Dalkhu – Lamentation and Ardent Fire (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto al predecessore Descend… Into Nothingness (2015), Lamentation and Ardent Fire (2018), terzo album degli sloveni Dalkhu, è un passo indietro. Lo è in primis dal punto di vista del genere, un black metal con meno influenze death e meno personalità rispetto al passato; il difetto maggiore però, oltre a una registrazione piuttosto sporca, è una certa omogeneità.  Questo è anche all’origine di una scaletta in cui soltanto il duo finale The Dead Sleep with Their Eyes Open e Night spicca davvero; tra le altre, per quanto alcune siano buone, non ci sono vere e proprie hit. È un altro difetto per un disco la cui media però non è poi così male: alla fine pur perdendo il confronto col predecessore, Lamentation and Ardent Fire è un buon album, onesto e che può piacere ai fan del black/death metal!

La recensione completa:
Ho già avuto a che fare, in passato, con gli sloveni Dalkhu. Il loro secondo lavoro Descend… Into Nothingness, uscito nel 2015, era un piccolo gioiellino, tanto da rientrare tra gli album migliori recensiti quell’anno. Perciò, è stato con entusiasmo che ho accettato di recensire il suo successore, Lamentation and Ardent Fire, uscito lo scorso 17 settembre grazie all’etichetta polacca Godz ov War Productions. Purtroppo, è stato un entusiasmo un po’ malriposto: mi sono ritrovato davanti a un lavoro meno valido di Descend… Into Nothingness sotto ogni punto di vista, in primis lo stile. Rispetto al passato, c’è un po’ meno death metal, pur essendo presente; la musica è di conseguenza più spostata sul lato black dei Dalkhu, con riferimenti negli Immortal degli anni duemila, nei Dissection e nei Mgła. Questo non è un problema in sé, ma a tratti Lamentation and Ardent Fire suona un po’ trito, e in generale meno personale che in passato. Ma i problemi maggiori degli sloveni qui sono quelli tipici del metal moderno: in primis c’è l’omogeneità, che a sua volta causa una certa mancanza di hit: quasi tutti i brani hanno un loro perché, ma stavolta solo un paio brillano e si stampano in mente. In più, rispetto a Descend… Into Nothingness, Lamentation and Ardent Fire perde anche in fatto di registrazione: se il disco precedente era nitido al punto giusto, qui c’è stata una piccola involuzione. Il suono non è malaccio, ma è comunque più confusionario, rimbombante e grezzo del dovuto, e questo limita un po’ le possibilità dei Dalkhu. Sono tutti elementi che incidono, ma dall’altro lato rimane comunque la bravura degli sloveni nel creare belle melodie e riff coinvolgenti. In generale, Lamentation and Ardent Fire non è proprio una delusione, né è un album scadente: risente soltanto del confronto col predecessore, ma preso a sé stante rimane un lavoro sopra alla media.

L’iniziale Profanity Galore se la prende molto con calma a entrare nel vivo: all’inizio c’è solo il suono di un lontano corno dall’effetto bizzarro. Solo dopo un po’ arrivano  in scena la batteria di Kalki e quindi la chitarra del mastermind J.G., un riff circolare che però all’inizio si mantiene ancora calmo, espanso. Il brano vero e proprio entra invece nel vivo solo dopo oltre un minuto e mezzo, e lo fa strappando. La norma all’inizio è tempestosa e oscura, con un ritmo terremotante che a tratti sale verso un blast potentissimo, e una valanga ritmica al di sopra, completate dal nuovo cantante Lucerus (che qui usa lo scream, al posto del growl basso di P.Ž. nel disco precedente). È un flusso costante e serrato, che va avanti a lungo ma a tratti lascia il passo a qualche stacco: alcuni sono lenti e obliqui, con  fraseggi dissonanti che si intrecciano però con melodie che hanno anche un certo pathos. È lo stesso che torna anche nell’altro tipo di aperture: mantengono il dinamismo precedente ma hanno molta più melodia, che le colora di un’oscurità calda, accogliente, con anche un filo di nostalgia. Con molte variazioni, le due anime si inseguono più volte lungo la traccia, tra passaggi minacciosi in cui torna l’anima death dei Dalkhu e altri invece aperti ed espansi. In ogni caso, gli sloveni impostano tutto piuttosto bene: il risultato finale non fa gridare al miracolo ma è molto buono e nemmeno troppo distante dal meglio del disco. La successiva I Am non si distacca molto dalla precedente: a livello melodico è simile, riprende il suo lato più espressivo. A tratti questo fa volare alto la sensazione di già sentito, ma di norma non dà più di tanto fastidio: la norma di base è diretta ma ha anche un mood più aperto del classico black, grazie alle tante armonizzazioni che creano un’aura strana, quasi trionfale. La musica si fa più agitata solo a tratti, nelle fughe più graffianti con venature death che si aprono  a volte: spesso però introducono aperture in cui tutto rallenta, e a prendersi la scena sono melodie persino ricercate. Lungo la struttura, c’è spazio inoltre per alcune variazioni più particolari: spesso piene di armonizzazioni oblique, riescono a creare subito un’aurea truce e malata, grazie anche alla loro struttura storta, a volte persino di retrogusto prog. Non sono male se prese a sé stanti, ma non sempre funzionano all’interno del tessuto musicale: è il principale difetto di una canzone che per il resto risulta più che discreta, e scorre con piacere per i suoi oltre sette minuti e mezzo.

Rime comincia caotica al massimo, ma è un caos di breve durata, da cui presto emerge una norma battente e quadrata. Anch’essa è destinato a durare poco, prima di trasformarsi in un senso meno rabbioso e più espanso. Lungo la struttura, si alternano momenti più cupi, truci e veloci, con belle melodie lugubri in bella vista, e altri che prendono la stessa impostazione e la rallentano, in qualcosa che unisce black atmosferico e persino influenze doom. In pratica il brano è tutto compreso qui: tra accelerazioni e rallentamenti, è un fluire continuo e quasi ipnotico, che avvolge sempre bene. Non fanno eccezione a questo nemmeno i rari stacchi che si aprono qua e là, di tono più rabbioso e violento: anch’essi, peraltro, sono ben integrati nella struttura. Il risultato è un pezzo semplice e che non spicca molto all’interno di Lamentation and Ardent Fire, ma sa il fatto suo e alla fine si rivela di buona qualità. È quindi il turno di A Race Without Hope, che prende vita daol suo riffage di base, sinistro e con dissonanze tipicamente black. Stavolta i Dalkhu lo portano avanti a lungo: è la base di buona parte del pezzo, che spesso fluisce su un mid-tempo lugubre, grazie anche agli effetti sonori sintetici in sottofondo. Solo a tratti il ritmo si fa più pestato e potente, ma senza che le coordinate cambino molto: se il riff è più tempestoso e pesante, l’aura gelida si mantiene e anzi si accentua ancora di più. A parte un finale che unisce le due parti in una sintesi e una breve sezione cantata in maniera orrorifica da Lucerus, non c’è altro in un pezzo che dura poco più di tre minuti, ma certo non suona incompleto: il risultato è al contrario poco lontano dal meglio del disco! Un breve intro quasi stridente, poi ci ritroviamo nella riottosa e rabbiosa Gaps of Existence, che comincia quasi subito ad avanzare col suo riff distruttivo a base di death/black. È una norma che colpisce bene, ma purtroppo non si può dire lo stesso di parte delle frazioni più lente che si aprono a tratti: alcune sono oblique e tenebrose al punto giusto, ma altre si allontanano troppo dall’origine. Per questo, non solo suonano troppo bizzarre, ma a tratti stonano anche con tutto ciò che hanno intorno, e non solo: a tratti le loro melodie sono scialbe o addirittura fastidiose, e non incidono. Per fortuna, altri momenti della progressione funzionano bene, come quelli in cui la potenza e la cattiveria aumentano rispetto alla base: riescono in parte a salvare un pezzo che però per il resto suona riuscito a metà e anonimo, il picco negativo di Lamentation and Ardent Fire.

Per fortuna, a questo punto i Dalkhu ritirano su con forza le sorti del disco con The Dead Sleep with Their Eyes Open, che sin da subito mostra la sua anima melodica. È presente per quasi tutta la sua durata: la fanno propria sia le strofe, lente e quasi mogie pur nella loro carica rabbiosa, sia i momenti più veloci, a tratti ferali ma mai gelidi: evocano anzi sempre un certo calore. Solo a tratti la norma fugge, per brevi momenti di influsso death con al centro un assolo slayeriano: anche essi, nonostante la differenza, si sposano bene col fluire della norma. È un incedere quasi ipnotico, che avvolge alla grande nella sua strana magia, oscura ma in qualche modo anche accogliente: un incantesimo che si spezza solo alla fine, quando i toni si fanno meno eterei. È la volta allora di una frazione diretta e possente, che spazza via tutto con la sua carica truce e la sua cattiveria in pochi secondi. È però una conclusione appropriata per una canzone ottima, senza dubbio uno dei picchi del disco! Tuttavia, le cose non cambiano di molto all’arrivo di Night, con cui l’album si chiude: si apre truce e rabbiosa, con influssi death bene in vista nel riffage profondo e sferragliante di J.G.. Presto però gli sloveni virano verso una norma sempre macinante ma quasi disperata, ben udibile in ritmiche non troppo aggressive e con molti spunti melodici. È un’impostazione che a tratti si amplia, con stacchi di gran pathos, quasi lacrimevoli, pieni di melodie che creano un grande affresco, malinconico e da urlo. C’è però spazio anche per frazioni più oscure: all’inizio sono rare, brevi sfoghi di potenza, ma col tempo prendono il sopravvento. Il finale è così diviso a metà tra passaggi non velocissimi ma truci e di cupezza penetrante e altri che macinano con gran energia distruttiva e giusto qualche melodia di ritorno a tratti. Il tutto ha un impatto davvero ottimo, tanto che nonostante la differenza con la prima metà non stona nell’unione: valorizza anzi ancor di più un altro grandissimo episodio, il migliore del disco insieme al precedente!

Come detto all’inizio, Lamentation and Ardent Fire è almeno un paio di livelli sotto al suo predecessore nella discografia dei Dalkhu. Ciò non toglie però che sia un buon lavoro, onesto e con qualche bella zampata di qualità assoluta. Certo, fosse stato tutto come il duo di chiusura parleremmo di tutt’altro album, forse persino paragonabile a Descend… Into Nothingness; in fondo però coi sé e coi ma non si è mai fatto il mondo. Anche così, ci si può accontentare di un lavoro rilevante, che ai fan del black e delle sue ibridazioni col death non potrà che piacere!

Voto: 77/100

 
Mattia

Tracklist: 

  1. Profanity Galore – 07:44
  2. I Am – 07:37
  3. Rime – 06:07
  4. A Race Without Hope – 03:16
  5. Gaps of Existence – 06:33
  6. The Dead Sleep with Their Eyes Open – 04:51
  7. Night – 06:42
Durata totale: 42:50
 
Lineup: 
  • Lucerus – voce
  • J.G. – chitarra e basso
  • Kalki – batteria
Genere: black/death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Dalkhu

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