Kult – The Eternal Darkness I Adore (2018)

Per chi ha fretta:
The Eternal Darkness I Adore (2018), terzo album dei comaschi Kult, è esattamente l’album che sembra a una prima occhiata, almeno a livello stilistico. Il genere suonato dal quartetto è infatti un black metal che guarda alla tradizione del genere; non lo fa però in maniera nostalgica o derivativa. Merito in parte di qualche influenza moderna o da altri genere, seppur il vero segreto dei Kult sia un songwriting vario, con canzoni che non sono il solito sterile macinare. È questo il segreto di brani come la title-track, Black Drapes, Reaping the Flock, Canticle of Thorns e Gruesome Portrait, picchi di una scaletta con pochi punti morti e tanta sostanza. E se qualche sbavatura lo relega sotto al capolavoro, in fondo non importa: The Eternal Darkness I Adore è un lavoro molto superiore alla media del black odierno, e può fare la felicità dei fan del genere!

La recensione completa:
Come ho già detto in varie recensioni, nel metal non sempre l’abito fa il monaco: una band che può dare l’idea di suonare un genere può stupire con qualcosa di diverso, quando la si va ad ascoltare. In molti casi però le apparenze non ingannano: succede per esempio nel caso dei Kult, band nata a Como nel 2001 che lo scorso 14 settembre ha tagliato il traguardo del terzo disco con The Eternal Darkness I Adore. Con un monicker così, un titolo così e un artwork come quello qua sopra, cosa poteva suonare questo quartetto se non il più classico black metal? Infatti è proprio così: lo stile dei Kult si rifà alla tradizione più pura del genere, prendendo sia dall’incarnazione norvegese che da quella più sguaiata degli anni ottanta, da cui l’altra ha avuto origine. Ma nonostante la sua ortodossia, The Eternal Darkness I Adore suona solo di rado scontato o troppo  nostalgico: anche senza un briciolo di originalità, i comaschi riescono a creare qualcosa di valido e godibile. Merito non solo di qualche spruzzo di modernità e qualche influenza inserita nei punti strategici (soprattutto death e punk, ma non solo): il vero segreto dei Kult sta nel songwriting. Il loro pregio migliore, da questo punto di vista, è la varietà: non si accontentano di pestare sull’acceleratore in ogni istante, ma ogni canzone ha i suoi saliscendi e le sue svolte, e questo scongiura il rischio noia. È vero anche che ogni tanto qualche impostazione melodica tenda a ripetersi, e che ogni tanto The Eternal Darkness I Adore cada in qualche cliché di troppo. Non sono però grandi problemi per un disco che anche così sa il fatto suo, e si rivela di almeno tre o quattro gradini superiore alla media del black metal odierno!

Come indica il nome stesso, Intro è un interludio dei più classici, almeno per il genere dei comaschi: circa due minuti di suoni inquietanti e distorsioni dissonanti. Non c’è null’altro di significativo a livello musicale, ma si tratta comunque di una partenza azzeccata: crea la giusta aura lugubre, prima che The Eternal Darkness I Adore all’improvviso entri in scena con furia. Ci ritroviamo subito in un ambiente convulso, frenetico,  col blast beat di Thorns che regge ritmiche taglienti come rasoi, grazie a qualche venatura death – e a una registrazione grezza ma perfetta per il genere dei Kult. Presto il ritmo cala un po’, ma le strofe rimangono di gran dinamismo e aggressive, grazie a un ritmo sempre abbastanza spedito e allo scream raspato ma efficace di Tumulash. Comunque, non tutto il pezzo si muove in velocità: ci sono tanti stacchi che al contrario rallentano il ritmo, oscuri ma al tempo stesso energici, con persino una vaga nota solenne al loro interno. È una norma che funziona sia sotto ai ritornelli che in solitaria, quando i lombardi la  evolvono, come accade poco prima di metà: è un buon lancio per la frazione centrale, che invece torna a graffiare con le sue venature punk. È in pratica tutta qui una canzone lunga quasi sei minuti ma che fa della semplicità la sua bandiera, il che è il suo punto di forza: l’album si apre subito alla grande! La successiva Pandemonium mostra subito un altro lato della musica della band  comasca: come indica il nome stesso è più fracassona, old school black metal con notevoli influssi punk nel riffage. È una base che torna diverse volte lungo l’album: si alterna con fughe dall’appeal più convulso e “norvegese”, a cui però non manca anche un certo calore, atipico per il genere. Sono tuttavia passaggi che si incastrano bene nel resto; va invece un po’ meno bene con quelli che sono considerabili i refrain. Ancora di influenza punk e persino black ‘n’ roll, suonano però un po’ piatti, e non esplodono molto. Ma è giusto un piccolo difetto per una traccia per il resto buona, pur nella sua semplicità: non sarà tra i pezzi più riusciti di The Eternal Darkness I Adore, ma si lascia ascoltare col giusto piacere.

Black Drapes torna a correre con velocità, con un riffage che però non è del tutto gelido: pur essendo veloce e vorticoso, evoca anche una certa preoccupazione, per quanto oscura. A tratti, questa essenza si accentua: abbiamo allora frazioni al tempo stesso potenti e melodiche, che colpiscono bene. Si alternano spesso con una norma che invece rallenta, ma paradossalmente si fa più ombrosa: merito di Tumulash e soprattutto delle chitarre, che su un semplice mid-tempo disegnano una melodia dissonante, alienata, arcigna. Le due frazioni si scambiano spesso, ma da un certo punto in poi cominciano anche a mescolarsi: è il momento dei ritornelli, che rileggono la melodia portante in maniera più lenta ma efficace al massimo. Ancora una volta, inoltre, i Kult puntano sulla semplicità, cosa che riesce loro bene: di sicuro non è un problema per una traccia di alto livello, poco lontana dai del disco! È quindi il turno di Reaping the Flock: comincia subito potente e feroce, con una norma tempestosa al massimo che evoca una rabbia vera, palpabile. Questa sensazione si perpetua anche quando il pezzo rallenta un po’, su un ritmo comunque animato e incalzante, su cui si posa la tempesta di note evocata dalla chitarra di Kacele. Stavolta inoltre il pezzo tende a cambiare anima più spesso: a tratti la base si alterna con momenti rallentati e di piglio thrash, che però mantengono l’essenza arcigna del resto. Essa rimane anche al centro, una granitica frazione macinante di forte influsso death, mentre viene meno solo in alcune aperture, veloci ma in cui l’essenza più melodica e profonda dei comaschi  viene fuori con energia. È un altro bel elemento per una traccia che nonostante il senso di già sentito riesce lo stesso a incidere al punto giusto, e si piazza poco distante dal meglio del disco! Va però ancora meglio con Canticle of Thorns, con cui i Kult lasciano da parte l’urgenza sentita fin’ora attraverso The Eternal Darkness I Adore. Sin dall’inizio, la musica accoppia una base ritmica lenta alle armonizzazioni di Kacele: a tratti sono sottili, e vengono rette dai bei giochi del basso di D.White, mentre altrove sono più dense, ma non di molto. È un flusso musicale lento ma costante, che va avanti molto a lungo, con solo piccoli cambiamenti ma senza annoiare: merito di un’aura oscura ma al tempo stesso calma, che a lungo andare risulta persino ipnotica. L’unica variazione macroscopica è invece al centro, quando i toni addirittura si abbassano e spunta la chitarra pulita: un bel passaggio, che fa respirare a dovere un brano per il resto semplice ma da urlo, uno dei picchi del disco.

Hopestrangler parte dalla batteria echeggiata di Thorns, poi seguita nel suo tortuoso percorso dal basso di D.White, prima di esplodere non velocissima ma aggressiva al punto giusto. La base è graffiante, black metal della prima ondata con un vago piglio punk, stavolta più nella sua dissonanza che a livello. È una norma incisiva, sia in solitaria che sotto allo scream di Tumulash, ma stavolta i Kult tendono a ripeterla troppo a lungo, senza variazioni e senza che si crei l’effetto di prima: l’aura è cupa, ma non colpisce molto. Non aiuta poi che questa norma si alterni con stacchi di armonizzazioni oblique, che però non colpiscono: suonano insipidi, non comunicano granché. Di fatto, l’unico passaggio davvero interessante è al centro, una lunga fuga magmatica retta da un riffage molto dissonante che crea una bella aura malata. Tutto il resto invece lascia un po’ a desiderare, il che rende questo il punto più basso della scaletta. Per fortuna, ora il disco  si ritira su con Gruesome Portrait, che sin da subito mette in mostra il suo riff portante, lento ma incisivo con la sua base animata e i fraseggi quasi fuori tempo (in maniera voluta!) di chitarra al di sopra. È un’impostazione che, pur variando, si mantiene anche nelle strofe, meno alienanti ma comunque lugubri al punto giusto. Sembra quasi che tutto il brano debba andare avanti così, quando invece i Kult svoltano: ci ritroviamo allora in una fuga convulsa, estrema, di gran furia, che martella con forza e cambia spesso direzione, ma senza perdere d’impatto. Si sfoga in breve per poi tornare, dopo un raccordo di tono quasi doom, alla falsariga precedente; nonostante la sua diversità, si integra bene in un brano eccelso, l’ultimo dei picchi assoluti di The Eternal Darkness I Adore! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Devourer of the Night, lunga canzone che pende sul lato più melodico e aperto dei comaschi. Sin dall’inizio, il ritmo tenuto da Thorns è lento, e il riffage oscillante, con tante armonizzazioni che danno al tutto una bella malinconia. Ma non è calma: al tempo stesso, aleggia una forte aura di desolazione, di apocalisse imminente, presente durante tutte le piccole variazioni a cui i lombardi piegano la norma. Esse non sono molto grandi: ancora una volta, ci ritroviamo in un fluire musicale lento ma avvolgente e ipnotico, in cui ci si perde. A volte accade troppo, e il risultato è che non tutto rimane in mente, ma altrove ci sono passaggi che spiccano: lo è per esempio la sezione al centro, con un assolo ronzante ma fascinoso di Kacele. È anche per questo che, nonostante qualche momento morto, la traccia lascia una buona impressione dietro di sé: non è tra i pezzi che spiccano di più nel disco che chiude, ma di sicuro non sfigura, anzi!

Per concludere, The Eternal Darkness I Adore forse non sarà un capolavoro, ma svolge bene il compito per cui i Kult lo hanno concepito. Forse i comaschi non avranno pretese di innovare il black metal, o anche solo proporre qualcosa di originale, ma nonostante questo riescono a coinvolgere nella loro aggressività e oscurità musicale, senza mai suonare derivativi o scontati come tanti. Per questo, se ti piace il black più tradizionale, la band lombarda è senza dubbio tra i gruppi che devi scoprire!

Voto: 83/100

 
Mattia

Tracklist: 
  1. Intro – 02:05
  2. The Eternal Darkness I Adore – 05:43
  3. Pandemonium – 04:40
  4. Black Drapes – 04:55
  5. Reaping the Flock – 05:35
  6. Canticle of Thorns – 04:54
  7. Hopestrangler – 04:31
  8. Gruesome Portrait – 04:37
  9. Devourer of the Night – 07:15
Durata totale: 44:15
 
Lineup: 

  • Tumulash – voce
  • Kacele – chitarra
  • D.White – basso
  • Thorns – batteria
Genere: black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Kult 

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