Ozzy Osbourne – Bark at the Moon (1983)

Per chi ha fretta:
Bark at the Moon (1983), terzo album della carriera solista di Ozzy Osbourne, è un album che molti fan del cantante inglese sottovalutano – a torto. Che lo facciano perché è il primo dopo la morte del compianto Randy Rhoads o perché qui il suono si fa un po’ più modaiolo rispetto ai precedenti, è un errore, visto che parliamo di un lavoro all’altezza dell’ex Black Sabbath. Nonostante la maggior presenza di influssi hard rock e di più tastiere, il livello rimane elevato, e anche l’inserimento del talentuoso chitarrista Jake E. Lee funziona. Il risultato è una scaletta quasi tutta di altissimo livello, con pochissimi punti morti e in cui brillano brani come la diretta title-track, la cupa ballad You’re No Different, l’energica Rock ‘n’ Roll Rebel, la veloce Centro of Eternity, la scanzonata Slow Down e la preoccupata Waiting for Darkness. Sono questi fattori a rendere Bark at the Moon un album di altissimo livello, che nella carriera solista di Ozzy Osbourne di certo non sfigura!

La recensione completa:
19 marzo 1982: in un tragico incidente aereo, avvenuto durante il tour di Diary of a Madman, perde la vita Randy Rhoads, chitarrista della band di Ozzy Osbourne. Nonostante la grande amicizia che lo legava al musicista – che gli causò un periodo di grave crollo depressivo – l’ex cantante dei Black Sabbath decise di non arrendersi, di andare avanti comunque. Reclutato il talentuoso chitarrista statunitense Jake E. Lee, nel giro di alcuni mesi tornò in studio: il risultato fu l’uscita, alla fine del 1983, del suo terzo disco solista Bark at the Moon. Parliamo di un lavoro che all’epoca ebbe un gran successo in termini di vendite, ma oggi è un po’ controverso tra i fan di Ozzy, divisi tra chi lo ama e chi lo ritiene un episodio minore. Sul giudizio di questi ultimi pesa forse l’alone negativo della citata morte di Rhoads, o più probabilmente la differenza stilistica: rispetto al passato, in Bark at the Moon si trovano elementi all’epoca poco ortodossi nel metal. Non sono solo alcune influenze hard rock (comunque in parte presente anche nei più rocciosi predecessori), ma soprattutto la grande presenza di tastiere, che rispetto al passato sono molto più diffuse. Ma, per quanto mi riguarda, questo non è un problema: sarà anche più “modaiolo”, ma Bark at the Moon è comunque un lavoro molto ispirato, degno di stare in una discografia come quella dell’Ozzy solista. Con tante belle canzoni e pochi momenti morti, se non è tra i migliori della sua carriera poco ci manca!

La opener Bark at the Moon si apre subito con un riffage molto hard rock, veloce e animato ma anche con una certa preoccupazione. È quella che si accentua anche di più nelle strofe, a cui fa da base: con la voce di Ozzy e la tastiera di Don Airey in sottofondo hanno una certa oscurità, e colpiscono bene, pur non essendo granché pesanti (se non in alcuni stacchi). Vanno avanti per la loro strada fino a bridge anche più preoccupati: è l’introduzione a ritornelli invece più metallici, potenti e diretti , con una struttura semplice ma efficace. Ottime anche le piccole variazioni presenti qua e là, tra cui spicca la frazione centrale, rallentata ma di buona potenza, prima di sfociare in un assolo in cui Lee si mette bene in mostra – come del resto fa nella breve coda finale. Il risultato è un pezzo breve ma intenso, che incide alla grande e si pone subito tra gli episodi migliori del disco che apre! A questo punto, è subito il turno della ballad: You’re No Different si avvia lenta e crepuscolare. Qualche secondo di atmosfera, poi ci ritroviamo in un brano lento e melodico, ma anche con una certa oscurità e malinconia. Merito soprattutto della tastiera di Airey, che la fa la padrona con la sua cadenza ossessiva, ben accompagnata dalle lievi melodie di chitarra e dalle ritmiche del basso di Bob Daisley. È una norma che prosegue a lungo e si fa da parte solo per alcuni stacchi: di norma sono brevi e di matrice rock, ricordano addirittura i Blue Oyster Cult a tratti. Fanno eccezione i ritornelli: più lunghi, accentuano il pathos del resto, che colpisce ancora meglio, grazie al frontman, qui inaspettatamente intenso. Belle anche la frazione centrale, in cui la musica si addensa, per un risultato quasi caotico: lo stesso potenziamento lo vive anche il finale, in cui però oltre a synth di gran energia c’è anche il bellissimo assolo di Lee. Sono due frazioni che hanno poco di metal ma risultano davvero potenti: arricchiscono un’altra canzone di alto livello, poco sotto alla precedente!

Now You See It (Now You Don’t) torna al metal, ma senza pestare troppo: il riffage di base, che si mette in mostra sin dalle prime battute, è energico, a tratti macinante, ma rimane sempre aperto. Questo consente alle strofe di essere disimpegnate, quasi festose: un’atmosfera che poi si accentua nei ritornelli. Un po’ bizzarri, col ritmo di Tommy Aldridge tutto in levare, risultano però fascinosi e colpiscono al punto giusto. Anche in questo caso, valida si rivela la frazione centrale: colpisce bene sia i passaggi con cori dal sapore così anni ottanta, sia la seconda, al tempo stesso potente ed emozionante. È la giusta quadratura per un cerco di qualità molto elevata: non spicca moltissimo in Bark at the Moon, ma in molti dischi sarebbe tra i migliori – il che fa capire bene il livello dell’album! Un breve intro effettato, da puro metal ottantiano, poi ci ritroviamo subito in Rock ‘n’ Roll Rebel, che cambia registro rispetto alla precedente. La sua aura è preoccupata: lo si sente sia nel riff principale, non velocissimo ma incalzante, sia nelle strofe, sottotraccia ma col giusto impatto, grazie al battente basso e al riffage heavy al di sopra. Ma questo non dura: i bridge all’improvviso diventano quasi festosi, e introducono ritornelli rilassati, di influsso hard rock più che vago, seppur siano anche pesanti il giusto. Bella anche la rocciosa frazione centrale, in cui ancora Lee si mette in mostra – come anche nella coda che prosegue l’ultimo chorus: sono entrambi arricchimenti ulteriori per un pezzo semplice ma grandioso, uno dei migliori in assoluto del disco!

Finito il lato A del vecchio vinile, quello B cominciava con Centre of Eternity, che se la prende con molta calma a entrare nel vivo. Le suggestioni all’inizio religiose: un solenne coro che scandisce la melodia principale accompagnato da una campana lascia spazio a un potente interludio di organo, esplosivo seppur sia in scena da solo. Sembra quasi che debba continuare così, quando invece la musica strappa: ci ritroviamo allora in un ambiente veloce e potente, con un riffage frenetico, a tratti persino di gusto speed metal. È una corsa che non si arresta mai: il ritmo rapido di Aldridge regge sia le strofe, dinamiche e dirette, sia i bridge, più potenti e rumorosi, sia i refrain, catchy al punto giusto e in cui tornano i cori iniziali, che danno al tutto un tono più espanso. Ci si ferma un po’ solo al centro, una sezione più lenta ma di buona potenza, in cui la voce di Ozzy disegna una melodia quasi malinconica; lo stesso evoca in parte l’assolo successivo, seppur presto diventi un bello shred, veloce e d’impatto. Non c’è praticamente altro in un pezzo lineare e dritto al punto: anche questo gli consente di incidere a meraviglia e di arrivare a giusto un pelo dal meglio che Bark at the Moon abbia da offrire! A questo punto, il cantante britannico vira di nuovo su toni da ballata con So Tired, che però rispetto a You’re No Different è più rilassata e tenera. Sin dall’inizio, a dominare sono le orchestrazioni, presenti quasi ovunque, sia nei passaggi più spogli gestiti dal pianoforte e dalla sezione ritmica, sia nei chorus, ricchi e quasi pomposi. Il tutto è all’insegna di una dolcezza zuccherosa,  che avvolge quasi tutto (tranne un paio di passaggi, che virano più su qualcosa di preoccupato) ma che non dà troppo fastidio. Seppur non sia nulla di originale rispetto alle mille analoghe ballad del periodo, è lo stesso avvolgente: sarà anche il pezzo meno bello del disco, ma si difende alla grande e qui non stona!

Slow Down ritorna al metal e lo fa in maniera rutilante: un breve intro, poi ci ritroviamo in un ambiente brillante e animato, con uno spirito quasi giocoso. Al tempo stesso però è incalzante al punto giusto, grazie a un riffage ancora riuscitissimo e a una progressione funzionale, che lo porta dritto verso i ritornelli. Essi cambiano verso: sempre sereni, ma con una punta di malinconia, hanno il loro punto di forza in Ozzy, che doppiato da dei potenti cori e da una tastiera solare canta una melodia catturante al massimo, che si stampa subito in mente. L’unico momento un po’ più oscuro è invece al centro: è il passaggio più potente, con i suoi riff corredati da un assolo anch’esso crepuscolare. Ma non è certo un problema: si integra benissimo nell’ennesimo pezzo eccellente, un altro dei picchi di Bark at the Moon! La successiva Waiting for Darkness esordisce con un effetto sintetico oscuro come introduzione: non è una falsa premessa, visto che poi si sviluppa in qualcosa di davvero preoccupato. Lo si sente sin dalla norma di base, con la tastiera a disegnare un bellissimo fraseggio, malinconico ma al tempo stesso un pelo sinistro, sopra a una base sottotraccia. Hanno lo stesso profilo defilato le strofe, col basso espanso di Daisley in primo piano e la chitarra che rimane in sottofondo. Poi però la musica si anima, attraverso bridge con un riffage semplice ma di gran impatto: ci conducono in breve a ritornelli che ci riportano all’origine, resa da Ozzy anche più intensa, con un pathos da brividi. Bella anche la sezione centrale, più varia del resto: passa da una frazione strana, di basso voltaggio ma a suo modo inquietante, a una più distesa ma in cui tornano le orchestrazioni; col tempo però la musica si fa più cupa, fino a toccare apici orrorifici. È il perfetto coronamento di una traccia splendida, tra le migliori del disco e forse anche di più: si tratta di uno dei miei pezzi preferiti in assoluto nella storia dell’Ozzy Osbourne solista!

La versione” regolare” del disco finiva qui, ma quella in mio possesso ha due bonus track: la prima, Spiders, era la b-side del singolo della title-track, oltre a essere presente in alcuni versioni del vinile – che omettevano invece Slow Down. La scelta di presentarla come  bonus track in questo caso paga: rispetto al resto perde un po’, seppur non sia così brutta. Per lunghi tratti, si muove su una norma strisciante, con poco di heavy metal: la chitarra è pulita e presente solo in alcuni echi (si potrebbero definire addirittura post-rock!), mentre è il basso di Daisley a farla da padrone. Poi però la musica torna a potenziarsi, per ritornelli potenti ma preoccupati, che coinvolgono più per una certa vena malinconica che per altro. Nessuna delle due parti è male, ma stavolta non sono da urlo; a risultare così è solo la frazione centrale, che riprende i temi già sentiti nelle altre e le correda con una certa tensione. È il momento migliore di un pezzo tutto sommato buono, seppur rapportata a quanto sentito fin’ora tende un po’ a sparire. Lo stesso vale, in misura ancora maggiore, per One Up the “B” Side, canzone di semplice hard ‘n’ heavy che si apre con una melodia semplice e anche un po’ scontata. Anche lo sviluppo non è esaltante:  se le strofe sono incalzanti al punto giusto, con un riffage di discreta potenza, lo stesso non vale per ritornelli elementari e abbastanza insipidi, che non si stampano granché in mente. Lo stesso vale per le frazioni strumentali: sono ben suonate, ma a tratti sembrano un po’ buttate lì, come se non fosse importante. È del resto una sensazione che aleggia su tutto il brano: più che una b-side (come Spiders, questa lo è del singolo di So Tired) sembra quasi un divertissment, realizzato solo per il gusto di farlo. Per fortuna, però, non incide sul risultato finale: anche in questo caso, è giusto come bonus track, più che come pezzo della scaletta regolare!

Per concludere, pur essendo un disco sottovalutato da parecchi fan, Bark at the Moon è un piccolo gioiellino, con poco da invidiare ai suoi due illustri predecessori. Ovvio, se pensi che il metal debba essere duro e puro e rifuggi le sue propaggini melodiche che hanno avuto successo da metà degli anni ottanta in poi, forse non farà proprio al caso tuo. Ma se non è così, e ancor più se la carriera solista Ozzy Osbourne ti piace, è un lavoro che non può mancarti!

Voto: 93/100

 
Mattia

Tracklist: 
  1. Bark at the Moon – 05:50
  2. You’re No Different – 05:50
  3. Now You See It (Now You Don’t) – 05:11
  4. Rock ‘n Roll Rebel – 05:23
  5. Centre of Eternity – 05:15
  6. So Tired – 04:02
  7. Slow Down – 04:21
  8. Waiting for Darkness – 05:16
  9. Spiders (bonus track) – 04:32
  10. One Up the “B” Side (bonus track) – 03:23
Durata totale: 47:29
 
Lineup: 
  • Ozzy Osbourne – voce
  • Jake E. Lee – chitarra
  • Don Airey – tastiera
  • Bob Daisley – basso
  • Tommy Aldridge – batteria
Genere: heavy metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale di Ozzy Osbourne

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