Potmos Hetoimos – Vox Medusae (2018)

Per chi ha fretta:
Vox Medusae (2018), dodicesimo album del progetto Potmos Hetoimos (one-man band del polistrumentista statunitense Matt Matheson) è un lavoro difficile in tutti i sensi. Lo è in primis per la musica, ardua da classificare: mescola sludge atmosferico e progressive con tante influenze e bizzarrie, tra cui spicca la costante presenza del sassofono. È uno stile che il musicista americano gestisce alla grande: brilla soprattutto per il suo nichilismo, potente e che va dritto al cuore, ma non perde niente anche in fatto di melodie, impatto, tecnica e registrazione. Sono questi i fattori a creare una scaletta con poche sbavature e tantissima sostanza, in cui pezzi come Idyll Anathema, The Silicon Mirror, le due parti di Perseus e Braid of Ouroboros brillano molto. Sono i picchi di un album che alla fine raggiunge il capolavoro: forse è poco adatto agli ascoltatori che cercano immediatezza, ma per gli altri Vox Medusae è un disco da recuperare!

La recensione completa:
“Difficile in tutti i sensi”: volendo stringere all’osso, è questa la miglior definizione di Vox Medusae di Potmos Hetoimos, progetto solista del polistrumentista americano Matt Matheson. Nata a Baltimora nel 2006, negli anni successivi la one-man band è stata molto prolifica, con ben dodici album all’attivo (di cui molti nei primissimi anni di vita); l’ultimo, di cui occupiamo oggi, risale allo scorso 12 settembre. Come già detto, si tratta di un disco difficile sotto ogni punto di vista, a partire dallo stile: è arduo indicare con precisione il genere affrontato da Potmos Hetoimos qui. Di base, Vox Medusae mescola un’attitudine e anche molte sonorità che si ispirano allo sludge e in particolare quello atmosferico con un piglio progressivo, che però punta più sullo stupire che sulla tecnica – che pure Matheson padroneggia bene. Questa componente si esplica nei tantissimi cambiamenti di tempo e anche nelle tante bizzarrie presenti in Vox Medusae, tra cui spicca la costante presenza del sassofono dell’ospite Daniel Wallace. Ma non è il solo elemento particolare nella musica di Potmos Hetoimos, che ha un mare di piccole influenze: vanno dall’hardcore e mathcore al progressive rock anni settanta, passando per tanto altro. Sono tutti elementi che puntano a spiazzare l’ascoltatore, a creare un senso di meraviglia; tuttavia, non è questo l’intento principale di Vox Medusae. Soprattutto, al suo interno Potmos Hetoimos mira a evocare un nichilismo forte, palpabile, lacerante, il che peraltro gli riesce alla grande. Ciò che si respira lungo i cinquantancinque minuti del disco è un’aura quasi sempre plumbea, allucinata: conduce l’ascoltatore in un viaggio oscuro che incide molto, nonostante l’alta complessità delle strutture e le mille sfumature che le caratterizzano. Ma anche a livello musicale Vox Medusae combatte bene, con un songwriting che non lascia da parte nessun lato, né l’impatto ne le melodie. Completa il quadro una registrazione molto azzeccata: è davvero grezza, ma si applica a meraviglia agli intenti di Potmos Hetoimos, visto che penalizza un po’ la potenza ma compensa alla grande esaltando il suo nichilismo sonoro. È anche per questo che qualche esagerazione in fatto tecnico e alcuni passaggi in cui la linea musicale tende a perdersi non sono un gran problema: anche così, Vox Medusae rimane un vero e proprio gioiellino nel suo genere!

La opener Idyll Anathema comincia dalla voce di Jane Vincent, urlata quasi in uno scream ed echeggiata: anche senza altro, se non un lieve tappeto di synth, crea subito un’aura inquietante. È la stessa che prosegue quando il pezzo vero entra nel vivo, non troppo potente ma depresso, col ritmo veloce della batteria, la chitarra espansa al massimo come base ritmica e a tratti anche il sassofono. È uno sfogo breve, prima che il pezzo cominci ad alternare tratti leggeri e persino delicati, di marchio prog rock – per quanto con un tocco di inquietudine – con momenti invece più espansi e desolati, sludge atmosferico al massimo del suo splendore. I primi a tratti sembrano quasi prendere il sopravvento, specie quando accelerano coi lunghi giri senza fine del basso di Matheson; poi però la seconda anima torna a esplodere con forza. Nel contrasto, si potenziano entrambe le norme, in un dualismo che prosegue fino alla fine, quando il vortice comincia ad addensarsi. Da una frazione quasi malinconica, con le urla lancinante dell’ospite, pian piano il pezzo discende in un abisso fatto di oscurità e angoscia, una falsariga sempre più tempestosa, piena di echi e urla. È un grandissimo finale per una traccia che lo è altrettanto: apre alla grande l’album e si pone poco lontana dai suoi picchi assoluti! La successiva Voracious Embrace mette subito in mostra la sua essenza bizzarra e obliqua, con un lungo avvio di stampo progressive in cui si alternano in rapida serie tanti passaggi diversi. Si va da passaggi alienanti ad altri quasi sereni, per una frazione non brutta ma troppo bizzarra per i miei gusti. Molto meglio va invece quando il pezzo entra nel vivo in via definitiva: ci ritroviamo allora in una lunga progressione frenetica e fragorosa, sludge metal con persino influssi black. È un tornado che alterna lunghe fughe velocissime, nichiliste al massimo, e frazioni più oscillanti, orientate al prog, che però non la alleggeriscono: al contrario, le danno anche un tono più allucinato, fuori dal mondo. Allo stesso scopo lavorano le venature del sax di Wallace e quelle sintetiche che punteggiano il pezzo qua e là: le seconde tra l’altro finiscono per prendere il sopravvento quando la corsa si ferma. È l’avvio della sezione centrale, che alterna momenti più leggeri, di stampo elettronico o post-rock, ad altri più potenti, divisi a loro volta tra frazioni più lente e ritorni di fiamma dalla norma di base. Ma presto anche questo viene meno all’arrivo di una falsariga strana, rabbiosa ma anche con un certo pathos, dato dal pianoforte che si intreccia con la base, ma che poi finisce per rafforzarne la natura. Ci ritroviamo allora in un altro momento tempestoso, che poi però viene meno nel finale, ancora più obliquo, in uno splendido equilibrio tra melodia e alienazione, grazie ai tanti echi vocali e alle sue venature post-rock. È uno dei passaggi migliori di un brano di buona fattura, nonostante a tratti tenda a perdersi: forse in Vox Medusae è addirittura il punto più basso!

A questo punto, The Silicon Mirror rappresenta una piccola novità per la musica di Potmos Hetoimos. Una breve rullata di batteria, poi ci ritroviamo nel solito ambiente desolato, in cui però il sax e le tastiere disegnano melodie più accessibili e meno impenetrabili rispetto a quanto sentito fin’ora. È un’essenza che contagia tutta la traccia, che ha una musicalità catturante (pur non essendo orecchiabile in senso classico) nonostante la complessità elevata, anche più del solito. Lo si sente molto bene nei passaggi più progressivi, leggeri ma davvero estremi per quanto riguarda la tecnica, il che li rende vorticosi e stranianti. Ma non mancano anche dei bei momenti di potenza: che seguano i sentieri più tortuosi e dispari tracciati dall’altra anima oppure tirino dritto, coinvolgono alla grande con la loro energia e la loro oscurità. È un’impostazione complicata da seguire ma appassionante, che ci porta attraverso tanti passaggi di alto livello, in una giostra che prosegue fin quasi al finale. È lì che, dopo tanto variare, la musica trova una forma definitiva: non cambia più, e anzi diventa ripetitiva e battente. Ma la qualità non scende: abbiamo una frazione non solo plumbea e pesante come un macigno, ma che col suo giro ossessivo crea un’alienazione incredibile, che colpisce con potenza. È un altro elemento topico per una traccia davvero splendida: comprensibile che sia stata scelta come pezzo di lancio per il disco, visto che oltre ad avere tanti momenti memorabili è uno dei picchi assoluti del disco! È quindi il turno di Fits & Fevers, interludio che abbandona del tutto progressive e sludge per virare su coordinate a metà tra ambient e noise: ma l’aura allucinata non si sposta di un millimetro. All’inizio la norma è piena di distorsioni ed echi industrial, su cui si stagliano delle urla lancinanti; il tutto però è effettato, espanso, quasi etereo pur nella sua forte inquietudine. Pian piano però gli effetti scemano, e la voce diventa più nitida, oltre a distorcersi in una maniera orrorifica, con echi stonati di rinforzo che fanno torcere le budella. Ma aggiunto un apice davvero spaventoso, questo bad trip sparisce, come in una bolla di sapone:, c’è rimasto spazio solo per una coda tranquilla, in cui per circa un minuto si può rilassare, la calma dopo la tempesta. È la fine di un intermezzo strano ma riuscito, che di sicuro qui non stona, anzi si allinea bene all’aura generale evocata da Potmos Hetoimos!

Con Perseus, lunga canzone divisa in due metà nella scaletta, Vox Medusae torna al metal: lo fa però in una maniera davvero spiazzante. Già dall’attacco, con un assolo scanzonato, l’iniziale Pristine perde tutta la cupezza sentita in precedenza: non è nemmeno una falsa premessa, visto che anche il pezzo successivo è per buona parte così. Al di là di qualche stacco più complesso che riporta al progressive, la norma di base è una lunga cavalcata semplice e disimpegnata, con uno spirito rockeggiante e libero, quasi solare a tratti. Nonostante gli influssi punk, sludge e persino black metal, e le urla distorte di Matheson, c’è uno spirito solare che aleggia sul pezzo; il bello però è che non stona nemmeno, anzi aiuta a variare la formula! E poi, non dura nemmeno troppo: poco prima di metà, la traccia comincia a farsi più crepuscolare: lo fa prima attraverso un lungo passaggio prog rock in principio animato, ma che poi si apre e si fa persino malinconico nonostante lo scream. È la stessa essenza che il pezzo mantiene quando riparte con potenza, col pianoforte e il sax a disegnare melodie docili su una base cupa, ma stavolta molto meno penetrante che altrove. Solo nel finale le ombre cominciano a ricoprire la luce, per  una breve progressione doom che alla fine ci riporta a qualcosa di arcigno, qualche secondo prima di perdersi nel nulla. Si tratta della fine di una prima parte eccezionale, prima che arrivi la seconda parte di Perseus, Pyrrhic, che riempie il vuoto lasciato dalla precedente col sassofono di Wallace, un assolo alienante e persino di indirizzo jazz. È l’inizio di un pezzo che ritrova l’oscurità e il nichilismo sentito nel resto del disco: lo si ritrova sia nei momenti più di basso profilo, sia soprattutto nei potenti sfoghi sludge. Essi spesso hanno il sopravvento, in lunghe progressioni oblique che generano un ambiente malato, ansioso, lontano dal mondo: sia che siano lente e potenti, sia che Potmos Hetoimos punti sull’acceleratore, è un’atmosfera sempre presente. A tratti anzi si accentua, specie nei momenti più frenetici: creano un’angoscia vera, palpabile, che colpisce dritti in faccia. Ma non tutto il pezzo è così: per fortuna, c’è anche qualche stacco più aperto e melodico, con cui il pezzo rifiata. Che sia di basso profilo, col basso in evidenza, oppure più potente ma sempre poco aggressivo, sono frazioni utili all’economia del resto. Lo stesso vale, soprattutto, per la frazione finale, una lunga evoluzione che unisce le due anime: è potente e rabbioso a tratti, ma il pianoforte di Matheson disegna delle belle armonie, che rendono il tutto meno inaccessibile. Si arriva così fino al finale, che si apre ma mantiene un piglio quasi drammatico: evoca un gran bel pathos, prima di spegnersi in una breve coda industrial. È uno dei passaggi migliori di un pezzo che se è inferiore alla prima parte di Perseus, lo è per un pelo: nel complesso chiude un uno-due da paura, il picco assoluto di Vox Medusae con The Silicon Mirror!

Braid of Ouroboros riprende per qualche secondo l’outro elettronico del precedente, cupo e alienante, ma poi esplode con cattiveria. Comincia da qui una lunga cavalcata a tratti più leggera di quanto sentito fin’ora, sludge metal ma meno opprimente della media. Si tratta però di brevi momenti: il resto è davvero estremo, tra passaggi convulsi retti dal blast beat, oppure momenti dissonanti e spaventosi, pieni di urla e di tastiere spaziali o da film horror. Solo dopo oltre tre minuti e mezzo questa norma ha termine: ma il pezzo è ben lontano dalla conclusione. Comincia anzi da qui un’altra progressione tipica da Potmos Hetoimos, con un’alternanza tra momenti progressive rock non troppo oscuri né frenetici, e altri che invece sono abissali, di gran potenza. Tutti, inoltre, hanno parecchio da dire, sia quelli più vertiginosi, che ancora una volta colpiscono alla grande con la loro angoscia, sia quelli più aperti, in cui filtra persino un po’ di calore, in un bel vortice che avanza sin dopo metà. È lì che il pezzo si spegne, in quella che sembra quasi una coda, fredda e a tinte industrial, con un semplice beat e vaghi echi ambient e di pianoforte. Poi però anche questa parte comincia ad addensarsi e a storcersi, adattandosi al tempo dispari di base. Sembra quasi che il pezzo debba andare così ossessivo fino alla fine, quando invece tutto si spegne: è l’inizio della fine. La musica infatti torna pian piano a crescere, prima molto melodica, col piano e quindi una chitarra quasi nostalgica (nonostante Matheson usi ancora lo scream); poi però di colpo strappa e si riporta ancora sul blast. Nonostante questo, il tutto non perde comunque la sua indole poco oscura e quasi vittoriosa: è anzi un’atmosfera che si accentua ancora lungo lo sviluppo, fino a raggiungere un apice trionfale e insieme molto espressivo. È un finale che colpisce moltissimo per un pezzo lungo quasi tredici minuti ma che molto di rado si perde, oppure annoia: non è tra i pezzi migliori di Vox Medusae, ma solo per un soffio! A questo punto, il disco si chiude con E Pur Lei Muore, outro non troppo lungo tutto dominato dal pianoforte, ma non dei soliti. Si alternano momenti di melodia obliqua e quasi stonata e tratti in cui il mastermind pesta con forza sui tasti, a creare accordi dissonanti: il tutto crea un’aura davvero lugubre, grazie anche all’effetto eco che la abbraccia. A tratti è più sottile, e qualche brandello di melodia accogliente compare, ma altrove è davvero soffocante, specie nel finale, con la Vincent che urla per l’ultima volta. È un finale strano, ma del tutto adeguato a un disco come questo, che si conclude perciò per il meglio!

A questo punto credo sia ovvio, ma forse è bene dirlo a chiare lettere: Vox Medusae è un album davvero difficile da penetrare, vista la sua enorme complessità e la quantità immane di dettagli presenti. Non è adatto per nulla a chi dalla musica cerca soprattutto immediatezza; se però sei disposto a dedicargli più che una manciata di ascolti, ti sa ripagare alla grande. Con poche sbavature e tanta sostanza, si rivela un piccolo capolavoro, un livello che nemmeno alcuni piccoli difetti riescono a togliergli. Per questo, se ti piacciono lo sludge atmosferico o il progressive più estremo, oppure più semplicemente ami il metal più nichilista, questo è un album che non puoi lasciarti sfuggire!

Voto: 91/100


Mattia


Tracklist: 

  1. I. Idyll Anathema – 07:08
  2. II. Voracious Embrace – 08:13
  3. III. The Slicon Mirror – 06:27
  4. – Fits & Fevers – 04:27
  5. IV, A: Perseus, Pristine – 05:17
  6. IV, A: Perseus, Pyrrhic – 07:52
  7. V. Braid of Ouroboros – 12:42
  8. – E Pur Lei Muore – 03:29

Durata totale: 55:35

Lineup:

  • Matt Matheson – voce, tutti gli strumenti
  • Jane Vincent – voce (guest)
  • Daniel Wallace – sassofono (guest)

Genere: doom/avant-garde/progressive metal
Sottogenere: atmospheric sludge metal

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