Machine Head – Burn My Eyes (1994)

Per chi ha fretta:
Burn My Eyes (1994), esordio dei Machine Head, è un lavoro tanto sottovalutato quanto di valore. Lo è in primis per il suo stile, un groove metal che si rifà alla lezione dei Pantera ma senza copiarli, rendendo anzi il proprio suono più cupo, violento e nichilista. Soprattutto però brilla l’ispirazione di altissimo livello della band di Robb Flynn: parliamo di un lavoro con tantissime belle canzoni, tra cui spiccano Davidian, Old, A Thousand Lies, Death Church, Blood for Blood, Real Lies, Realize, Real Lies e Block. Sono tutti picchi di una scaletta che non ha alcun vero punto basso: è anche questo a rendere Burn My Eyes un album perfetto, nonché un capolavoro assoluto del genere groove metal!

La recensione completa:

1994: siamo ancora nel periodo in cui il metal, dopo il tramonto delle correnti classiche, vive la breve fiammata del groove, ancora al top prima che la moda virasse verso sonorità nu e alternative. Gruppo di punta del movimento, i Pantera dominavano senza che nessuno potesse contendere  loro lo scettro in fatto di fama: non un fatto negativo in sé, ma che portò alla creazione di molte band derivative. Che fossero nuovi gruppi mai visti sulle scene oppure vecchie glorie riconvertite al nuovo stile, le loro uscite spesso lasciavano il tempo che trovavano. Non bisogna però fare di tutta l’erba un fascio: c’era anche chi riusciva ad andare oltre la band texana e a fare qualcosa di apprezzabile. I Machine Head sono forse l’esempio migliore di questo fatto: lo dimostrarono proprio quell’anno con l’esordio Burn My Eyes. Seppur accusata spesso di plagiare proprio i Pantera, la musica della band di Robb Flynn era qualcosa di diverso: al di là degli indubbi punti di contatto col gruppo dei fratelli Abbott – ovvi, considerando che è lo stesso genere – ci sono anche differenze sostanziali. Per esempio, lo stile di Burn My Eyes è più cupo e nichilista rispetto ai Pantera, che lungo la propria carriera hanno puntato più sul puro impatto. Il concetto fondamentale, in questo caso, è tuttavia che puoi copiare lo stile di un gruppo, ma non l’ispirazione, che deve venire da te: ebbene, quella dei Machine Head ai tempi dell’esordio era altissima. Ogni canzone di Burn My Eyes ha qualcosa da dire, una sua personalità genuina e dei riff almeno significativi, quando non da urlo: questo vale persino per le meno belle. Il risultato è un album pieno di punti alti e senza praticamente picchi negativi: sarà sottovalutato da molti, ma per quanto mi riguarda è uno dei più grandi capolavori dell’intero groove metal!

Una breve rullata di Chris Kontos, poi ci ritroviamo subito all’interno di Davidian, che mette subito le cose in chiaro. Per quanto lento, l’avvio già è cupo e rabbioso, con riff taglienti e dissonanze moderne delle chitarre; va ancor meglio, da questo punto di vista, quando il pezzo accelera, fino a entrare nel vivo. Si presenta allora una norma spedita, di gran impatto col suo rifferama fangoso e graffiante, che procede semplice ma devastante finché Flynn non urla “Let freedom ring with a shotgun bell” in solitaria. È un lancio di incredibile potenza per una frazione che torna a rallentare, ma lo fa in una maniera così rabbiosa, con ritmiche fangose e penetranti, da colpire con persino più forza che in precedenza. Ottima anche la seconda metà, che lascia questa alternanza per abbracciare una norma più veloce e convulsa, e che nel crescendo lo diventa sempre di più. Raggiunto un apice di parossismo però il tutto rallenta, per una coda strascicata e senza più dinamismo, ma di gran potenza. È la giusta conclusione di un pezzo stratosferico, già da subito tra il meglio che Burn My Eyes abbia da offrire! Ma i Machine Head non perdono un centesimo di forza con Old, che dopo un avvio caotico di frazioni parlate e fuzz di chitarra, esplode col suo imponente riff di base. È già una botta devastante in sé, ma poi si evolve in una maniera ancor più magmatica e distruttiva in strofe di impatto e dinamismo grandissimo. La loro spinta si placa un po’ solo coi ritornelli, che all’inizio sembrano quasi espansi ma poi diventano graffianti, con una nota da quello che allora non era ancora riconosciuto come nu metal che però non stona, anzi. È un influsso che si sente anche nella frazione centrale, all’inizio dissonante per poi diventare un vero e proprio terremoto: è la maggiore variazione di un pezzo per il resto parecchio lineare, che però non annoia mai. Merito del gran lavoro del quartetto nel rendere sempre variegati gli arrangiamenti: un altro segreto per il secondo picco di una lista di capolavori ancora ben lontano dalla conclusione!

Dopo un paio di macigni come quelli appena passati, saggiamente gli americani piazzano A Thousand Lies, che all’inizio se la prende con calma. L’esordio è molto espanso, e solo nel giro dei minuti la musica si concentra e accelera: anche quando entra nel vivo, però, insieme alla potenza rimane una nota melodica nella norma di base. È la stessa che regge i rapidi refrain, anche più preoccupati e desolati del resto, grazie anche alla melodia vocale di Flynn: non soffrono della relativa mancanza di potenza ma anzi guadagnano in oscurità e nichilismo. Più dirette e quadrate sono invece le strofe: con una nota ancora alternativa, rappresentata dal frontman che quasi rappa, hanno però l’impatto e la cattiveria del miglior groove metal, specie nei momenti più veloci e vorticosi. Le due anime si uniscono alla grande, in un gioco di contrasti tra potenza e melodia che cattura l’attenzione con forza. Contribuiscono a esso anche le frazioni al centro (seguita poi anche da un assolo slayeriano su una base al fulmicotone) e nel finale, sanguigne e con lo stesso impatto del resto. Il risultato è un altro pezzo eccezionale, che se non arriva ai livelli del duo iniziale, lo fa giusto per un pelo! La successiva None but My Own spiazza all’inizio, con quasi un minuto di intro di chitarra pulita e malinconica. Poi però spunta un riff distorto e potente, di marchio Machine Head al cento percento, seppur in questo caso sia lento, grasso e punti sul puro impatto più che sul dinamismo. Non è veloce neanche l’altra parte con cui si alterna nelle strofe, in cui la sezione ritmica domina, mentre le chitarre intrecciano lontane melodie, per frazioni dilatate ma oscure al punto giusto. Gli unici momenti in cui gli americani macinano sono i ritornelli, convulsi e vertiginosi, ma senza perdere nulla della grande cappa di cupezza che avvolge anche il resto. È un sentimento ben udibile anche nella frazione centrale, costituito da un assolo con anche un filo di pathos, depresso e graffiante. Il tutto va avanti per circa cinque minuti e mezzo; sembra quasi la fine, ma poi d’improvviso si svolta su una frazione finale meno espansa e più diretta. Va avanti per meno di un minuto ma con gran potenza, grazie anche a un riffage di retrogusto thrash di gran potenza: forse c’entra poco col resto, ma non rovina un pezzo che non sarà tra i picchi del disco, ma risulta lo stesso grandioso!

The Rage to Overcome inizia ancora col terremotante drumming di Kontos, a cui presto si sovrappongono delle dissonanze di chitarra. Esse sono le protagoniste anche quando il pezzo vero e proprio entra in scena: è più potente ma stavolta punta più a creare ansia che altro. Succede per esempio nelle strofe, che pure hanno un senso melodico in sottofondo, con un’armonia depressa, triste, persino con un certo spessore emotivo. Solo a volte invece si presentano degli stacchi più aggressivi e pesanti: di solito sono brevi, tranne che sulla tre quarti dove arriva un macigno breve ma di gran potenza, in puro stile Machine Head – seguito poi da un assolo preoccupato, in linea col resto. Il risultato di tutto ciò è un pezzo semplice e molto breve, ma di qualità elevata: forse non spicca molto in Burn My Eyes, ma questo non gli toglie granché! È quindi il turno di Death Church: parte da un intro ancor più stridente di quanto sentito in precedenza, con fuzz e voci distorte al massimo, per un effetto quasi mostruoso. È quel che serve per dare un’atmosfera oscura a un brano che poi, dopo un altro breve interludio morbido e melodico ma inquietante, esplode. Abbiamo allora una progressione lenta ma di grandissima forza, grazie al riffage di Flynn e Logan Mader, pesante come un blocco di platino. È la guida per strofe che alternano momenti cadenzati, di impatto assoluto, e frazioni circolari e pestate, ben sostenute da una prestazione minacciosa del cantante. Questo dualismo si scioglie solo nei chorus, che perdono in parte l’energia ma compensano con un’aura sinistra, malata ma non senza un filo di pathos, evocata alla grande dal torvo cantante e da melodie sinistre. Stavolta, inoltre, c’è poco altro a parte il solito assolo centrale, adatto alla situazione; per il resto, la struttura è semplice, lineare, con poche variazioni anche in fatto di arrangiamenti. Ma non è un problema: il mood generale è così avvolgente da eliminare il rischio noia lungo tutti gli oltre sei minuti e mezzo di durata. È per questo che alla fine abbiamo un episodio da urlo, senza dubbio tra i picchi del disco!

A Nation on Fire comincia melodica e stavolta calma, con lievi chitarre pulite. Pian piano però la musica diventa più oscura, specie quando la traccia comincia a crescere in densità con l’arrivo della sezione ritmica in scena. È un evoluzione che pian piano porta a una norma sempre più cupa, fino a che la musica non esplode in una frazione potente, groove metal con la giusta tensione. Anche questo però lascia presto spazio a frazioni più preoccupate, vorticose, con una loro musicalità particolare, obliqua. Sono aperture che si alternano spesso coi momenti più pesanti, in cui Flynn sfodera un cantato arrogante; a volte però il pezzo torna anche all’origine più melodica. È una struttura un po’ oscillante, più complessa rispetto a quanto sentito fin’ora; questo non è certo un problema, anche se a tratti qualche passaggio sembra un po’ slegato dagli altri. Ma molte cose sono anche buone: da questo punto di vista brilla la fine, che come in Nothing but My Own spunta quando il pezzo sembra stia per spegnersi e si configura come una potente fuga a tinte thrash/groove. Stavolta non dà nemmeno fastidio, anzi è il momento migliore di un pezzo di ottima qualità: pur essendo persino il meno bello di Burn My Eyes non stona, e anzi dà l’idea che in un qualsiasi altro album brillerebbe molto di più! La seguente Blood for Blood ha un avvio spiazzante (ma non in senso negativo), col suo macinare ossessivo e dissonante su un ritmo altrettanto ripetitivo, che ricorda da vicino addirittura un certo tipo di industrial metal. Da questo caos emerge presto un pezzo molto più diretto e d’impatto, che dopo un primo attacco arrembante perde tutte le melodie iniziali e svolta su una fuga rapida, di gran impatto. Il suo scorrere prosegue per gran parte del pezzo; fanno eccezione solo i ritornelli, brevi e più lenti ma con la giusta ansia: aiutano il tutto a respirare meglio. Lo stesso vale per la sezione centrale, l’unica parte in cui i ritmi rallentano davvero, per una breve pausa prima che i Machine Head tornino a crescere, fino a ricollegarsi con l’impatto della norma di base. È un altro dettaglio ben riuscito per una scheggia breve e fulminante: nonostante i suoi elementi bizzarri, non solo non stona col resto del disco, ma addirittura si situa poco lontano dai suoi picchi!

Come già avvenuto in altri casi nel disco, I’m Your God Now parte lenta e calma, ma stavolta le sue melodie malinconiche non sono una breve illusione. Al contrario, per lunghi tratti le strofe sono leggere, con le melodie di chitarra che sopra al basso di Adam Duce e al rullante di Kontos accompagnano la voce lieve e depressa di Flynn. Poi però la calma si spezza quando la musica comincia a crescere, fino a sfociare in frazioni che all’inizio macinano con forza; lo spessore emotivo non è sparito, però, e torna fuori in seguito, con ritornelli potenti ma al tempo stesso preoccupati. L’impatto prende il sopravvento solo nella seconda metà, quando la traccia svolta su una frazione che progredisce facendosi sempre più graffiante.  Passando anche per una serie di ottimi assoli del frontman e di Mader, si sfocia così in una frazione pestata e ossessiva, che coinvolge alla grande con la sua rabbia, uno sfogo possente prima che la traccia si spenga in maniera speculare all’inizio. È il gran finale per un brano in fondo semplice ma splendido, l’ennesimo di una serie ancora non alla fine. Infatti, a ruota Real Eyes, Realize, Real Lies emerge dal nulla col suo riff di base, ossessivo e circolare, con persino una nota doom nella sua essenza distesa e melodica. È una base che regge per gran parte del breve pezzo campionamenti di varie voci, mentre solo sulla tre quarti Flynn comincia a urlare, mentre la musica si fa più pestata. Non c’è altro in quello che più che un brano vero è un interludio, ma così particolare e con un riff così valido da non stonare: al contrario, gira poco al largo del meglio che Burn My Eyes abbia da offrire! Quest’ultimo è agli sgoccioli, e i Machine Head affidano il compito di chiudere a Block, un manifesto programmatico di tutta la potenza e il nichilismo sentito fin’ora. Un breve intro macinante ma sottotraccia, poi ci ritroviamo subito in un ambiente groove metal con un piglio nu che lo rende però più graffiante. È la norma che si alterna in maniera veloce con le strofe, anche più martellanti e convulse, in una corsa che conduce fino ai ritornelli: semplici ma di impatto assoluto, con il loro “fuck it all”, colpiscono con la forza di un cazzotto in pieno muso. Completa un quadro in fondo non troppo complicato una frazione centrale macinante, vorticosa e di influsso ancora thrash, in cui gli americani mostrano tutta la loro potenza e il loro estro. È la ciliegina sulla torta di un altro pezzo da novanta, il picco che mette la parola fine su un album fenomenale come meglio non si poteva!

Come già detto all’inizio, per quanto mi riguarda Burn My Eyes è uno degli album groove metal più belli di tutti i tempi: con grande spontaneità e  senza un pezzo davvero brutto, riesce persino a raggiungere la perfezione. So anche che, d’altra parte, molti non concorderanno con me: forse sarà per le sue influenze alternative e nu, ma so che a molti questo primo parto dei Machine Head proprio non piace. Se però ti piace questo genere – e intendo piacerti davvero, andando oltre i soli Pantera – secondo me è un lavoro da non sottovalutare: scoprilo, e vedrai che non potrai far altro che adorarlo!

Voto: 100/100

 
Mattia
 
Tracklist: 
  1. Davidian – 04:55
  2. Old – 04:06
  3. A Thousand Lies – 06:14
  4. None but My Own – 06:14
  5. The Rage to Overcome – 04:47
  6. Death Church – 06:33
  7. A Nation on Fire – 05:33
  8. Blood for Blood – 03:40
  9. I’m Your God Now – 05:51
  10. Real Eyes, Realize, Real Lies – 02:45
  11. Block – 05:00
Durata totale: 55:38
 
Lineup: 
  • Robb Flynn – voce e chitarra
  • Logan Mader – chitarra
  • Adam Duce – basso
  • Chris Kontos – batteria
Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Machine Head

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