Cathedral – The Garden of Unearthly Delights (2005)

Per chi ha fretta:
The Garden of Unearthly Delights (2005), ottavo album dei Cathedral, è un lavoro interessante ma non del tutto riuscito. Da un lato, è buono lo stile, che mescola l’anima più truce e quella più aperta e stoner della carriera degli inglesi, come lo è la loro spinta sperimentale presente a tratti. Dall’altro però al disco manca la scintilla vitale che caratterizza molti capolavori: ne sono dotate in parte solo pezzi come la scanzonata Corpsecyrcle, la rabbiosa Oro the Manslayer e la truce Beneath a Funeral Sun, picchi della scaletta. Ma altrove ci sono anche particolari che lasciano un po’ a  desiderare, come il nu metal di Tree of Life and Death, l’insignificante Upon Azrael’s Wings o la suite carina ma un po’ troppo pretenziosa The Garden. Sono questi i motivi per cui The Garden of Unearthly Delights non è un album del tutto soddisfacente, né all’altezza del meglio della carriera dei Cathedral, pur essendo alla fine discreto e piacevole.

La recensione completa:
Tra i tanti gruppi che hanno scritto la storia del doom metal, i Cathedral sono un caso davvero peculiare. Nati come band death/doom metal, un suono ben udibile nell’esordio Forest of Equilibrium del 1991,virano già dal secondo The Ethereal Mirror su uno stile meno aperto e più oscuro, per quanto sempre potente: è la nascita dello stoner doom. È il genere con cui la band viene di norma identificata, ma a volte nel corso della loro lunga e importante carriera i Cathedral sono tornati verso le loro origini. Oppure, in altri momenti, hanno addirittura unito le loro due anime: è il caso di The Garden of Unearthly Delights, ottavo album datato 2005. Si tratta di un lavoro in cui gli inglesi di base suonano sempre il loro classico stoner doom, ma impostato in una maniera meno tranquilla e più movimentata rispetto a certi dischi del loro passato. Soprattutto, a fare la differenza è l’atmosfera che i Cathedral impostano: in The Garden of Unearthly Delighs spesso si può avvertire una malsana inquietudine, e solo a tratti i giochi sono più disimpegnati. In tal senso, la band ogni tanto si cimenta anche in alcuni esperimenti, che la portano verso sonorità più alternative o qualcosa di più bizzarro: non sempre sono riusciti a meraviglia, ma hanno almeno il pregio di dare varietà all’album. Il vero problema di The Garden of Unearthly Delights è invece nella sua scaletta: se la media è più che discreta, gli manca però quel quid in più, quella scintilla di vitalità che fa la differenza tra un album qualunque e un capolavoro. In parte è presente solo nei pezzi migliori, ma anche essi non sono tra i più belli della carriera dei Cathedral. Il risultato è un disco molto piacevole, ma che non riesce a impressionare più di tanto, e alla lunga finisce per non incidere a dovere, quando non ad annoiare.

Le danze partono da Dearth AD 2005, intro che fa già capire quali saranno le coordinate dell’album: i suoi effetti, a metà tra ambient, noise e industrial, creano subito un panorama dissonante e persino orrorifico. Si tratta perciò di una partenza molto azzeccata nel suo minuto di durata, che lascia poi spazio a Tree of Life and Death, opener vera e propria che però spiazza. Dopo un ulteriore intro di fuzz obliqui, entra in scena con ritmiche alternative, quasi da nu metal: è una sensazione che viene rafforzata poi da Lee Dorrian, che li segue con la sua solita voce roca ma a tratti anche l’incedere tipico del genere. Non che il doom venga meno: in sottofondo è un’anima sempre presente, e viene fuori con più forza per esempio nei ritornelli, rabbiosi e potenti al punto giusto. Lo stesso dualismo si ritrova nella parte centrale, con una prima metà praticamente rap metal e una seconda lenta, lugubre, in cui brillano i riff di Gaz Jennings. Nessuna delle due anime stona in sé, anzi i Cathedral si prodigano per renderle entrambe al massimo e si sente; tuttavia, accostate non rendono poi così bene. Il risultato finale è un pezzo discreto e un esperimento interessante, che però, vista anche la differenza col resto di The Garden of Unearthly Delights, lascia un po’ il tempo che trova. Con North Berwick Witch Trial, gli inglesi tornano quindi a qualcosa di più in linea con il loro stile, forse anche un pelo troppo visto che ricorda la famosa Hopkins (The Witchfinder General), e non solo per il tema del testo. Un breve intro, con un campionamento da un qualche film, poi la musica comincia a crescere, finché non ci troviamo in una norma stoner e con una sua certa melodia, nonostante la potenza generale. È una falsariga che torna a tratti a punteggiare la traccia: succede per esempio nei refrain, che pure all’inizio si mostrano più melodici ma nel loro lungo sviluppo a tratti divengano inquietanti. Il resto invece è più roccioso: così si rivelano le strofe, dure e spigolose, per quanto stavolta non aggrediscano ma puntino più sul puro impatto. Lo stesso vale per la frazione centrale, di gran energia seppur in questo caso sia più serena e allegra rispetto al resto, e anche le note cupe e malate presenti siano meno marcate. Ottimo al suo interno l’assolo, che poi confluisce di nuovo verso l’impostazione di base: è un altro buon elemento per un pezzo non eccezionale, ma che sa il fatto suo.

Upon Azrael’s Wings prende vita da un intro pestato, cadenzato, rabbioso, strano – forse anche troppo per i miei gusti. Torna ogni tanto lungo la durata di un eppisodio per il resto più dinamico e diretto, basato su lunghe strofe con un riffage di influenza quasi punk o sludge, espanso e cupo, grazie anche al macinare del basso di Leo Smee. La stessa suggestione si ritrova negli stacchi che appaiono qua e là: più quadrati, ma al tempo stesso espansi a causa di diversi echi, riescono a renderlo persino più sinistro del resto. Se è un buon fattore per entrambe le componenti, nessuna delle due spicca moltissimo: col tempo, anzi, tutte e due cominciano a venire a noia. Non aiutano poi alcune variazioni particolari, ma che sembrano messe lì quasi per caso, come per esempio la frazione ancora di gusto punk e veloce poco prima della metà o quella cupa che la segue. Il risultato finale è un pezzo tutt’altro che memorabile, probabilmente il punto in assoluto più basso di The Garden of Unearthly Delights. Per fortuna, ora i Cathedral ritirano su le sorti del lavoro con Corpsecyrcle, che dopo un altro campionamento torna di nuovo con prepotenza verso lo stoner. Lo fa a tratti persino con un tocco hard rock, che aiuta l’atmosfera scanzonata e con pochi rimasugli della cupezza sentita in precedenza. Quest’ultima è una presenza che aleggia un po’ giusto nei bridge, in cui le ritmiche di Jennings si fanno più potenti, aggiungendo un tocco di inquietudine che serve però a potenziare per contrasto i ritornelli, divertenti al massimo con la semplice melodia di base, molto festosa. Lo stesso vale per le strofe, sguaiate e con suoni quasi industrial, che ne esaltano l’essenza insieme truce e disimpegnata; lo stesso vale per gli stacchi rockeggianti che si aprono a tratti. Non fa eccezione nemmeno il lungo passaggio centrale: diviso tra momenti cantati ancora di buona melodia, frazioni preoccupate ma non più di tanto, guidate da un bell’assolo e un finale invece sensuale e molto stoner rock, colpisce al punto giusto. È il miglior coronamento per una traccia che intrattiene alla grande: anche per questo, si rivela senza dubbio uno dei picchi assoluti del disco.

Dopo quattro canzoni abbastanza tirate, è ora il turno di Fields of Zagara, interludio che esordisce delicato e malinconico con la sola chitarra pulita. Pian piano però si fa più denso e inquieto, con lievi orchestrazione e una linea melodica meno armoniosa. Si comincia a creare così una certa tensione, che poi, dopo una breve pausa di effetti da battaglia, deflagra in via definitiva con l’attacco di Oro the Manslayer. Un breve intro della batteria di Brian Dixon, poi ci ritroviamo subito in un pezzo vorticoso, frenetico, di grandissima potenza a livello ritmico. Il riffage ha una grandissima cattiveria, udibile soprattutto nei momenti in cui è in solitaria e incide con grande energia; non manca però nemmeno nelle strofe, meno d’impatto ma più dirette e cavalcanti. È una corsa sfrenata e pesantissima, che respira un po’ solo nei chorus: perdono un po’ di efficacia ma non sono certo amichevoli, con le dissonanze che li rendono lugubri. Soprattutto, hanno ancora un gran furore, che non stona in mezzo a una canzone rapida e dritta al punto. Fa eccezione solo la frazione al centro, che nonostante il ritmo quasi sempre sostenuto a tratti si fa più melodica e mitiga la propria cupezza; più spesso però l’assolo di Jennings è sostenuto da una base ancora macinante, di gran forza, che a tratti prende anche il sopravvento. È una lunga frazione, molto variegata, che passa tra diverse sfumature, tutte ben incastrate: è la ciliegina sulla torta di un pezzo di sette minuti e mezzo ma mai noioso, il meglio che The Garden of Unearthy Delights offra con Corpsecyrcle! L’esordio della seguente Beneath a Funeral Sun può dar l’impressione di introdurre qualcosa di ancora più serrato che in precedenza, ma poi la traccia si calma. La norma di base, per quanto truce e cupa, è meno esasperata, più semplice, e avanza con potenza fino a confluire nei refrain. Essi perdono buona parte della cupezza e si propongono come frazioni stoner doom semplici e quasi allegre, senza particolari preoccupazioni. Sono due anime molto diverse, ma si mescolano bene: merito anche delle frazioni che le raccordano, oblique e strane con l’intreccio di voci bambinesche e femminili su uno sfondo espanso. Buona anche la variegata sezione centrale, che passa da momenti anche oscuri e rabbiosi ad altri più aperti, che rasentano l’hard rock anni settanta, come per esempio la fase del bell’assolo centrale, passando per momenti di puro doom. Il tutto è però ben impostato, e rappresenta un valore aggiunto per un brano molto buono, non lontano dal meglio del disco!

Se fin’ora il disco è stato bene o male diretto, con poche pause e tanta potenza, con The Garden la situazione cambia. Abbiamo una lunga e mastodontica suite, che all’inizio se la prende molto con calma: a parte le percussioni, molto distanti, a un fischio in sottofondo e a qualche fuzz qua e là, non c’è altro. Dopo circa un minuto e mezzo però, il pezzo vira in una direzione più musicale: per il momento i toni però sono ancora bassi, con la voce femminile dell’ospite Lo Polidoro su un ambiente quasi da prog rock, fatto di chitarre acustiche e tanta calma. Sembra quasi che il pezzo debba essere tutto così, quando all’improvviso deflagra una norma rocciosa, con un riffage quasi groove metal. È l’inizio di un’evoluzione di gran energia, che alterna queste frazioni, grasse e potenti, con passaggi un po’ più aperti ma sinistri, considerabili come refrain: con la melodia vocale di Dorrian e un riffage blasfemo, sono uno dei passaggi più in vista del pezzo. Ma qua e là si aprono anche momenti più bizzarri: a tratti hanno un’essenza quasi progressive o addirittura swing/jazz, e altrove sono anche più delicati e tranquilli: il chiaro intento dei Cathedral è quello di creare una sensazione di bizzarria. Altrove però ci sono anche passaggi più potenti: si rifanno spesso allo stoner e al doom sporchi e rabbiosi già sentiti lungo The Garden of Unearthly Delights, ma a volte anche ai suoi influssi più alternativi, punk o sludge, senza lasciar da parte qualche influsso hard rock. Anche a livello d’atmosfera sono tanti gli sconvolgimenti: si passa da momenti di gran delicatezza ad altri davvero rabbiosi,  e da tratti diretti ad altri espansi e psichedelici passando per l’alienazione, in un florilegio che avanza per molti minuti. Buona parte dei suoi passaggi non è niente male, ma ogni tanto tra loro sembrano un po’ slegati, come se la traccia mancasse di un filo logico davvero forte. Non aiuta poi il fatto che a volte, specie nei momenti più lievi (ma non solo) la musica risulta un po’ prolissa. Sono difetti non del tutto castranti, ma che incidono abbastanza: i ventisette minuti di durata sembrano davvero eccessivi, l’idea è che gli inglesi abbiano esagerato, e se il risultato finale non è disprezzabile, non si rivela nemmeno eccezionale. A questo punto, in teoria il disco sarebbe finito, ma dopo circa cinque minuti di silenzio c’è spazio per la ghost track Proga-Europa: non è altro che un minuto scarso di hard rock sabbathiano con giusto una vaga ombra doom. Non aggiunge nulla, ma come chiusura ha almeno il merito di essere simpatica.

Per concludere, pur essendo senza problemi al di sopra della sufficienza, The Garden of Unearthly Delights è un album che non può competere col meglio della carriera dei Cathedral. È vero però che dall’altra parte parliamo di un album che pur senza impressionare scorre piacevole per buona parte della sua durata, e di sicuro non è disprezzabile. Se perciò sei fan di Lee Dorrian e compagni, o anche solo dello stoner doom meno rilassato e più potente, il consiglio è di farci un pensierino. Specie per quanto riguarda l’edizione limitata come quella su cui ho scritto questa recensione, col CD che profuma di mela quando gira nel lettore: una particolarità che se sei un collezionista non puoi lasciarti scappare!

Voto: 72/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Dearth AD 2005 – 01:01
  2. Tree of Life & Death – 04:36
  3. North Berwick Witch Trials – 05:58
  4. Upon Azrael’s Wings – 05:38
  5. Corpsecyrcle – 05:55
  6. Fields of Zagara – 01:58
  7. Oro the Manslayer – 07:29
  8. Beneath a Funeral Sun – 05:20
  9. The Garden – 26:59
  10. Proga-Europa – 05:58

Durata totale: 01:10:52

Lineup: 

  • Lee Dorrian – voce
  • Gaz Jennings – chitarre e percussioni
  • Leo Smee – basso, tastiere, flauto
  • Brian Dixon – batteria e percussioni

Genere: doom metal
Sottogenere: stoner/doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Cathedral

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