Ash of Ashes – Down the White Waters (2018)

Per chi ha fretta:
Down the White Waters (2018) è un ottimo esordio per i tedeschi Ash of Ashes. Si tratta di un album che ha molto da dire a partire dallo stile, un folk/viking metal scarno e con poche venature dall’incarnazione classica, specie vista la poca diffusione di strumenti tradizionali ed elementi estremi. Ma non c’è solo l’originalità: il gruppo è valido soprattutto nel songwriting, che ha grande versatilità nell’adattarsi a varie situazioni e riesce davvero a emozionare. Lo si può ben sentire in pezzi come la lancinante Flames on the Horizon, la potente Ash of Ashes e la melodiosa Sea of Stone: tre picchi che ben rappresentano una scaletta tutta di alta livello, seppur con qualche sbavatura e una lieve flessione nella seconda parte. È per questi ultimi particolari che Down the White Waters non riesce a essere un capolavoro; tuttavia, è un problema da poco, visto che parliamo lo stesso di un ottimo album!

La recensione completa:

Cosa pensi quando si parla di folk metal? Sono sicuro che, al novanta percento, questo genere ti evocherà alla mente giri veloci di violini e fisarmoniche, e un clima allegro, da taverna; oppure, al contrario, immaginerai sempre gli stessi strumenti al servizio di qualcosa di più oscuro e di origine black metal. Sono stilemi sfruttati da molti, ma non tutto il folk metal è così: esistono anche altre incarnazioni, come quella del duo tedesco Ash of Ashes. Il suono del loro esordio Down the White Waters, uscito lo scorso 21 settembre, è definibile proprio folk, ma è molto lontano dal tipico sound proveniente dal Nord Europa. È uno stile molto più scarno: di rado gli strumenti tradizionali fanno capolino, mentre le melodie tipiche di solito sono scandite dalla chitarra. Inoltre, non ci sono nemmeno elementi aggressivi o estremi, se non in qualche passaggio: al contrario, nella musica degli Ash of Ashes sono più frequenti elementi dal metal classico. Ma anch’essi non sono determinanti: piuttosto, Down the White Waters è un album che punta forte sulle tante armonie e sull’atmosfera. Proprio quest’ultima è tra l’altro uno dei suoi punti forti: è epica e battagliera alla maniera del viking metal (in cui, viste anche le suggestioni liriche, i tedeschi possono essere inclusi), ma non stereotipata né monocorde. Del resto, il vero segreto degli Ashes of Ashes è proprio la varietà: ogni pezzo di Down the White Waters ha le sue melodie e la sua personalità ben precisa, e tutte riescono a dare qualcosa, specie a livello emotivo. Ma al tempo stesso, il duo riesce a confezionare un disco solido e unitario, certo non un’accozzaglia confusa di tanti elementi diversi alla rinfusa. È un altro grande elemento per un album che però, purtroppo, non è perfetto: ogni tanto c’è qualche sbavatura, e la scaletta non è immune a qualche picco in negativo. Ma in fondo sono difetti che ci stanno, visto che gli Ash of Ashes sono appena all’inizio, e peraltro non rovinano troppo un disco che anche così rimane di livello elevato.

Le danze partono da un intro lieve ma solenne, con una chitarra tranquilla e in sottofondo percussioni e suoni quasi rituali. È su questa base che spunta la voce del cantante principale, tranquilla e melodica: scandisce il tema di base che poi, dopo circa un minuto, esploderà quando la Down the White Waters vera e propria entra nel vivo con potenza. È però una potenza relativa, con un riffage ossessivo ma espanso, come anche i vocalizzi, e un ritmo strano a sostenere il tutto, cadenzato ma che si stampa bene in mente, grazie anche a una bella epicità, molto solenne. Come norma di base colpisce bene, ma anche il resto non è da meno: funzionano sia le strofe, con giusto qualche lieve armonizzazione sotto alla voce calma del frontman, sia i momenti più pesanti ma ripieni di melodia. Il tutto è avvolto da una gran bella malinconia, sottile ma di impatto assoluto: è il filo conduttore di una traccia che vola in un lampo e si lascia un’ottima impressione alle spalle. Ma il bello dell’album a cui dà il nome deve ancora arrivare: lo si sente già da Flames on the Horizon, che attacca subito con il suo riff di base, viking metal al cento percento. Presto però questa base viene raggiunta da un lead di chitarra lontano, di fortissima nostalgia: è proprio questo il cuore dell’intera canzone. Lo evocano bene sia questa falsariga iniziale, anche quando è corredata da vocalizzi intensi, sia i ritornelli, anche più melodici: sono dilatati, hanno persino qualche suggestione psichedelica, ma riescono comunque a esprimere un dolore palpabile, lancinante. Fanno eccezione a questa norma solo i brevi passaggi più riottosi, con dei cori epici che spuntano a tratti: anch’essi però hanno una carica meno trionfale rispetto al solito, e sembrano quasi mogi. A parte qualche breve stacco, non c’è altro in un pezzo molto lineare, ma non è affatto un problema: vista la già citata atmosfera, abbiamo una vera e propria gemma, che riesce a brillare di luce propria!

Già dall’attacco, Ash to Ash presenta una piccola novità: lasciata da parte la calma relativa delle prime due tracce, a entrare in scena è un riffage veloce e tempestoso, di chiaro stampo black metal. Ma nonostante questo – e nonostante lo scream, che giunge a ruota – non è una base feroce né gelida: evoca anzi un certo calore, e in sottofondo c’è anche una bella dose di pathos. È lo stesso che viene poi alla luce con forza nei refrain: melodiosi, espressivi, hanno però anche una notevole carica evocativa, per merito della bella prestazione del frontman. Buona anche la frazione centrale, in cui all’inizio gli Ash of Ashes virano su suoni più classici, con una frazione di violino che ricorda molto il folk metal finnico: è un’impostazione che tornerà anche alla fine. Ma poi la loro personalità riaffiora, con un assolo breve ma intenso: anch’esso arricchisce un pezzo pieno di sfumature e di contrasti, e che anche per questo risulta appena al di sotto dei picchi di Down the White Waters! La successiva Sea of Stones inizia lenta e quasi eterea, con un riffage di influenza addirittura doom, ma in cui spuntano anche le tipiche melodie del duo tedesco, sia nella chitarra del mastermind Skaldir che nella voce. È un ambiente calmo ma con una sua certa tristezza, che avvolge già molto bene; il resto però è persino meglio. Quando il ritmo sale, infatti, dopo qualche giro vorticoso di chitarra ci ritroviamo in una veloce frazione deliziosa, sognante, con una melodia semplice ma di impatto assoluto.  L’unico difetto di questa parte è che si propone un paio di volte e troppo in breve; per fortuna però anche il resto è altrettanto valido. Non fa eccezione la frazione centrale, l’unica che lascia lo spirito armonioso del pezzo per qualcosa di un po’ più oscuro, ma senza che la grande carica melodica venga meno. Al contrario, le chitarre disegnano docili pennellate, oltre che un assolo molto sentito, e lo stesso fa il basso, in assoluta evidenza al di sotto. È la ciliegina sulla torta di un pezzo semplice ma ancora una volta di impatto assoluto, un altro dei picchi del disco!

A questo punto, è il turno di Springar, con cui gli Ash of Ashes lasciano da parte il metal per qualcosa di orientato al solo folk. Sono poco più di due minuti del tutto strumentali, in cui la chitarra acustica e il violino si inseguono su una melodia antica, poi raggiunti anche dalla chitarra distorta e dalle percussioni, che però non spezzano l’aura tradizionale. Si tratta insomma di un interludio nemmeno troppo lungo, ma che ha il merito far respirare Down the White Waters prima del ritorno al metal. Ma per quello bisogna aspettare ancora: all’inizio anche Seven Winters Long è tranquilla, con le chitarre a scandire melodie oscillanti e una base acustica. Primo di un quartetto di brani intitolato “The Lay of Wayland”, anche quando entra nel vivo è la calma a dominare: la chitarra folk rimane in scena anche all’arrivo della sezione ritmica, che regge la calma voce del cantante. È una norma che si alterna spesso col ritorno di quella iniziale: questo dualismo rimane anche quando il pezzo si evolve, e gli stessi temi vengono scanditi su una base più pesante. Pian piano il pezzo si potenzia, ma senza perdere la sua malinconia e le sue melodie: al contrario, a tratti si apre come al centro, con una frazione quasi lirica e di gran pathos. È la sezione migliore di una traccia che anche per il resto è buona, ma rispetto alle altre tende un po’ a sparire: è addirittura la meno bella della scaletta, il che dice abbastanza sul livello complessivo del lavoro! Essendo The Lay of Wayland un insieme tematico ma non musicale, ci sono grandi variazioni di suono al suo interno, come dimostra In Chains. Spezza la calma della precedente col suo riffage di base, di chiara origine black metal nella sua cupezza, resa però in qualche modo magica dalle lontane tastiere che la corredano. A dispetto di un ritmo più veloce della media e lo scream, non è una frazione troppo estrema; peraltro, nella sua durata il brano tende spesso ad aprirsi. Lo fa a volte per dei brevi passaggi con melodie angosciate, mentre altrove spuntano ritornelli che lo sono allo stesso modo, ma si presentano più fatalisti e melodici, col ritorno della voce pulita. Quest’anima del pezzo si alterna spesso con l’altra, in un dualismo che però incide molto bene: merito anche di una certa varietà nel songwriting, che non si fossilizza e non annoia mai. Anche per questo, abbiamo un altro buonissimo brano, non tra i migliori di Down the White Waters ma che certo qui non sfigura!

Con The Queen’s Lament, gli Ash of Ashes ci mostrano un altro lato di sé: un breve intro di tastiere dall’appeal fantasy, poi esplode un pezzo rapido e diretto, ma anche pieno di melodie. La norma di base ricorda molto il classico heavy/power metal, sia in queste propaggini più melodiche, sia nelle strofe, brevi ma cavalcanti, con addirittura un vago retrogusto maideniano (!). Ma la sorpresa è dietro l’angolo: a tratti la musica svolta su degli stacchi che riprendono la norma di base e la rileggono in una maniera estrema, con lo scream, un riff black e persino il blast beat. Nonostante tutto, però, questa frazione si integra bene col resto, vista la sua carica melodica; lo stesso vale per i passaggi in cui la tensione si abbassa. Succede sia al centro, con una sezione che ha quasi del poetico, sia nella lunga fase finale, un delizioso florilegio di chitarre che avvolge molto bene. Qualche altro arrangiamento che si rifà al metal classico completa il quadro di un grande pezzo, poco distante dai picchi del disco! È ora la volta di Chambers of Stone: ha un avvio preoccupato, con una sezione ritmica saltellante, che poi fa da base al riff, ancora di retrogusto heavy metal classico. È una suggestione che torna ogni tanto lungo il pezzo, ma il resto è più moderno ed espanso: ne sono un esempio le strofe, epiche e viking, ma non senza un filo di malinconia. I tedeschi virano poi su dei bridge più oscuri, grazie allo scream, ma anche con un certo pathos, che viene dalle melodie alle spalle del cantato. È uno strano ma funzionale prodromo ai ritornelli, che poi esplodono rallentando: col tappeto di tastiere e chitarre delicato, di gran ricercatezza creano un’aura sognante, che avvolge bene. Sono l’apice di una traccia più complessa della media e a tratti persino un po’ ondivaga, ma che nel suo complesso risulta ben riuscita: l’ennesimo bel episodio di una seconda parte meno bella nel confronto della prima, ma che non è di sicuro male, anzi! A questo punto, The Lay of Wayland è finita, e con essa il disco: c’è spazio solo per un pezzo denominato semplicemente Outro, che arriva a concludere i giochi. Col suo minuto abbondante, retto tutto da un malinconico pianoforte, non è il massimo dell’originalità, ma vista l’atmosfera che si crea è più che adatto come conclusione per un lavoro del genere!

Per concludere, Down the White Waters è un piccolo gioiello, e poco importa che senza la lieve flessione nella seconda parte potesse essere un capolavoro. Si tratta lo stesso di un disco che riesce a emozionare alla grande, e questo è già molto, in uno stile come il folk dove molti sono monotematici e finiscono per annoiare. Ma forse il fatto migliore è che gli Ash of Ashes sono soltanto al primo disco: chissà cosa potranno fare in futuro, se manterranno questo livello e cresceranno lì dove per ora hanno ancora qualche mancanza. Potrebbe essere un capolavoro da annali; nel frattempo di vedere se sarà davvero così, però, il mio consiglio è di scoprire il loro esordio. Se ti piace il folk metal più epico e non hai pregiudizi, lo apprezzerai di sicuro!

Voto: 86/100

 
Mattia
 
Tracklist: 
  1. Down the White Waters – 05:26
  2. Flames on the Horizon – 05:32
  3. Ash to Ash – 04:50
  4. Sea of Stones – 05:11
  5. Springar – 01:57
  6. Seven Winters Long (The Lay of Wayland) – 04:04
  7. In Chains (The Lay of Wayland) – 04:43
  8. The Queen’s Lament (The Lay of Wayland) – 04:18
  9. Chambers of Stone (The Lay of Wayland) – 04:36
  10. Outro – 01:17
Durata totale: 41:54
Lineup: 

  • Morten – voce
  • Skaldir – voce, chitarra, tastiere, basso
  • Dennis Strillinger – batteria (guest)
Genere: folk metal
Sottogenere: melodic folk/viking metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Ash of Ashes

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento