Mongol – The Return (2018)

Per chi ha fretta:
The Return (2018), nuovo full-length dei canadesi Mongol, torna a quello che la band faceva prima dell’EP Warrior Spirit (2017), specie a livello stilistico. Più grezzo e con più influssi death, è un folk metal più grezzo e meno europeo di quello del mini-album; il cambiamento maggiore è però nella componente folk, più orientata verso i suoni orientali che verso la tradizione scandinava. Si tratta di uno stile originale, ma i canadesi non riescono a sfruttarlo a pieno: colpa soprattutto del fatto che l’album è un po’ scollato, con tante anime diverse non mescolate bene tra loro. È un difetto che limita la resa della scaletta, ma in fondo non troppo: lo dimostrano pezzi come l’animata title-track, la variegata Amongst the Dead, l’epica To the Wind e la vitale River Child, picchi di una scaletta un po’ ondivaga ma non scadente. E così, sommando pregi e difetti, The Return è un buon album; è anche vero che i Mongol potevano fare di più, ma in fondo a un fan del folk metal il risultato può piacere anche così!

La recensione completa:

EP: un tipo di disco che, nel corso della storia della musica, ha assunto tanti usi diversi. Alcuni l’hanno inteso come parte fondamentale della propria discografia, o addirittura per dividere in più parti un unico full-length, altri invece come strumento in cui riversare contenuti “di scarto”. E poi c’è chi con gli EP si è divertito a sperimentare sonorità diverse da quelle affrontate nel resto della carriera: è il caso di Warrior Spirit dei Mongol, recensito qui un paio di anni fa. Ma me ne sono reso conto solo di recente, quando questa band canadese ha pubblicato il terzo full-length della sua storia (che proprio nel 2019 raggiunge il decennio di durata), The Return, uscito il 5 ottobre tramite Sliptrick Records. La sua differenza stilistica rispetto all’EP fa sì che questo si riveli come un episodio estemporaneo: quando Warrior Spirit aveva un suono più pulito ed “europeo”, qui i Mongol tornano a sonorità più grezze e in linea col loro passato. Lo fanno in primis con un suono più rude, aggressivo e anche maggiori influssi death – per quanto in The Return non siano decisivi. Ma la differenza maggiore sta nella componente folk: le sue melodie sono meno ispirate al suono scandinavo e più alla musica dell’estremo oriente, per quanto i Mongol abbiano implementato una componente sinfonica ancora più forte che in passato. È uno stile molto personale, persino di spiccata originalità a tratti: peccato solo che non sempre i canadesi riescano a sfruttarlo a pieno. Il difetto principale di The Return è che la scaletta non è molto coesa: ci sono tanti elementi diversi, e se questo da un lato scongiura rischi come omogeneità e noia, dall’altro fa sì che manchi il collante. Ciò vale sia per le atmosfere (si passa in breve dall’epicità al disimpegno, passando per la rabbia) che a livello musicale, con brani distesi e altri molto più d’impatto. È vero che lo fanno in parecchi nel folk, ma di solito viene realizzato in maniera più convincente, e soprattutto senza scalini così netti come quelli dei Mongol. È vero anche che questo difetto, per quanto pesante, non limita più di tanto la resa di The Return, che anche così risulta di buona qualità: per quanto diverse, molti brani presi a sé stanti sono validi. Tuttavia, la mia idea è che i canadesi potessero fare di meglio, con la bravura e la personalità che filtra tra queste tracce!

Le danze partono da Prophecy of the Blind, intro dei più classici senza tracce di metal: a inseguirsi sono invece le orchestrazioni e gli strumenti tradizionali, che anticipano alcuni temi che si sentiranno poi e mettono in chiaro le cose. Già da subito si sente l’intento dei Mongol di fondere occidente, con la parte sinfonica e alcune melodie, e la musica tipica mongola, ben rappresentata dalle tastiere “etniche” di Sche-khe e dal canto di gola tipica del paese asiatico. Parliamo insomma di un ottimo intro, non troppo lungo nonostante gli oltre due minuti e mezzo, visto che risulta significativo al punto giusto. Il disco entra quindi nel vivo con The Return, che lascia da parte alcune delle venature oscure dell’inizio per proporsi quasi allegra, con gli strumenti folk ben in vista a disegnare bei fraseggi sopra al riffage di Zelme. A tratti però a fare questo è la chitarra solista di Zev: si prende la scena per dei brevi momenti non troppo cupi, ma in cui spunta una vena malinconica. Più spesso però la musica si mostra evocativa, epica: in sottofondo per le strofe, ancora festose, questa sensazione torna fuori nei tanti stacchi che appaiono qua e là. Alcuni sono più aperti, tranquilli, spesso dominati dai cori, come succede sulla potente trequarti; altrove però c’è anche spazio per frazioni in cui i canadesi pestano di più e fanno valere la loro anima più death. In ogni caso, entrambi si incastrano bene in un fluire continuo, che alterna tante frazioni variegate ma lo fa con maestria, seguendo una linea musicale forte che incide molto bene. È il segreto principale di una traccia che ogni tanto si perde, ma si rivela di alto livello: non arriva tra i picchi dell’album a cui dà il nome, ma non viaggia nemmeno troppo lontano.

È ora il turno di Sacrificial Rites altro intro, stavolta di pura musica mongola, con percussioni ossessive su cui si posa il canto di gola e dei sonori corni. A livello musicale non è male, ma contando che siamo appena alla terza canzone, già spezzetta un po’ troppo l’album. Per fortuna dura poco, prima che Takhil entri in scena come uno schiacciasassi: lascia da parte tutta la leggerezza e il folk per martellare come un pezzo addirittura death metal sinfonico. Le orchestrazioni sono dissonanti, e si uniscono bene alla base vorticosa, di gran cupezza, ben aiutata dal growl rabbioso di Tev Tegri. È una norma che comincia subito a variare: alcuni momenti, come all’inizio, sono veloci e convulsi, mentre altrove il ritmo si calma un po’, ma l’aura è sempre cupa, lugubre. Lo stesso vale per le frazioni più melodiche che spuntano qua e là, tra cui spicca quella centrale, in cui torna lo spirito folk del gruppo; l’aura è però sempre preoccupata, specie attraverso l’assolo, doppiato dal frontman. Il risultato è una scheggia breve di pura oscurità: forse non si inserisce troppo bene nella scaletta, anche vista la differenza radicale col resto (dopotutto, è l’unico brano davvero death del lotto), ma a parte questo è di buona qualità. La successiva Amongst the Dead comincia subito vorticosa: retta dal doppio pedale di Bourchi, si snoda una norma dinamica, dall’incedere incalzante. Di solito ha una certa cupezza, data dalle orchestrazioni di Sche-khe, seppur la base guardi invece più al power metal; è un influsso che esce fuori con ancor più forza negli stacchi. Più rallentati, sono però sempre veloci, e hanno la vitalità tipica del suddetto genere, seppur la potenza non venga meno. Lo stesso vale ancor di più per la lunga seconda metà: introdotta da un breve passaggio di gusto addirittura maideniano (!), seguito da uno con la sezione ritmica quasi punk, si stabilizza poi su una norma animata e ancora di influsso heavy. Spesso però la base ritmica è più orientata al folk, genere che a tratti torna anche nelle tastiere – comunque piuttosto rare. Altrove però i giochi si fanno più diretti, con momenti spinti  verso le ritmiche, a volte anche di influenza thrash, e giusto qualche assolo ad arricchire il tutto di melodia. In ogni caso, i Mongol costruiscono la musica in maniera molto attenta: ne risulta una frazione davvero splendida, che incide praticamente in ogni suo passaggio, che sia più calmo o più energico, fino ad arrivare al finale, rutilante e di influsso persino symphonic black. Ma anche il resto non è da meno: nei quasi sette minuti del brano c’è davvero poco che annoi, ed è questo a renderlo uno dei picchi assoluti di The Return!

To the Wind riprende la melodia iniziale di Prophecy of the Blind: è la base su cui poi si sviluppa gran parte del pezzo. La seguono per esempio i chorus: la sfruttano a volte in maniera lenta, malinconica, rallentata, altrove invece sono più ritmati e brillanti, pur non lasciando da parte il pathos. Il resto invece tende a essere più oscuro: così sono per esempio le strofe, non velocissime ma potenti e cupe, col frontman che growla e qualche influenza death, che nella seconda parte si accentua. Spesso però al loro interno trovano spazio melodie folk, che col tempo prendono il sopravvento: in molti casi conducono a stacchi più aperti, in cui si respira la stessa nostalgia dei refrain. Stavolta inoltre la struttura è lineare: anche questo contribuisce  a renderla non solo adatta come singolo (è stato il primo rivelato dai canadesi per l’album), ma anche il meglio che l’album abbia da offrire con la precedente! I Mongol cambiano quindi direzione ancora con Dschinghis Khan, cover della canzone che dava il nome all’omonima band pop/dance tedesca. I canadesi la portano bene nel proprio stile: le melodie di tastiera sono quelle catchy dell’originale, con anche un bel gusto folk, ma la potenza è quella loro metal. Ne esce un ibrido strano, ma che funziona e rimane in mente sin dal primo ascolto. Se però da un lato è una rilettura riuscita, dall’altro la differenza col tono solenne di quanto ascoltato fin’ora stride un po’. Forse sarebbe stata meglio piazzata alla fine di The Return, magari come traccia bonus (come hanno fatto per esempio i Turisas per Rasputin, cover dei Boney M.), mentre al centro del disco non convince del tutto. A questo punto, i canadesi ripresentano lo stesso trio di brani che componeva Warrior Spirit, riregistrati per adattarlo al suono di quest’album. Ma tutti e tre mantengono la loro anima più distesa: lo si sente già dall’avvio di The Mountain Weeps, con cui il disco vira su coordinate più melodiche. All’inizio è distesa, con strofe non troppo veloci in cui si uniscono orchestrazioni, un riffage da metal classico e melodie power, ad alternarsi con chorus anche più eterei, rilassati, quasi dolci con la loro anima sinfonica e corale molto avvolgente. Poi però il brano si anima: un interludio folk, poi comincia l’escalation della seconda metà. Si tratta di un’evoluzione lenta, che all’inizio rimane ancora aperta, spoglia e senza gran potenza; pian piano però entrano gli strumenti folk, mentre il ritmo comincia ad accelerare. Cominciano così ad alternarsi momenti oscuri, in cui l’influenza death già sentita torna, e altri disimpegnati e pieni di giri vorticosi; neanche i primi sono molto oscuri, per un altro pezzo più spontaneo che altro. Il che è un bene: abbiamo un pezzo che guadagna rispetto all’EP (dov’era il meno bello), e di sicuro non sfigura.

River Child comincia placida, col flauto e una base di tastiera ancora etnica; poi però  la musica si fa più rocciosa, pur seguendo la linea melodica e ritmica dell’intro. All’arrivo del primo refrain però tutto cambia: i giochi si fanno più rutilanti, con una frazione velocissima, esplosiva, con una base vorticosa al massima su cui Zev e i cori cantano una melodia esplosiva, anthemica al massimo. Da qui inoltre il ritmo sale: anche le strofe diventano molto più dinamiche, nonché un pelo più cupe, col frontman che sfodera il growl e il ritorno delle venature death care alla band. La frenesia non viene meno nemmeno nella sezione centrale, un intreccio di chitarre all’inizio molto da metal tradizionale, seppur poi a farla da padrona giungano gli strumenti tradizionali, prima che il pezzo torni alla sua norma iniziale. È un altro buon elemento per un brano buonissimo: anch’esso guadagna rispetto all’EP, e risulta il migliore del trio, nonché poco lontano dai picchi di The Return. Come in Warrior Spirit, anche qui i Mongol affidano il compito di chiudere il disco a Warband, che però al contrario delle altre due perde un po’. Non so se è colpa della nuova tonalità con cui la band la suona, sta di fatto che rispetto la maestosità precedente ne esce un po’ limitata. Lo si sente bene nella progressione principale, espanse e in cui le orchestrazioni seppelliscono tutto: succede sia nelle strofe, davvero spinte in questo senso, sia nei refrain, che conservano una melodia vincente, però troppo coperta dal resto.  Un po’ meglio va invece nel lungo passaggio centrale, che guadagna invece dalla maggior aggressività dei canadesi : la sua evoluzione ritmica colpisce bene, e anche i momenti in cui fa capolino la melodia arricchiscono il tutto. È possibile apprezzarlo sia negli incroci tra gli assoli di Sche-khe e Zev che si inseriscono spesso l’evoluzione e la colorano di spessore, spesso anche malinconico, sia nel finale, ossessivo ed evocativo coi suoi cori. Sono entrambi arricchimenti per un brano lungo ma con pochi momenti morti: nonostante i difetti si difende e si rivela adatta a concludere il disco.

Per concludere, quasi dispiace dover dare un voto in fondo non troppo alto a un disco con tante belle canzoni come The Return. Ma è vero, dall’altra parte, che la sua mancanza di coesione pesa parecchio sull’ascolto, e a tratti lascia spaesati: è un problema non da poco per il disco. Per fortuna però la piacevolezza riesce a vincere anche su questa pecca: perciò, se ti piace il folk metal e qualche zampata più estrema non ti disturba, i Mongol ti sono comunque consigliati.

Voto: 76/100

 
Mattia 

Tracklist: 
  1. Prophecy of the Blind – 02:38
  2. The Return – 04:26
  3. Sacrificial Rites – 01:01
  4. Takhil – 03:11
  5. Amongst the Dead – 06:52
  6. To the Wind – 05:44
  7. Dschinghis Khan – 02:59
  8. The Mountain Weeps – 05:49
  9. River Child – 05:11
  10. Warband – 07:15
Durata totale: 45:06
 
Lineup: 
  • Tev Tegri – voce
  • Zev – chitarra solista, banjo, mandolino
  • Zelme – chitarra ritmica
  • Sche-khe – tastiere e orchestrazioni
  • Sorkhon Sharr – basso
  • Bourchi – batteria
Genere: symphonic/folk metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Mongol

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