Necroart – Caino (2018)

Per chi ha fretta:
Caino (2018), quarto album dei pavesi Necroart, è un lavoro con qualche punto di interesse ma non del tutto soddisfacente. Il death/doom metal dei lombardi potrebbe essere personale, con la preminenza del primo genere rispetto al secondo e un’impostazione più dinamica della media, non fosse che non riesce a fare la differenza. Il disco è ben suonato, ben registrato e non ci sono grandi ingenuità, ma tende a scorrere senza lasciare grande traccia di sé. È per questo che nella scaletta solo la title-track, Wounds on Angels Wings e in parte Bringer of Light riescono a spiccare, mentre le altre sono al massimo piacevoli ma non impressionano. Do conseguenza, Caino dà l’idea di essere un album migliorabile e non del tutto riuscito; almeno però ci si può accontentare, visto che alla fine risulta comunque discreto e piacevole.

La recensione completa:
Death e doom metal: due generi che, mescolati insieme, hanno dato vita a una scena con una storia nobile dagli anni ’90 a oggi, che col tempo è diventata molto ampia e variegata. Tuttavia, questo affollamento può essere anche un problema: a oggi non è facile suonare death/doom e farlo in una maniera originale, o almeno che attiri l’attenzione. È una missione che per esempio non riesce molto bene ai Necroart: band di Pavia con una lunga storia, iniziata nel 1999 e con all’attivo ben quattro full-length, ha cominciato da un eclettico death metal melodico, ma col tempo ha cambiato coordinate. Lo si può sentire bene nell’ultimo Caino, risalente allo scorso trenta novembre: ora i Necroart hanno implementato una forte componente doom metal che aiuta la loro musica a essere più cupa e abissale. Si unisce a una base che rimane più centrata su un death abbastanza sui generis: prende dall’incarnazione classica come da quella moderna, soprattutto svedese (ma non solo), passando per alcuni rimasugli melodeath. Anche per questo, non è il classico death/doom: per esempio, i Necroart tendono più a creare architetture movimentate che a indugiare in rallentamenti – comunque presenti lungo tutto Caino. Potrebbe anche essere uno stile personale, non fosse che nel disco c’è poco che non si sia già sentito altrove: è ben suonato, e si sente che i pavesi non sono alle prime armi, ma di rado riescono a fare un passo in più e a proporre qualcosa che faccia davvero la differenza. Se nella proposta dei Necroart c’è poco di stonato, c’è anche poco  che colga l’attenzione: alcuni ci riescono, ma gli altri tendono a scorrere senza lasciare una traccia duratura. E, in generale, anche dopo ripetuti ascolti non molto di Caino rimane in mente. Questo non pregiudica del tutto la riuscita del disco: per lunghi tratti si tratta di un lavoro godibile e ben fatto, con qualche spunto valido e anche una bella registrazione. Piuttosto grezza, non lo è però in maniera fastidiosa: risulta avvolgente e nitido il giusto con tutti gli strumenti che hanno un loro spazio, compreso il basso di Francesco Volpini. Anch’essa contribuisce a rendere Caino un disco che pur non impressionando e non brillando per originalità sa il fatto suo, e risulta almeno mezzo gradino sopra alla media del metal odierno.

L’iniziale March of the Ghouls è un intro dei più classici per il metal estremo, con la sua base ambient profonda, di gran cupezza sotto cui ogni tanto si sentono vari suoni ed effetti. Niente di nuovo, insomma, ma almeno ha il merito di creare la giusta cupezza, prima che An Invocation for the Horned entri in scena con foga. Sin da subito, abbiamo un pezzo a tinte death metal di stampo svedese, potente e cupo, che cita  sia il classico che la scena di Gothenburg. È un dualismo che si può sentire per buona parte della progressione, che alterna momenti veloci, retti dal blast beat di Marco Binda, e altri più lenti: tutti e due, nella loro potenza e cupezza, hanno una melodia non male, che colpisce bene. La loro frenesia va però avanti solo fino a metà, quando il pezzo di colpo si spegne: sembra quasi finito, ma poi si riprende. Solo che ha un’anima del tutto diversa: un lungo interludio desolato e vuoto, solo con la sezione ritmica, un effetto vento e i lievi sussurri di Massimo Finotello, poi ci ritroviamo in una possente frazione doom. Il riffage è di gran potenza, e insieme alla voce del cantante, che per l’occasione passa al pulito colpisce a dovere. È il momento migliore del pezzo, che poi torna presto (forse troppo) alla sua norma iniziale, per un breve sfogo finale; tuttavia, anche il resto non è affatto male. Abbiamo un pezzo che pur non facendo gridare al miracolo si rivela di buona qualità, e apre Caino nella giusta maniera. Con Mastodon Rising, i Necroart abbracciano quindi la loro anima più doom dal lungo e lento intro, strisciante ma morbido con i suoi lievi arpeggi e la sezione ritmica altrettanto placida. È quasi angosciante nella sua cupezza e ridondanza (qui non un fattore negativo), ma quando il pezzo entra nel vivo le cose non cambiano: abbiamo una progressione death/doom, molto lenta e cupa. A tratti la velocità manca anche un po’ troppo, con frazioni un po’ insipide, troppo espanse; più spesso però i pavesi riescono a colpire bene. Ciò succede sia nei momenti più potenti, che colpiscono con la forza delle loro ritmiche quadrate, sia con alcuni passaggi più espansi, in cui il giro obliquo di chitarra coinvolge nella sua alienante malinconia. È una norma che pian piano prende il sopravvento, per poi farsi da parte solo sulla trequarti, in cui la musica riprende un ordine e anche una bella potenza, incisiva anche più che in precedenza. È un buon arricchimento, cupo e pesante al punto giusto, per una canzone discreta e piacevole, nonostante qualche punto morto che di sicuro poteva essere evitato.

Caino torna ad accelerare e a pestare con forza sin dall’esordio, cupo e macinante. È una base che si mantiene a lungo nella prima parte, e colpisce anche bene, col riffage molto graffiante di Filippo Galbusera e Davide Zampa, simile a sé stesso che si corra o che il tutto si faccia più monolitico ed espanso. A tratti invece il pezzo accelera, per convulse frazioni che lasciano da parte la componente doom dei Necroart e si spostano su terreni molto più death, con velocissime ritmiche a motosega che risultano ancor più devastanti. Il martellare dei lombardi si arresta soltanto al centro: abbandona buona parte dell’impatto ma compensa con un bel carico di fraseggi oscuri, allucinati, tra cui spuntano anche un paio di assoli che danno un tocco di profondità e di pathos al tutto. È insomma una bella frazione, che avvolge bene prima che il pezzo torni alla carica, per un breve finale strumentale ancor più magmatico e cupo– ma non senza qualche rimasuglio della melodia precedente. Nel complesso, abbiamo un gran bel pezzo, uno dei migliori del disco a cui dà il nome, nel quale spicca molto. Anche la successiva Bringer of Light se la prende con calma (anche troppa, direi, visto che va avanti quasi un minuto e mezzo): parte da un lungo intro oscuro ma calmo. Il suo fraseggio di base rimane anche quando il pezzo esplode: a tratti dà quasi l’idea di voler essere melodico, ma più spesso in scena c’è una chitarra dissonante, che crea un’aura ansiosa, allucinata. È la protagonista di lunghe strofe che nel corso del brano si alternano con momenti più distesi e in apparenza calmi, seppur anche in essi regni una cupa desolazione – oltre che una discreta aggressività in certi stacchi. In ogni caso, il pezzo non è destinato a rimanere così: nella sua evoluzione pian piano tende a incupirsi e a potenziarsi. La seconda metà è più tempestosa, col suo riffage fisso che vortica a lungo e lascia spazio solo a qualche stacco a qualcosa di più caotico, con persino un vago retrogusto post-rock. È una seconda frazione non velocissima ma di gran impatto, in pratica la ciliegina sulla torta per un brano che nonostante il difetto iniziale sa il fatto suo, e si colloca poco lontano dal meglio del disco. Come la precedente, anche Flames si avvia lenta, fin troppo: è molto espansa ma non compensa la mancanza di potenza con l’aura, che rimane piuttosto insipida. Per fortuna, è una falsariga che torna di rado in una traccia per il resto più ritmata e veloce: si basa su ritmiche possenti, con una nota vaga addirittura death ‘n’ roll che le rende orecchiabili il giusto. Non male neanche la frazione centrale, che abbandona l’impostazione di base per farsi martellante, una lunga cavalcata ossessiva valorizzata bene dalle urla di Finotello e dagli echi caotici alle sue spalle. Corona a dovere una traccia che, anche in virtù della brevità (coi suoi quattro minuti e mezzo, è la più corta della scaletta), non spicca molto in Caino, ma ha almeno il pregio di essere discreta e piacevole.

In principio, anche Wounds of Angels Wings sembra orientata verso il lato più lento e doom dei Necroart, ma poi la musica comincia a crescere a evolversi. Da un avvio espanso, persino psichedelico – seppur sia una psichedelia cupa, malata – ci ritroviamo in un ambiente più diretto, non velocissimo né di gran potenza ma aggressivo, grazie alle dissonanze e allo scream del frontman, anche più rabbioso del solito. Tuttavia, presto comincia a inglobare influssi melodici, che di colpo prendono il sopravvento all’arrivo i ritornelli. Ci ritroviamo allora in una norma doomy di nuovo espansa, persino sognante in una maniera cupa, con diverse melodie e il cantato pulito di Finotello che riportano con forza al gothic metal. Sono due frazioni molto diverse, che però stavotla si uniscono bene, in un contrasto che riesce a mettere in evidenza entrambe. Buona anche la frazione centrale, in cui torna sempre lo stesso dualismo: una prima parte più lenta confluisce in una più movimentata – seppur in questo caso rimanga melodica, con gli assoli incrociati di Zampa e Galbusera. È un altro dettaglio ben riuscito per un ottimo episodio, che spicca parecchio all’interno del disco: non è solo la sua punta di diamante con la title-track, ma anche una delle possibili direzioni in cui i lombardi potranno esplorare con successo in futuro! Anche One Is All, All Is One prende vita da un’introduzione un po’ prolissa, seppur l’oscurità che si crea con l’abissale basso di Volpini e i sussurri raspati di Finotello non sia male. È la stessa che esplode poi, profonda e blasfema, quando il pezzo entra nel vivo: già all’inizio abbastanza feroce, nel giro di poco si trasforma in un turbine oscuro e rabbioso, death metal con rinforzi doom ma anche qualche dissonanza black a renderlo più tenebroso. Ha una potenza spettacolare, ma spesso i Necroart lo alternano con frazioni più espanse e spoglie, che stavolta non riescono a tenere alta l’attenzione. Sembrano anzi quasi ingenue, e pur non essendo malaccio non incidono quanto dovrebbero, vista la leggerezza non compensata da un’atmosfera eccessivamente sottile. Lo stesso dualismo si ritrova anche nella frazione centrale, in cui momenti troppo espansi si alternano con frazioni di gran potenza, che  svolgono bene il loro compito. Rientra anch’esso tra i difetti del pezzo, che è piacevole ma nulla più: non sarà scadente, ma non è nemmeno una chiusura troppo riuscita per un album come Caino. Il finale vero e proprio è però Into the Maelstrom: nient’altro che un minuto e mezzo di un effetto simile a quello di March of the Ghouls, sopra cui si staglia un campionamento, preso forse da qualche film. È un po’ striminzito come finale, ma in fondo va anche bene come conclusione per il disco.

Per concludere, forse Caino poteva essere realizzato un po’ meglio: a orecchio, i Necroart avevano le potenzialità per pubblicare un prodotto buono, o anche di più. A parte questo però, parliamo di un lavoro lo stesso discreto, che intrattiene per gran parte dei suoi abbondanti tre quarti d’ora. Quindi, se ti piace il death metal, specie nella sua incarnazione svedese, e ancor meglio se apprezzi le sue unioni col doom, è un album che potrebbe comunque fare al caso tuo.

Voto: 72/100

 
Mattia
 
Tracklist:
  1. March of the Ghouls – 01:56
  2. An Invocation for the Horned – 05:37
  3. Mastodon Rising – 07:29
  4. Caino – 06:10
  5. Bringer of Light :35
  6. Flames – 04:23
  7. Wounds on Angels Wings – 05:28
  8. One Is All, All Is One – 07:31
  9. Into the Maelstrom – 01:29
Durata totale: 46:38
 
Lineup: 
  • Massimo Finotello – voce
  • Filippo Galbusera – chitarra
  • Davide Zampa – chitarra
  • Davide Quaroni – tastiera
  • Francesco Volpini – basso
  • Marco Binda – batteria
Genere: death/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Necroart

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento