Mule Skinner – Airstrike (2018)

Per chi ha fretta:
Nonostante i quasi trent’anni di storia dalla nascita, gli americani Mule Skinner non riescono a proporre qualcosa di rilevante col loro secondo full-length Airstrike (2018). Se da un lato il loro grindcore rinforzato da forti venature death metal ha un bell’impatto, nonché la giusta attitudine feroce, dall’altro è un suono abbastanza monotono. Molte canzoni al suo interno tendono ad assomigliarsi, tanto che spesso è difficile riconoscerle tra loro; non aiuta poi una registrazione troppo grezza per valorizzare al meglio i riff degli statunitensi. Sono questi i difetti di una scaletta che ha un buon tiro ma nulla più, e in cui riescono a spiccare solo pochi pezzi, come la selvaggia Bone & Debris, la punkeggiante Sovereignty, l’ignorante Firing Squads e la sinistra Fuse. È per questo che, alla fine, Airstrike si rivela un album piacevole ma nulla più; di sicuro, da una band con tanti anni alle spalle come i Mule Skinner è lecito aspettarsi di più!

La recensione completa:
“A volte ritornano”: è questo il possibile sottotitolo per Airstrike, secondo album dei Mule Skinner. Nati a New Orleans nel 1990, negli anni immediatamente successivi pubblicarono un demo e un EP, per poi arrivare al full-length d’esordio Abuse nel 1996. Da lì però di loro si perdono del tutto le tracce: un silenzio che durerà ben 18 anni, prima che i Mule Skinner facciano ritorno col brevissimo EP Crushing Breakdown. Ma bisognerà aspettare altri quattro anni prima che esca qualcosa di più sostanzioso: è infatti storia recente il loro nuovo full-length Airstrike, pubblicato lo scorso 25 luglio grazie alla nostrana F.O.A.D. Records. Il genere che gli americani affrontano al suo interno è lo stesso che suonano da sempre: la base è un grindcore rabbioso, che guarda spesso alle origini punk e hardcore del genere; in più, i Mule Skinner lo rinforzano con tante influenze death. Il tutto sparato in velocità, con ferocia e senza fronzoli come da norma del genere: un’attitudine che in Airstrike è chiara dal primo all’ultimo secondo. Ma se da un lato la band statunitense ha un bell’impatto, dall’altro questo è anche il principale difetto del disco, che non ha quasi null’altro da dare. Colpa soprattutto di una certa monotonia: so che il grind di rado ha grandi sfumature di colore, ma i Mule Skinner qui esagerano. In Airstrike riff e impostazioni si ripetono, e a tratti è difficile distinguere i brani tra loro. Forse è anche un effetto voluto, per un album che probabilmente è un concept (seppur io non abbia informazioni sufficienti per esserne sicuro): se però volevano renderlo come un’unica canzone divisa in varie parti, potevano lo stesso far meglio. Inoltre, non aiuta la registrazione di Airstrike, davvero troppo grezza: molti riff hanno un buon potenziale, ma non esplodono a dovere per l’eccessiva sporcizia sonora dei Mule Skinner. Si tratta di difetti che non castrano il disco del tutto: anche così gli americani riescono ad avere un bel tiro e a coinvolgere in buona parte della mezz’ora abbondante del disco. Tuttavia, Airstrike non va molto oltre: anche dopo ripetuti ascolti, non riesce a rimanere nella mente né nel cuore dell’ascoltatore, o a spiccare tra i tanti dischi del genere in una qualsiasi maniera.

Senza il minimo intro, Suicide Vest entra subito in scena subito con foga death/grind. È un assalto frontale che si propaga a lungo nel pezzo, riletto a tratti in maniera meno frenetica e più punkeggiante, mentre altrove Todd Capiton usa il blast beat e gli dà ancor più frenesia. Vista anche la brevità – caratteristica su cui i Mule Skinner non spingono come altri nel genere, ma che produce comunque alcune canzoni sotto ai due minuti – non c’è altro, a parte una frazione cupa e macabra al centro.  È quanto basta al complesso per incidere: il risultato non è memorabile, ma apre bene il disco e colpisce a dovere col suo impatto. Con Airstrike, si evidenziano invece tutti i difetti del disco a cui dà il nome. Se all’inizio la sua dissonanza è anche interessante, presto il tutto diventa un macinare abbastanza sterile: colpa soprattutto del fatto che i momenti più orientati verso il punk ricordino molto quelli sentiti nella precedente. Ma anche il resto non incide molto, con un vorticare che cerca l’impatto ma solo di rado lo trova. Per fortuna, da metà in poi il pezzo migliora sensibilmente: abbiamo una frazione death lenta e strisciante, che riesce a colpire sia con potenza che con la sua aura lugubre, specie quando assume influssi grind, verso la fine. È una buona  seconda parte per un pezzo riuscito però soltanto in parte: come title-track insomma è azzeccata, visto che riassume bene l’album. Bone & Debris si riattacca  quindi al finale lento della precedente, di cui riprende l’incedere. Dà quasi l’idea di voler continuare così a lungo, ma poi la musica riparte a bomba: sul blast, la chitarra di Michael Howes è anche più caotica del solito, e il growl di Ryan Ashmore dà al tutto una bella rabbia. Aiutano il tutto i passaggi in cui il ritmo cala, seppur di poco: permane sempre una gran urgenza, che aiuta il complesso a travolgere. Ma il passaggio migliore è nel finale, in cui di nuovo la band statunitense rallenta, con un’altra bella frazione sinistra, oltre che graffiante dal punto di vista ritmico, prima di un breve sfogo conclusivo. È il meglio che abbia da dare un bel episodio, non troppo lontano dai picchi del disco. Anche la successiva Chocking Agent esordisce lenta, con un retrogusto addirittura death/doom; si tratta di una suggestione fascinosa, che poi però nel pezzo si perderà – e tornerà solo nel breve finale. Presto infatti entra in scena un macinare convulso, col tipico alternare già sentito in Airstrike tra momenti velocissimi pieni di riff a motosega e altri più aperti ma dissonanti, di marca grind. C’è da dire, d’altra parte, che entrambi riescono a colpire in maniera discreta: nonostante una vaga sensazione di già sentito, la loro energia distruttiva non è malaccio. Lo stesso vale per la sezione centrale, in cui i Mule Skinner lasciano l’urgenza per un punk tenebroso e feroce, che non stona all’interno del complesso. Sono questi gli ingredienti di un brano che pur durando parecchio, almeno per gli standard del genere, alla fine risulta realizzato a dovere: non sarà chissà che, ma ha il merito di colpire in maniera discreta.

Bred to Destroy lascia da parte la relativa complessità della precedente per tornare a caricare a testa bassa. Al netto di qualche rallentamento, molto aggressivo – che risulta perciò efficace – tutto il resto è un triturare serrato che solo di rado riesce a comunicare qualcosa. Succede nei momenti più estrosi, in cui il riffage assume un tocco di mobilità in più; per il resto a dominare è l’effetto già sentito, che monopolizza un brano di potenza non disprezzabile, ma senza nient’altro da dire. Per fortuna, ora gli americani schierano Sovereignty, che all’inizio cambia direzione: persi quasi tutti gli elementi death (a eccezione della voce di Ashmore, sempre in growl), abbiamo una cavalcata incalzante di tono punk, che graffia al punto giusto. È un esordio che cattura l’attenzione, e fa in modo che non si perda anche quando il pezzo torna a correre col solito dinamismo, in un’alternanza tra semplici momenti diretti e altri convulsi di marca death metal. È una fuga che va avanti fin quando, passata metà, i Mule Skinner rallentano, ma quel che perdono in dinamismo, lo guadagnano in atmosfera:  diventa cupa, nichilista, malata e colpisce al massimo. È una seconda metà anche meglio della prima, con cui si fonda in un buonissimo pezzo, uno di quelli che spiccano di più in Airstrike! Per una volta, la seguente Firing Squads non entra nel vivo subito: una chitarra che fischia per qualche secondo, e solo poi la traccia comincia il suo avanzare, come sempre dritto al punto e stavolta anche più ignorante del solito. È quest’ultimo fattore a dare una marcia in più a una progressione simile alle precedenti, oltre a una certa mobilità che rende il tutto meno ridondante. Aiuta in questo senso anche la frazione centrale, al solito più lenta e minacciosa, col suo riffage molto strisciante. È un valore aggiunto per una bella traccia, non distante dal meglio della scaletta. È quindi il turno di Battle Worshiper: inizia in una maniera promettente, col suo riffage caratterizzato da un nervosismo tutto suo, piuttosto efficace. Poi però la band ricade nei soliti cliché, con una breve fuga in blast beat che confluisce in una sezione punkeggiante. Avrebbe anche la giusta energia, se non sapesse di già sentito da lontano un chilometro, il che smorza in parte il suo possibile impatto. Anche vista la brevità, abbiamo insomma un pezzo che passa senza lasciare grande traccia di sé alle proprie spalle. Among Sheep ha quindi un altro bell’avvio, in continuo movimento, con un riffage magmatico e potente il giusto, ma poi i Mule Skinner cambiano direzione. Spunta allora una norma con un andamento più ritmato, guidato da chitarre che mantengono la stessa cadenza sia attraverso i passaggi più frenetici che in quelli più espansi e di indirizzo punk. È un’impostazione che prosegue lungo tutta la traccia e a tratti risulta un po’ ridondante, ma in fondo non troppo: stavolta la brevità aiuta, come il fatto che le ritmiche di base abbiano un gran impatto. Il risultato è un pezzo che non spicca moltissimo, ma almeno riesce a difendersi e a non suonare noioso o ridondante come altri in Airstrike.

Come le precedenti, anche Faith in Blood è promettente all’avvio, con un nichilismo di retrogusto persino sludge e Ashmore che passa dal growl a un rabbiosissimo urlato. E stavolta nemmeno si perde troppo: se è vero che la fuga successiva sa di già sentito, la sua potenza e il dinamismo sono così spinti che riesce lo stesso a coinvolgere. Merito soprattutto di Howes, che si produce in una serie di riff uno più tagliente dell’altro: si incastrano bene e riescono a non annoiare dall’inizio fino al finale – l’unico breve momento di pausa. Nel complesso, ne risulta un pezzo più che discreto, lontano forse dai picchi del disco ma anche superiore alla sua media. La successiva Backbone parte dalla batteria di Capiton, che dà il là a un pezzo meno veloce e quasi goffo – in maniera voluta, ovvio – nel suo pestare con forza. Ma poi il gruppo della Louisiana si perde dietro ai soliti cliché, con una fuga macinante che stavolta non riesce a esprimere davvero nulla. È un peccato, considerando che invece la frazione centrale è particolare, col suo ritmo oscillante e inedito nello stile del gruppo, e che anche la coda che riprende l’inizio non è male. Il risultato finale non è malaccio, ma senza il suo difetto poteva andare più lontano. Di sicuro, però, sempre meglio di Tactical Control, che stavolta non inizia nemmeno bene: il riffage iniziale è simile (per non dire identico) a quello della opener – e di tante altre canzoni già sentite. E quando poi il pezzo prosegue, non cambia molto: abbiamo la solita  alternanza tra frazioni più death metal e altre più grind, con gli stessi elementi già sentiti lungo l’album e nulla che riesca ad andare oltre. Nemmeno la frazione finale può molto stavolta – seppur, col suo riffage di vago retrogusto thrash, non sia poi malaccio. Abbiamo nel complesso un pezzo davvero anonimo e poco fascinoso, in assoluto il punto più basso di Airstrike. Per fortuna, i Mule Skinner ritirano su quest’ultimo nel finale con Fuse, in cui cercano di fare qualcosa di diverso – e gli riesce anche in maniera più che discreta. Lasciata da parte le velocità estreme sentite in precedenza, cominciano ad alternare frazioni di tempo medio, con un riffage fangoso, di influenza ancora sludgy, e una sezione di influsso addirittura death ‘n’ roll. Poi però il loro estro torna fuori dopo circa un minuto, con un’altra delle loro classiche fughe; stavolta tuttavia la band cerca di non fossilizzarsi sugli stessi stilemi. Abbiamo così una sezione che tende a variare più che in passato, e non finisce mai per risultare ridondante; e poi, non dura a lungo, prima di tornare a rallentare e a recuperare alcune suggestioni dell’inizio, seppur rilette in una maniera più sinistra. È il buon finale di una traccia che lo è altrettanto, insieme a Sovereignty il picco assoluto del disco che chiude nel migliore dei modi!

Insomma, alla fine dei conti Airstrike è il classico disco senza infamia e senza lode. Lo scopo di coinvolgere per i suoi trentatré minuti lo svolge anche in maniera discreta e raggiunge per questo la sufficienza, ma come detto all’inizio non riesce a fare molto di più. Ed è un dato negativo anche perché da una band con la storia dei Mule Skinner, visto pure il tempo passato dalla pubblicazione del disco precedente, era forse lecito aspettarsi di più che un disco nella media. Per tutti questi motivi, ti consiglio di recuperarlo solo se sei fanatico del death/grind più underground o se ti sai accontentare di un lavoro piacevole e nulla più; in tutti gli altri casi, puoi farne anche a meno.

Voto: 63/100

 
Mattia
 
Tracklist: 
  1. Suicide Vest – 01:46
  2. Airstrike – 02:27
  3. Bone & Debris – 02:28
  4. Chocking Agent – 03:46
  5. Bred to Destroy – 02:08
  6. Sovereignty – 02:55
  7. Firing Squads – 03:07
  8. Battle Worshiper – 01:54
  9. Among Sheep – 02:22
  10. Faith in Blood – 01:52
  11. Backbone – 01:59
  12. Tactical Control – 02:35
  13. Fuse – 03:37
Durata totale: 32:56
 
Lineup: 
  • Ryan Ashmore – voce
  • Michael Howes – chitarra
  • Tony Salisbury – basso
  • Todd Capiton – batteria
Genere: death metal/grindcore
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Mule Skinner

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