Haken – Vector (2018)

Gli Haken nella scena progressive metal sono un gruppo relativamente giovane, nascono infatti nel 2007, mentre negli ultimi anni si sono affermati come gruppo di punta del genere. Già dal primo album nel 2010 colpirono i critici che da subito riconobbero del talento e li definirono giovani promesse. Dopo otto anni, incidono Vector; quest’album è l’ennesimo passo avanti della band, che non si è mai ripetuta. Si nota con facilità di come sia continuamente alla ricerca di un nuovo stile e un nuovo sound.

Vector rientra anche nell’insieme di concept album tra qui anche Visions e Aquarius. La storia parla di un paziente vittima del suo psichiatra, il quale di prende gioco del suo stato mentale. La band afferma anche che vuol lasciare all’ascoltatore la libera interpretazione al fine di trovare per se stessi il significato di Vector.
L’album si apre con Clear, traccia strumentale che rimanda sicuramente allo stato catatonico del paziente. La melodia è decisamente triste per poi arrivare al finale dove ci lascia in sospeso e ci introduce a The Good Doctor. Il tema centrale è facilmente deducibile, ci viene introdotto il dottore che nota questo paziente estremamente silenzioso e sostiene che la sedia elettrica sia la sua cura. Musicalmente infatti dopo il secondo ritornello c’è la sezione strumentale che riesce a far rendere idea dell’elettricità con metriche sincopate. Il ritornello è molto orecchiabile, per quanto estremamente inquietante.
In Puzzle Box, inizia la narrazione dal punto di vista del paziente. Si comincia a percepire anche che la scrittura complessiva dell’album verte di più sul metal di quanto gli Haken abbiano fatto in precedenta. Un aspetto molto particolare che si nota molto spesso, è la capacità di metrica del testo inserito nelle ritmiche più innaturali da cantarci sopra; è una delle caratteristiche uniche del gruppo, e in questo brano ci sono alcuni punti dove sono stati veramente intelligenti.
Nonostante queste due siano state pubblicate come singoli, non sono affatto le canzoni di punta di quest’album. Al primo posto c’è sicuramente Veil, una canzone che ha veramente tutto. Un introduzione di pianoforte eccellente, che esplode nel riff principale di potenza straordinaria; nonostante questa potenza riescono senza difficoltà a calmare l’atmosfera nel bridge e costruire successivamente un ritornello orecchiabile ma con un testo veramente profondo. Il crescendo nella sezione strumentale riesce a rende a rendere la strofa ancora più energica, dove come detto in precedenza la metrica canora è egregia. Insomma ogni singola sezione è a dir poco perfetta, inaspettata e geniale.
Ma se c’è qualcosa degno di una nota, ma di quelle veramente importanti, è senza dubbio lo scambio di assoli tra le chitarre e le tastiere. E’ un’estasi continua. E’ diventato uno dei miei assoli preferiti, ha un attacco che è delizioso, ed un suono prelibato. Ma c’è una misura in particolare che mi fatto impazzire, dove c’è un cambio di tempo nel mezzo dell’assolo e poi c’è la ripresa. Perfetto. Il finale è di una cattiveria che non è affatto propria degli Haken.
Ma se si parla di cattiveria, meglio far parlare Nil by Mouth. Dall’inizio alla fine è una bomba, con un riff che ti si mette in testa e non esce più, nemmeno dopo mesi. Questo è anche il brano dove l’elettronica riprende leggermente un po’ di spazio ed è la ciliegina sulla torta. Ma se c’è una cosa che ancora non capisco, è la sezione strumentale. Sarà un odi et amo eterno, tra il non capire la logica e l’amare la pazzia che c’è dietro. Nello special dopo, il riff viene trasformato in una melodia solenne ed epica, un lavoro d’arrangiamento veramente strepitoso che va a culminare nel finale.
Host calma sicuramente le atmosfere, suscita la sensazione di appannaggio mentale e di confusione. Le melodie sono veramente suggestive, ti toccano nel fondo. Dal punto di vista melodico è la più particolare. Per quanto possa sembrare la meno interessante dell’album, regala comunque ottimi spunti. Rimanda molto agli Haken del passato. Nel passare della canzone, la tristezza colma lo stato d’animo in maniera delicata, quasi senza accorgersene; nonostante note pesanti siano usate, non si accorge della loro durezza. Insomma, i dettagli sono molti, all’inizio si potrebbe sottovalutare questo brano, ma merita molto. A Cell Divides  è la canzone che ci scorta alla fine di quest’album; a mio parere, anche qui ritroviamo molte analogie con le strutture del passato. Qui sono riuscito a dare la mia personale interpretazione di Vector, specialmente guardando la copertina; infatti c’è un tipico disegno dei test di Rorschach, caratterizzante della psichiatria (tema dell’album), dove ognuno vede determinate similitudini.

Ecco per me quest’album rappresenta gli Haken nella loro più completa interezza, sono riusciti a racchiudere in esso ogni loro singola caratteristica. Dal metal più duro, alle melodie e poliritmie stravaganti. Insomma, un lavoro veramente eccellente se si guarda specialmente al progresso del gruppo.
I miei complimenti più grandi vanno al batterista, che è migliorato in maniera egregia.

Voto: 85/100

Giacomo DG

Tracklist: 

  1. Clear – 01:50
  2. The Good Doctor – 03:55
  3. Puzzle Box – 07:42
  4. Veil – 12:35
  5. Nil by Mouth – 06:51
  6. Host – 06:45
  7. A Cell Divides – 04:57

Durata totale: 44:35

Lineup: 

  • Ross Jennings – voce
  • Chales Griffiths – chitarra
  • Richard Henshall – chitarra e tastiera
  • Diego Tejeda – tastiera
  • Conner Green – basso
  • Ray Hearne – batteria

Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Haken

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento