Dirge [IN] – Ah Puch (2018)

Per chi ha fretta:
Ah Puch (2018), primo full-length degli indiani Dirge, non sembra quasi un disco d’esordio, per maturità e consapevolezza. Se lo stile da un lato si rifà al classico sludge metal, dall’altro non è derivativo, grazie agli influssi dal doom classico presenti e all’abilità del gruppo a trovare ritmiche col giusto impatto. Il loro punto di forza migliore è però la capacità di variare in fatto di melodie e atmosfere, che rende il disco mai banale e si sposa bene col suo concept, centrato su Maya e Aztechi. Sono questi gli ingredienti di una scaletta tutta di alto livello e con pochi punti morti, in cui spiccano perle assolute come la possente Montezuma’s Revenge, la nichilista Swamp of Blood e la feroce Corpse of Cortez. Anch’esse contribuiscono un album che dall’altro lato ha anche qualche ingenuità: roba da poco, comunque, visto che alla fine Ah Puch riesce addirittura a sfiorare il capolavoro!

La recensione completa:

Parlando di metal nel mondo, l’India non è certo il primo paese che viene in mente, forse nemmeno il decimo. Eppure, negli ultimi anni anche il paese asiatico sta sviluppando una sua scena rilevante: seppur non molto numerosa, specie in relazione alla grande popolazione indiana, in molti casi riesce a brillare per qualità. È anche il caso della band di oggi, i Dirge: nati a Pune nel 2014, hanno esordito lo scorso 19 ottobre con Ah Puch, album del tutto autoprodotto ma che non suona affatto amatoriale. Non sono solo particolari come per esempio la registrazione, grezza ma nitida al punto giusto: soprattutto, è la musica a sembrare quella di una band esperta, invece di una alla prima uscita assoluta. Innanzitutto, il genere dei Dirge, pur non innovando chissà quanto, non è affatto derivativo: di base quello di Ah Puch è un lentissimo sludge metal con tutti i suoi crismi, tra il suo nichilismo sonoro, l’oscurità e la ferocia. Nei riff degli indiani però spuntano spesso influssi dal doom classico, che vanno dai Candlemass ai Pentagram più oscuri. Si tratta di un ibrido non comune, e per giunta nelle mani dei Dirge funziona bene: merito anche di una buona abilità nel trovare ritmiche di forte impatto. Il punto di forza migliore di Ah Puch è però nella varietà, a livello musicale come di atmosfera: quasi sempre cupo, ha però un gran numero di sfaccettature, il che gli consente di non essere mai ridondante né esagerato come certi dischi sludge. E, in generale, i Dirge non hanno paura di passaggi emotivi o melodie ricercate: il risultato è che Ah Puch è un album genuino e ben calibrato a livello musicale. Aggiungiamoci poi un concept album inaspettato da una band dell’India ma fascinoso, centrato su Maya e Aztechi, sulla loro mitologia e sulla loro storia, ed ecco che ci sono tutti gli ingredienti per il capolavoro. Purtroppo, i Dirge in questo caso arrivano solo a sfiorarlo: ogni tanto si sente che Ah Puch è  un esordio, con qualche ingenuità, specie a livello di costruzione generale dei pezzi, e qualche passaggio a vuoto. Ma in fondo si tratta di difetti minori per un disco che anche così ha quasi del miracoloso, per la qualità altissima che riesce a esprimere attraverso le sue tracce!

 Si parte da un lungo intro ambient, lugubre, quasi orrorifico, con effetti sonori cupi in sottofondo che creano un atmosfera desolata. È come un caos primordiale, in cui per trovare un po’ d’ordine bisogna aspettare circa un minuto, quando affiorano il basso di Harshad Bhagwat  e la chitarra: all’inizio sono quasi timidi, ma in breve prendono più slancio, fino all’esplosione della Invoking the Demigod vera e propria. Ci ritroviamo allora in un ambiente doom metal lentissimo, quasi asfissiante, ma al tempo stesso di potenza assoluta, grazie al riffage grasso e circolare e allo scream bestiale, altissimo di Tabish Khidir. È una norma che comincia subito a variare: se la base ritmica rimane sempre la stessa, tanti piccoli cambiamenti fanno sì che non risulti mai ridondante. Il più rilevante sono i tratti vorticosi, con la batteria di Vineet Nair molto pestata e tante dissonanze, che danno al tutto un retrogusto quasi black metal – accentuato anche dalla notevole ferocia del gruppo. Ogni tanto spunta anche qualche rallentamento, che riporta il brano all’origine, ma in generale la tendenza è ad addensarsi: è un’evoluzione che sfocia, sulla tre-quarti, in un passaggio che in breve tempo accelera e diventa tempestoso. È un momento davvero plumbeo, grazie al riffage nervoso e macinante – ma che ogni tanto viene pitturato da qualche pennellata melodica e malinconica: va avanti in breve, prima di spegnersi in una coda più lenta, ma in cui i Dirge riversano ancora una gran ferocia. È il passaggio migliore di un pezzo già ottimo di suo, che apre a dovere le danze! Ah Puch stupisce quindi con l’attacco di Montezuma’s Revenge, che comincia a correre: sul doppio pedale di Nair, il riffage è veloce e nervoso, seppur rimanga sempre di pura marca sludge. È una frazione che va avanti circa un minuto, prima di spegnersi in un tratto rallentato, strisciante, persino allucinato tra le urla del frontman e il riffage minaccioso di Varun Patil e Ashish Dharkar. Questa norma va avanti a lungo, interrotta solo a volte da passaggi che invece rimandano più al doom classico, con quasi una certa solennità all’inizio – seppur poi entrino armonizzazioni sludge e lo scream di Khidir a ricollegarli al resto. In ogni caso, le due frazioni si compenetrano a meraviglia, creando una progressione dalla lentezza asfissiante, che colpisce con potenza e avvolge nella sua atmosfera, oscura eppure con una certa tensione emotiva. Lo si diventa sempre di più man mano che passano i minuti, finché non spunta uno splendido assolo di chitarra, espanso ma di grande impatto emotivo, che va avanti a lungo prima di spegnersi. Ma il pezzo non è finito: un breve interludio in cui si mette in mostra la sezione ritmica, poi il pezzo  sembra tornare all’inizio. Ma ancora una volta gli indiani la evolvono in senso emotivo: man mano assume sempre più pathos e sempre più melodia, che alla fine domina, in un vortice di malinconia che colpisce al cuore. È il gran finale di un episodio davvero splendido, da annoverare tra il meglio che l’album abbia da offrire!

Swamp of Blood rompe l’aura calda della precedente e sin da subito si pone sinistra, col riff suonato da Dharkar e Patil lieve ma strisciante al massimo. È la stessa impostazione che dopo pochi secondi esplode con potenza: minacciosa al massimo, di potenza allucinante, avanza lenta ma devastante, travolgendo tutto sul suo cammino. Il suo unico difetto è che dura davvero poco, ma non è un problema: subito dopo, il brano accelera e rimane più o meno pesante allo stesso modo, grazie a ritmiche affilate come rasoi, grasse, anche per merito di qualche influsso stoner integrato a meraviglia. Ci conducono attraverso una progressione non velocissima ma incalzante, diretta e con giusto qualche pausa ogni tanto, che però le dà il giusto respiro: va avanti fino a oltre metà traccia, prima di spegnersi in una nuvola di fuzz ed echi. I loro feedback proseguono per un po’, ma sotto quasi subito comincia a stagliarsi un fraseggio di chitarra pulita, lento e crepuscolare: sembra quasi nostalgico, poi però la musica torna con forza allo sludge metal. La stessa melodia viene allora ripresa da un riff lento e opprimente, abissale, che crea un muro di oscurità impenetrabile. La stessa atmosfera si mantiene anche quando i Dirge tornano ad accelerare, una progressione stavolta anche più oscura che in precedenza. Tra passaggi ancora di potenza estrema e frazioni dissonanti, con di nuovo feedback di chitarre e in mezzo anche un assolo graffiante, è un’altra frazione di impatto assoluto. L’ennesima, peraltro, di un brano lungo quasi dieci minuti ma senza il minimo momento morto: si tratta di un altro dei picchi di Ah Puch! Dopo una tempesta del genere, la band indiana piazza saggiamente The Dilemma, traccia strumentale con cui ci si può riposare le orecchie. All’inizio in scena ci sono soltanto le tenere note di chitarra acustica, echeggiata e raddoppiata da suoni ambientali e da vaghi effetti post-rock in sottofondo. Pian piano però il tutto si addensa leggermente, quando spuntano addirittura lievi orchestrazioni in secondo piano, che danno al tutto un tono più ricercato. Ma ciò non dura: a un certo punto, arriva in scena una norma molto più oscura, con un arpeggio dissonante che ci conduce fino alla fine. Termina così un interludio che forse non brillerà per originalità, ma avvolge bene e nella sua posizione svolge alla grande il suo compito.

La Malinche prende il vita subito dal finale dell’interludio appena passato e strappa con forza, accentuando di molto la sua oscurità e corredandola con un tocco quasi spaziale, dato dalle dissonanze e dal ritmo catacombale. Poi però accelera e comincia una falsariga più martellante, cadenzata, seppur la velocità non sia elevatissima: è l’inizio di un’alternanza con momenti più lineari, che a volte tornano verso l’inizio, ma la situazione non è destinata a durare. Dopo qualche minuto di questo scorrere cupo e avvolgente, d’improvviso gli indiani cambiano direzione e accelerano con forza. Ci ritroviamo allora in un pezzo vorticoso al massimo, un maelstrom di note con ritmiche mastodontiche corredate da un lead di chitarra di gran pregio. A tratti si produce in giri vertiginosi di chiara matrice black metal, ma poi si trasforma in un assolo più tortuoso, con un pathos che però non spezza la cupezza del resto. Sancisce anche la fine della falsariga più veloce, ma il pezzo non perde granché in fatto di dinamismo: una frazione più lenta e doomy, poi la musica torna a salire di tensione, in un’altra progressione di incedere incalzante, con persino una vaga nota epica. E così, tra nuovi influssi black, momenti striscianti, dissonanti e altri invece di gran impatto, si conclude un pezzo buono: è vero che in Ah Puch risulta addirittura il meno bello, ma a parte questo si difende a dovere! Un breve preludio con la pestata sezione ritmica, poi siamo già all’interno di Corpse of Cortez, che aggredisce subito riottoso, con addirittura un vago retrogusto thrash (!). È un esordio di rabbia palpabile, soprattutto nello scream di Khidir, ma che non dura molto: presto il pezzo rallenta di molto. Non perde però il suo nichilismo, ben presente anche nello strisciante e fangoso riffage che si espande su queste frazioni, ben assistito  anche da dissonanze di chitarra piazzate nei punti strategici. È un saliscendi che si ripete un paio di volte, prima che la traccia cominci a evolvere la seconda anima, che diviene più graffiante e pestata, grazie a Nair; poi però la musica cambia ancora e si spegne nel vuoto. E non è certo finita qui: pian piano, il pezzo torna a crescere, attraverso una lontana e dilatatissima chitarra pulita, sulla cui base poi cominciano a tornare quella distorta, in una frazione quasi funeral, sia per musica che per malinconia. Anch’essa poi continua a crescere, tornando pian piano verso lidi più duri, ma al tempo stesso mantenendo la sua carica emotiva fino al finale, in cui essa si accentua persino. È una frazione che accelera di nuovo, ma lo fa in una maniera così preoccupata da dare i brividi: tra i vocalizzi quasi solenni del frontman, il lead rumoroso e il riffage di Dharkar e Patil, intensi ma al tempo stesso disperati, colpisce davvero con forza. È il passaggio migliore di una traccia splendida, non tra le migliori dell’album che chiude ma giusto per un pelo!

Per concludere, Ah Puch è un album davvero di alto livello, che arriva persino a sfiorare il capolavoro. Ma il meglio è che lo fa anche nelle sue ingenuità: ciò significa che, crescendo e maturando, i Dirge potrebbero riuscire a fare ancora di meglio in futuro. Se così sarà, al solito, solo il tempo potrà dirlo; intanto però il mio consiglio è di scoprire gli indiani e recuperare questo loro esordio. Se ti piace lo sludge metal o le propaggini più estreme del doom, non potrai far altro che amarlo!

Voto: 88/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Invoking the Demigod – 10:45
  2. Montezuma’s Revenge – 09:06
  3. Swamp of Blood – 09:44
  4. The Dilemma – 03:22
  5. La Malinche – 09:23
  6. Corpse of Cortez – 09:24
Durata totale: 51:44
 
Lineup: 

  • Tabish Khidir – voce
  • Ashish Dharkar – chitarra
  • Varun Patil – chitarra
  • Harshad Bhagwat – basso
  • Vineet Nair – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: sludge metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Dirge

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