Master – Vindictive Miscreant (2018)

Per chi ha fretta:
Vindictive Miscreant (2018), quattordicesimo album della leggendaria band death metal americana (ma trapiantata in Repubblica Ceca) Master, è un lavoro all’altezza della sua carriera. Se il thrash/death metal diretto e senza fronzoli del gruppo è sempre lo stesso – con giusto qualche influsso punk in più – come anche l’attitudine diretta e ignorante, non cambia nemmeno il livello qualitativo. Abbiamo un disco che riesce bene a intrattenere, con una scaletta di buonissima qualità in cui spiccano pezzi come la title-track, Replaced, The Book, Engulfed in Paranoia e Stand Up and Be Counted.  E così, nonostante un po’ di ridondanza e qualche pezzo meno bello, Vindictive Miscreant si rivela un buonissimo album: non sarà un capolavoro, ma intrattiene a dovere!

La recensione completa:
Chi bazzica il mondo del death metal da almeno un po’, conoscerà di sicuro i Master almeno di nome. Mai tra i gruppi di punta del genere, hanno però alle spalle una carriera di tutto rispetto, con uno stile personale  che li ha fatti diventare tra le più famose delle seconde linee. Nonostante questo, a me personalmente non era mai capitato di ascoltare nulla del gruppo; o almeno, così era fino a che, qualche mese fa, non mi è stato proposto di recensire Vindictive Miscreant. Quattordicesimo album in studio dei Master, uscito lo scorso 28 novembre grazie all’etichetta indiana Trascending Obscurity Records, è stato una bella scoperta. Se non altro, mi ha fatto capire perché il trio di origine americana – ma trapiantato in Repubblica Ceca – sia considerato l’equivalente dei Motörhead nel metal estremo. Lo sono per la coerenza con cui hanno portato avanti, nel corso degli anni, lo stesso discorso musicale, con un’attitudine sfrontata e dritta al punto, senza la complessità di molti nel death. Vindictive Miscreant non fa eccezione: al suo interno, c’è sempre lo stesso mix di thrash e death metal vorticoso, diretto e sempre in movimento, che i Master hanno suonato nei dischi precedenti. Rispetto al solito, c’è qualche influsso in più proveniente dal punk, che rende il tutto più graffiante e violento; a parte questo, però, la musica rimane quella tipica del trio comandato da Paul Speckmann. Lo stesso vale per la qualità: Vindictive Miscreant non perde troppo nemmeno da questo punto di vista rispetto all’eccezionale carriera dei Master, e ci riesce nonostante la presenza di alcuni difetti lungo le sue tracce. Per esempio, l’album è un po’ ridondante, specie nei pezzi lunghi cinque o sei minuti – la loro presenza è in effetti la novità più grande per la band. Inoltre, Vindictive Miscreant è un po’ ondivago, con tanti bei pezzi ma alcuni che invece non lo sono altrettanto: entrambe sono però pecche che ci possono stare, quando una band è in giro da così tanto e ha pubblicato tanti dischi. Questi problemi limitano un po’ il valore generale, ma non l’intrattenimento ignorante a cui i Master puntano da sempre: ecco perché alla fine parliamo comunque di un album riuscito, che sa divertire al punto giusto!

You’re nothing but a vindictive miscreant!” urla Speckmann proprio all’avvio: è l’unico intro della title-track, che poi entra subito nel vivo con potenza. La norma di base è una fuga vorticosa e circolare, di ottima potenza, con un riffage di stampo death che però dalla sua ha anche un vago retrogusto punk. È una base che regge sia i tanti momenti strumentali sia le strofe, leggermente più arcigne grazie alla voce del frontman e di qualche arrangiamento più oscuro: fa il tutto con potenza, e non annoia nonostante il tanto tempo in scena. Aiutano per questo scopo alcune variazioni: la maggior parte modifica di poco la norma di base, come al centro , in cui il tutto si fa solo più lugubre (come anche in chiusura), prima dell’assolo di Alex Nejezchleba, classico ma adatto alla situazione. Solo i ritornelli invece si dipartono con forza dalla norma per mostrarsi più cupi del resto, in entrambe le loro metà: quando la prima è più cadenzate e thrash, la seconda torna a lidi death e diventa addirittura macabra. Anche per questo, si incastrano bene in un bel brano, che brilla per dinamismo e apre al meglio Vindictive Miscreant! Con Actions Speak Louder than Words, i Master non cambiano le carte in tavola: anche in questo caso, parte quasi subito diretta al punto. La base principale è death metal circolare e vertiginoso, che avanza minaccioso fino all’arrivo dei ritornelli, più obliqui ma in qualche modo anche più musicali – il che comunque non li rende meno minacciosi. Nessuna delle due frazioni è male, anzi il loro dinamismo è ammirevole, ma stavolta dopo un po’ finiscono per incidere meno: colpa del fatto che il tutto finisce per assomigliarsi, e non coglie troppo l’attenzione. Fanno eccezione le due frazioni al centro e alla fine, a tinte più thrash e rallentate: sono  di buona potenza e incidono a dovere. È il momento migliore di una traccia a suo modo piacevole nonostante il difetto: pur essendo tra i momenti meno validi del disco, si difende e riesce a non sfigurare troppo. Va però meglio con Replaced, che non cambia molto la formula ma sin dall’inizio ci presenta un riffage di base persino più movimentato e d’impatto rispetto a quanto sentito in precedenza. Merito della sua vena punk, che la rende ancor più incisiva; stavolta il vero segreto del terzetto è però la maggiore variabilità. Per esempio, i refrain sono diversi: sempre variegati, caricano però a testa bassa, e le loro dissonanze li rendono graffianti il giusto. Lavorano allo stesso scopo anche le frazioni al centro e nel finale: sia i momenti ancora “on speed” ma più sinistri del resto, sia quelli in cui il ritmo rallenta un po’ – in cui si trova un bell’assolo, con anche un filo di pathos – funzionano bene. Sono tutti ottimi elementi per un pezzo breve ma significativo, poco lontano dal meglio di Vindictive Miscreant!

Dopo un trio di canzoni tutte in velocità, con l’attacco di The Inner Strenght of the Demon i Master fanno respirare un po’ il disco – e i timpani dell’ascoltatore! L’avvio è lento ma sempre di gran cupezza, ricorda da lontano il death/doom più rabbioso, per quanto a tratti spunti anche qualche melodia. Ma poi tutto viene spazzato via quando, dopo un minuto abbondante, entra nel vivo una norma più veloce, seppur non di molto. Si tratta di un mid-tempo thrashy nel suo battente riffage di base, seppur l’inquietudine sprigionata a livello di atmosfera tenda verso qualcosa di più estremo. È un’aura presente anche quando il pezzo accelera di nuovo, per frazioni senza fronzoli e veloce come da norma della band ceco-americana, ma con anche un qualcosa di crepuscolare e oscuro. Lo stesso vale, del resto, per la lunga frazione centrale, di gran potenza: alterna momenti più compatti, monolitici e altri che invece guardano ancora alle influenze punk del trio, con giusto poco spazio per melodie – confinate a un assolo ancora tipico.  Si tratta di un altro buon elemento per una traccia che non spicca molto nella scaletta, ma alla fine si rivela più che discreta. Ma è tutt’altra storia con The Book, che segue: sin da subito, presenta come biglietto da visita le sue ritmiche di base, taglienti come un rasoio. Sono una base che va avanti molto a lungo e incide in maniera grandiosa sia sotto le strofe, in cui viene rimaneggiata in una maniera punkeggiante e di gran potenza, che inneggia con forza al pogo, sia nei ritornelli, più solidi e ben guidati dalla doppia cassa di Zdeněk Pradlovský. Questa norma fluisce a lungo per quasi tutti i quasi sei minuti e mezzo del pezzo, ma senza annoiare: merito non solo della già citata eccezionalità del riff, ma anche di alcune variazione notevoli. Tra un paio di assoli di alto livello di Nejezchleba e qualche stacco in cui torna fuori la vena più punk dei Master, abbiamo un pezzo lineare ma che non annoia mai: il suo livello anzi è appena sotto ai picchi assoluti di Vindictive Miscreant!

Sin dall’avvio, Engulfed in Paranoia mostra un nuovo lato del trio, col suo riffage lento e pieno, di chiara influenza doom. Stavolta, inoltre, è un’impostazione che il terzetto si porta dietro: torna non solo in diversi stacchi, ma anche le strofe ne sono contagiate, col loro riffage veloce ma più cupo del solito, che evoca un maggior nervosismo. Non parliamo poi dei chorus, che perdono di dinamismo per virare su una norma lenta, fangosa, cupa, che colpisce soprattutto con la sua aura lugubre e malata. L’esplosività sentita nel disco torna invece soltanto nella lunga frazione centrale, che per quanto cupa fa del dinamismo e della potenza il suo primo pensiero. Divisa tra fughe rapide di forte influenza ancora punk, frazioni più compatte e death in cui la voce di Speckmann si fa più arcigna e un assolo classico, è un altro passaggio vincente. Si rivela insomma la ciliegina sulla torta di una traccia splendida, uno dei picchi assoluti del disco! Anche The Impossible of Dreams preferisce non aggredire troppo, almeno per quanto riguarda la velocità. Sin dalle prime battute, abbiamo un lugubre mid tempo con un riffage magmatico, ancora di influenza doom, stavolta più per attitudine cupa che per altro – oltre che per le melodie sinistre che compaiono a tratti. È una falsariga che dura a lungo: regge sia le strofe, sia i momenti strumentali, sia i refrain, in un fluire quasi ipnotico in cui i confini tra le sezioni tende a perdersi. Si tratta insomma di una parte ben riuscita; purtroppo, lo stesso non si può dire della seconda metà del pezzo. Rapida come sempre, mantiene giusto un’ombra delle suggestioni precedenti, ma per il resto è la tipica fuga dei ceco-americani, forse anche troppo. A eccezione di qualche passaggio che spicca – per esempio i passaggi a tinte thrash, che graffiano bene – il resto è un macinare che sa di già sentito, e non convince del tutto. Proprio questo è il principale problema di un brano che anche così risulta discreto e godibile: tuttavia, non riesce a spiccare all’interno di Vindictive Miscreant. Sarà anche colpa del fatto che i Master l’hanno piazzato tra due dei brani migliori del disco: a ruota giunge infatti Stand Up and Be Counted, con cui i giochi giungono alla fine. Sin dall’attacco col basso cavalcante di Speckmann, mostra di nuovo il lato più punk del gruppo: è una suggestione che rimane poi anche nella falsariga di base. Vorticosa e potente, ma al tempo stesso dissonante proprio alla maniera di questo genere, è un’impostazione distruttiva, anche grazie all’incedere urgente che lo porta dritto verso i ritornelli. Anch’essi frenetici, si rivelano oscuri e rabbiosi al punto giusto, e valorizzano molto bene l’intera progressione. Lo stesso vale del resto per la frazione finale, che rilegge in maniera più tagliente e ritmata la norma di base: è il giusto complemento di una traccia davvero serrata, che passa in un lampo e si lascia dietro una grandissima impressione. Parliamo del picco del disco con la title-track e Engulfed in Paranoia!

Per concludere, Vindictive Miscreant è un album del tutto inadatto a chi cerca originalità nella musica o il capolavoro a tutti i costi. A parte questo, però, è un lavoro ben riuscito: non ha pretese se non quella di intrattenere, e lungo i suoi quarantaquattro minuti di potenza e ignoranza ci riesce alla grande. Poi è anche vero che non parliamo certo del disco migliore della carriera dei Master, né del disco che cambierà le sorti del thrash/death metal nel mondo. Se però sei fan della band di Paul Speckmann – e se, in generale, apprezzi chi ha un’attitudine diretta e senza fronzoli nel metal estremo – non potrà che piacerti!

Voto: 77/100

Mattia

Tracklist:

  1. Vindictive Miscreant – 05:06
  2. Actions Speak Louder than Words – 05:40
  3. Replaced – 04:35
  4. The Inner Strength of the Demon – 06:13
  5. The Book – 06:19
  6. Engulfed in Paranoia – 06:31
  7. The Impossible of Dreams – 05:49
  8. Stand Up and Be Counted – 04:13
Durata totale: 44:26
 
Lineup: 
  • Paul Speckmann – voce e basso
  • Alex Nejezchleba – chitarra
  • Zdeněk Pradlovský – batteria
Genere: thrash/death metal

Sottogenere: crossover thrash metal

Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Master

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