio del disco, sa bene il fatto suo!

Anche Sentenced to Serve inizia melodica, con la chitarra pulita che suona persino preoccupata; il bello è che non è nemmeno un falso preludio! Qui infatti i Coffinrot rallentano i ritmi e calmano un po’ la propria aggressività: quando entra nel vivo, il pezzo è un mid tempo dominato dal riffage di Erik Zidek e Will Maravelas, grasso e possente, ma non un assalto come abbiamo sentito in precedenza in Retribution Divine. Per lunghi tratti, la traccia si muove su queste coordinate, e anche quando la grinta sale il tempo non lo fa: succede solo nei ritornelli, in cui Thomas urla di più, ma al di sotto c’è addirittura la melodia iniziale della chitarra pulita. L’agitazione sale un po’ di più solo al centro, prima con un interludio più agitato e cupo, grazie anche a una bellissima melodia oscura alle spalle di riff e cantato. Ancora meglio fa però la frazione successiva, che alterna momenti terremotanti – seppur sempre oscuri e non troppo pestati – a una grandissima frazione, persino malinconica nella cupezza dello splendido assolo di Zidek. È la ciliegina sulla torta su un pezzo particolare ma pur sempre death metal e in linea con lo stile degli americani: non solo non stona nell’album, ma spicca e si rivela addirittura uno dei suoi pezzi migliori! La seguente Barred from the Realms of Death Eternal esordisce subito col suo riffage principale, molto sui generis:  nella prima parte, a tratti assume un‘anima persino groove metal, mentre altrove è declinato in maniera più death o thrash. È comunque una splendida base, di gran potenza nonostante la  relativa semplicità: lo si sente bene nelle strofe, incalzanti al massimo col ritmo a modo suo marziale impostato da Tier. È da questa base che poi il pezzo comincia a progredire in una direzione anche più dissonante e obliqua, finché non confluisce in una frazione più da death classico, che però riesce a martellare con la giusta forza. A parte questa progressione, nella prima frazione c’è giusto qualche stacco qua e là, ma per il resto è molto lineare; tuttavia, poco prima di metà il panorama si apre un po’ di più. È l’esordio di una frazione ancora di retrogusto death/doom, a tratti anche spinto, con la sua lentezza e le sue melodie che ricordano parecchio i maestri del genere degli anni novanta. Ma l’evoluzione non si ferma qua: a un certo punto la traccia si spegne ancora di più, per una frazione strana, sottotraccia: senza riff, c’è solo una melodia di chitarra lieve ma davvero orrorifica sotto allo scream di Thomas. È la base che regge il pezzo anche quando, pian piano, torna alla potenza, in un’escalation formidabile: a sua volta, essa dà il là a una nuova ripresa della frazione più incalzante, seppur in maniera più preoccupata e strana. Col tempo, lo diventa ancor di più, con vortici di chitarra (e del basso di Casey Harris) che si prendono la scena fino ad attorcigliarsi e a spegnersi in un lungo outro, dark ambient lenta e tetra coi suoi cori. È il gran finale di una traccia lunga quasi sette minuti e mezzo ma senza il minimo momento morto, nonché il picco di Retribution Divine con la precedente!

Con Beneath the Killing Floor, i Coffinrot tornano alla violenza sonora sentita all’inizio del disco. In un attimo, ci ritroviamo in un ambiente convulso e rabbioso, un’aggressione di pancia senza spazio per alcun tipo di melodia o abbellimento. È una norma che viene declinata in varie forme lungo la canzone: a volte è convulsa all’estremo, mentre in altri frangenti, come al centro, è più statica e punta sull’impatto del suo vorticare. Inoltre, spesso si alterna con frazioni più lente e cupe, con un bel riffage ritmato che dà loro il giusto impatto: non sono male, ma non si uniscono granché bene con quelle più veloci. In più, il brano è troppo corto nei suoi due minuti e mezzo, peraltro molto lineari – a parte una frazione doomy al centro, non c’è altro che la norma di base. È anche questo il motivo per cui si tratta del pezzo peggiore del disco: non è nemmeno malaccio, ma rispetto agli altri scompare. Giusto un paio di secondi a tinte doom, poi Husk of Skin entra nel vivo invece veloce e battente, con un riffage oscillante di influsso thrash e addirittura punk(!).È una norma che torna a tratti lungo il pezzo, mentre altrove la falsariga è più granitica, con monoliti a base di ritmiche death metal e della batteria del solito ottimo Thomas, che rende il tutto ancora più pesante. Buona anche la lunga frazione centrale, che sviluppa un po’ meglio l’influsso sentito nell’attacco: è un passaggio lento, costante, aggressivo ma non estremo, ben aiutato anche da un assolo vorticoso al centro. Nonostante la mancanza di dinamismo, non stona, anzi fa respirare bene un pezzo breve ma significativo, poco distante dal duo dei picchi della scaletta! Quest’ultima è ormai giunta alla fine, e per l’occasione i Coffinrot schierano Retribution Divine: comincia con lo stesso intro con cui partiva la opener, lento e di chitarra pulita, seppur stavolta vada avanti un po’ di più. Ma dopo mezzo minuto scarso, torna a esplodere il caos: ci ritroviamo in un assalto davvero graffiante, death metal al massimo della sua tensione, e anche quando la band ritrova un po’ di ordine l’aggressività non scende. La progressione è piena di variazioni repentine, scambia in tempi brevi momenti di fuga, a tratti anche in blast beat, e passaggi più calmi, persino orecchiabili a modo loro, ma che hanno una grande tensione, persino drammatica a volte. Il tutto fluisce anche con una certa urgenza per diverso tempo, per poi arrestare la sua furia a circa metà, quando il pezzo si spegne. Tuttavia, le danze non sono ancora finite: dopo un breve interludio di marca ancora doomy, la canzone torna ad avanzare, stavolta lenta e truce, con un riffage macinante al punto giusto. È una frazione ossessiva che però non annoia, grazie alla bella melodia in sottofondo e al growl di Thomas, che la rendono significativa dall’inizio fino a quando la traccia non torna alla norma pulita iniziale, in un outro che è un’ideale chiusura di un cerchio. È la buona conclusione di un’altra traccia ottima, non troppo lontana dal meglio del disco a cui dà il nome!

Per concludere, Retribution Divine è un album di grandissima sostanza, nonché molto al di sopra della media del death metal di oggi. Di sicuro, i Coffinrot non sono uno di quei gruppi che copiano i Cannibal Corpse o i Deicide e non vanno oltre: hanno qualcosa di proprio da dire, e qui lo dimostrano in pieno. È per questo che, se sei stanco dei soliti cliché, la proposta degli americani è oro per le tue orecchie; ma lo risulterà anche se, semplicemente, il death metal più violento è pane per i tuoi denti!

Voto: 88/100


Mattia

Tracklist: 
  1. Mind Your Elders – 03:28
  2. Nature of the Beast – 03:59
  3. Arboreal Affliction – 03:16
  4. Sentenced to Serve – 04:55
  5. Barred from the Realms of Death Eternal – 07:26
  6. Beneath the Killing Floor – 02:36
  7. Husk of Skin – 03:50
  8. Retribution Divine – 06:12
Durata totale: 35:42

Lineup: 
  • Drew Thomas – voce
  • Erik Zidek – chitarra solista
  • Will Maravelas – chitarra ritmica
  • Casey Harris – basso
  • Tom Tier – batteria
Genere: death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Coffinrot

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento