Dyrnwyn – Sic Transit Gloria Mundi (2018)

Per chi ha fretta:
Sic Transit Gloria Mundi (2018), primo full-length dei romani Dyrnwyn, è un lavoro già maturo e molto interessante. Se da un lato il loro stile è un black/folk/pagan metal piuttosto classico, dall’altro è tutt’altro che scontato o derivativo: merito in primis delle influenze variegate dei capitolini, tra cui spicca quella sinfonica, peraltro mai pomposa e sempre a supporto delle atmosfere. Il vero segreto del disco è però il songwriting della band, che le consente di creare belle melodie e atmosfere, ma soprattutto di far rendere molto bene le varie tracce dal punto di vista emotivo. Sono questi i segreti a rendere grandi pezzi come l’epico duo Si Vis Pacem…/…Para Bellum, la lancinante Il Sangue dei Vinti, la struggente Feralia o la convulsa L’assedio di Veio – CCCXCVI A.C., picchi di una scaletta tutta di alto livello. E se alcune sbavature e qualche ingenuità tolgono ai Dyrnwyn la possibilità di raggiungere il capolavoro, i romani riescono comunque a sfiorarlo: anche così Sic Transit Gloria Mundi è un disco di livello assoluto!

La recensione completa:

Seppur sia nata più tardi rispetto a quella di altri paesi, la scena folk metal nostrana è da sempre rilevante. Merito dei gruppi che ne fanno parte, non numerosissimi ma spesso di qualità assoluta: una schiera a cui, di recente, si sono aggiunti anche i Dyrnwyn. Nati a Roma nel 2012, hanno esordito l’anno dopo col demo Fatherland, seguito nel 2015 dall’EP Ad Memoriam – il primo in cui i capitolini sono passati dall’inglese all’italiano come lingua cantata. Risale invece allo scorso 23 ottobre il loro esordio sulla lunga distanza, Sic Transit Gloria Mundi: un lavoro già con molto da dire e da dare. Al suo interno, i Dyrnwyn suonano un folk/black metal piuttosto classico: pieno di melodie tradizionali e non troppo oscuro, punta molto sul suo lato pagan, che lo rende epico – seppur non manchino momenti di grande aggressività. Ma Sic Transit Gloria Mundi non è scontato, né sa di “già sentito”: merito in primis delle influenze variegate dei Dyrnwyn, che prendono dal folk nordico come da sonorità più mediterranee, passando per una forte componente sinfonica. Questa, curata da un’ospite d’eccezione come Riccardo Studer degli Stormlord, non è come in molti altri gruppi symphonic folk e black: mai pompose o barocche, le orchestrazioni sono sempre espanse e aiutano l’atmosfera del complesso. Il vero segreto di Sic Transit Gloria Mundi è però un altro: il songwriting maturo e di alta caratura dei Dyrnwyn. Non solo i capitolini sono molto abili nel creare melodie sempre vincenti e atmosfere variegate, non solo riescono a variare la formula e a dare una personalità ben definita a ogni brano, riuscendo al contempo a non snaturarsi. Soprattutto, la loro miglior capacità è quella di emozionare, di evocare malinconia e disperazione, oltre all’epicità e alla ferocia tipica del loro genere: non male, contando che per molti il black metal è solo spingere sull’acceleratore e suonare cattivi. In più, Sic Transit Gloria Mundi può contare su una sorta di concept che parla della storia degli antichi romani, come accennato cantato tutto in italiano – intermezzi in latino a parte: è la ciliegina sulla torta, che gli aggiunge ancora più fascino. Sono questi gli ingredienti con cui i Dyrnwyn confezionano un prodotto di altissimo livello, che nonostante qualche sbavatura e qualche ingenuità riesce a brillare molto!

La battaglia (è proprio il caso di chiamarla così) si annuncia con un intro marziale, che sopra a un effetto di pioggia e tuoni schiera delle solenni percussioni, poi raggiunte da dei malinconici flauti. È un avvio un po’ crepuscolare ma efficace, che dura circa un minuto prima che la Sic Transit Gloria Mundi vera e propria entri nel vivo in maniera rutilante. Il blast beat di Ivan Coppola fa allora da base a un riffage nervoso e battente, su cui però c’è anche la notevole iniezione melodica delle orchestrazioni di Studer. È una norma che ogni tanto torna, in diverse incarnazioni – spesso più melodiche e meno frenetiche – lungo una traccia per il resto meno movimentata. Lo sono di certo le lunghe strofe, che tornano alla nostalgia precedente, con un riffage di vago retrogusto addirittura thrash su cui da padrona la fanno le melodie del flauto di Jenifer Clementi. Tra le due impostazioni si crea un bel dualismo, con le prime rutilanti e le seconde quasi intimiste che si potenziano a vicenda nel contrasto. Qualche piccola variazione, come la frazione a tinte medievali nella seconda metà o il finale maestoso con le sue venature ancora sinfoniche, fa il resto: è la ciliegina sulla torta di una grandissima apertura, non troppo lontana dal meglio del disco a cui dà il nome! La successiva Cerus si avvia subito arrembante, con la sua melodia di base semplice ma incisiva, di grande potenza evocativa. All’inizio viene scandita dalla chitarra di Alessandro Mancini, ma in seguito verrà poi ripresa anche dalla fisarmonica, che dà una variazione sul tema nelle strofe, meno potenti ma comunque di buon impatto. Merito anche di Thierry Vaccher, che usa uno scream più rabbioso (e meno intelligibile) del solito e ogni tanto cambia lingua tra italiano e latino. È una norma che dura per buona parte della prima metà: l’unica eccezione è una frazione calma e disimpegnata che ne introduce una quasi drammatica, grazie a orchestrazioni lacrimevoli e a un tono oscuro, prima di una coda eterea, dominata dal flauto. Le cose cambiano invece nella seconda metà, quando il pezzo si spegne per una frazione col flauto e una chitarra pulita: è l’inizio di un crescendo travolgente, che all’inizio riprende la stessa melodia su una base metal diretta. Pian piano però comincia a penetrare un certo pathos, fino a che non si raggiunge un apice, una frazione staffilante col blast beat velocissimo, ma che con le orchestrazioni riesce comunque a essere profonda a livello emotivo. È l’inizio della fine per la musica, che poi comincia a rallentare e a spegnersi, ma senza perdere il senso depresso che si è formato. Si tratta del gran finale per un pezzo che non spicca molto all’interno di Sic Transit Gloria Mundi, ma non perché sia brutto: la sua qualità è anzi ottima.

Parati ad Impetvm esordisce arcigna, oscura, con un riffage black metal lento ma acido e graffiante al punto giusto. È la base per tutte le strofe, che avanzano espanse ma al tempo stesso incalzanti; fanno eccezione alcuni inserti di cori, che ne spezzano il fluire e anche un po’ il dinamismo – e sono perciò il passaggio peggiore del pezzo. Il resto invece è di alto livello: oltre alle già citate strofe, impressionano per esempio le frazioni più spoglie e rivolte verso le ritmiche di Mancini e Alberto Marinucci, che punteggiano qua e là il pezzo. Altrettanto validi sono i chorus: divisi tra frazioni lente e altre più potenti, evocano entrambe una bella tensione, grazie alla melodia della Clementi che si unisce però a cori, urla rabbiose e ritmiche graffianti, per un affresco di gran impatto. Il meglio sono però le frazioni strumentali ancora di carattere black, a cui il flauto dà una gran malinconia: sono quasi poetiche nella loro disperazione. Si tratta di un gran passaggio per quello che è addirittura il brano meno bello del disco, ma per il resto è avvolgente il giusto e di buonissima qualità! È ora il turno di Si Vis Pacem…: comincia lenta, placida, col flauto che disegna un’armonia lontana, di gran nostalgia. È la stessa che poi viene ripresa dalla chitarra pulita: procede sullo sfondo di lievi percussioni fino a un punto in cui cambia strada, facendosi anche più calma. Segna l’inizio di una seconda parte che mantiene le stesse suggestioni, ma con un tocco più medioevale: è il bel finale di un interludio breve ma ottimo sia preso a sé stante che come intro di …Para Bellum, che poi entra in scena con foga. Ma non è impatto fine a sé stesso: sin dal primo istante, si sente il suo spirito battagliero, epico, tempestoso, ben ascoltabile nel dualismo tra le orchestrazioni di Studer e le ritmiche taglienti. La stessa impostazione viene ripresa anche dalle strofe, più semplici e sottotraccia ma di gran impatto, col flauto, il riffage semplice e lo scream di Vaccher che remano tutti nella stessa direzione: evocare una tensione epica grandissima. È una sensazione che culmina quandoi il cantante lancia in maniera esaltante frazioni invece più espanse, a cui però non manca una forte tensione evocativa, data sempre dai vocalizzi e dal florilegio di orchestrazioni preoccupate alle sue spalle. Quest’ultima norma prende poi il sopravvento e comincia a modificarsi al centro del brano, con frazioni più spoglie e altri più dense ma desolate: è l’intro perfetto per i chorus. Staccano da tutto per porsi marziali, semplicissimi con un coro e un giro di flauto: nonostante ciò, e nonostante la differenza col resto, sono sia catturanti che di gran impatto. Ottime anche le altre variazioni, come la frazione di tre quarti, una cascata di note tempestosa ma col solito pathos che i Dyrnwyn ci hanno già fatto sentire lungo Sic Transit Gloria Mundi, o il ritorno all’origine successivo. Sono tutti elementi vincenti per un pezzo splendido, uno dei picchi assoluti della scaletta!

L’Addio del Primo Re se la prende con parecchia tranquillità a entrare nel vivo, partendo da un lento intro di chitarra pulita, a metà tra melodie nostalgia e folk: ricorda addirittura gli analoghi degli In Flames dei tempi migliori. Poi però i romani prendono un’altra strada: dopo circa un minuto, si presenta un brano sempre piuttosto melodico, ma che non manca di una certa tensione. La si sente nelle ritmiche, rocciose specie nelle strofe, che pure sono molto espanse e atmosferiche con le tante melodie alle loro spalle. È una caratteristica che si accentua in seguito, in cui le orchestrazioni prendono il sopravvento, e ci consegnano frazioni infelici, quasi liriche nella loro tristezza: un’aura che l’alto coefficiente di velocità non sminuisce. Bella anche la seconda metà, più tortuosa nella sua alternanza tra momenti più rocciosi, ritorni di fiamma dalla norma iniziale e altri più vuoti, tutti accomunati dal flauto e dalle melodie folk, che avvolgono molto bene. È il passaggio migliore di una traccia che non spicca troppo, ma come nel caso di Cerus non è un demerito suo in esclusiva: anche stavolta parliamo di un pezzo di buonissimo livello, che sfigura (e giusto per un pelo) solo per l’eccezionalità di ciò che ha intorno. Se fin’ora Sic Transit Gloria Mundi è stato di alto livello, il trio finale è ancora meglio: si parte da Il Sangue dei Vinti, che attacca lenta e lugubre, black metal con persino un retrogusto doom. Ma le cose sono destinate a cambiare: dopo un po’ spuntano diverse melodie che danno al tutto un tocco di colore – per quanto stavolta una pesante oscurità aleggi in ogni angolo del brano, anche nelle frazioni di armonia più malinconica. Si accumula così tensione, che si scioglierà solo coi ritornelli: arrivano dopo strani raccordi, teatrali con le loro orchestrazioni, e sono liberatori nella nostalgia travolgente, quasi lancinante che li anima. Bella anche la frazione centrale, che lascia da parte la disperazione cosmica del resto e si pone più sottotraccia, più intimista, sia quando domina il flauto, sia nel momento in cui in evidenza giungono le ritmiche sopra a suoni di battaglia. È la ciliegina sulla torta di una canzone breve e anche relativamente semplice, ma grandiosa: non è tra le migliori del disco, ma giusto per un pelo!


Feralia parte terremotante ma non aggressiva, black metal quasi atmosferico, molto espanso, in cui Studer la fa ancora una volta da padrone. Il pezzo svolta quindi su una norma più folk e ritmata (un’impostazione che poi tornerà in seguito lungo il brano, a introdurre il ritornello finale), e quindi su una strofa più calma, che genera una sensazione quasi d’attesa. Del resto, il suo scopo è quello di introdurre i chorus, la parte più in vista del pezzo: col loro andamento lento, le melodie di chitarra e del flauto che si intrecciano, creano una malinconia incredibile, che colpisce alla grande. Merito anche di Vaccher, che usa sempre il growl ma riesce ad adattarsi al contesto: aiuta il tutto a essere ancora più emozionante. Una frazione centrale ancora a tinte folk, di sapore molto medioevale, che poi però comincia ad alternare l’anima iniziale e il pathos sentito in seguito, è l’unico altro passaggio per una traccia semplice, forse anche troppo: per la sua bellezza, ne vorresti di più. A parte questo, però, che non è nemmeno considerabile un difetto, abbiamo un pezzo emozionante al massimo, uno dei migliori in assoluto di Sic Transit Gloria Mundi. Quest’ultimo è ormai alle ultime battute: i Dyrnwyn lo chiudono con L’assedio di Veio – CCCXCVI A.C., che lascia da parte i toni della precedente per qualcosa sin da subito maschio, epicheggiante. All’inizio, la musica è anche cadenzata, distesa, ma poi entra nel vivo fuggendo, una corsa a perdifiato di marchio black oscura, senza grande spazio per calore o armonia. È una norma che sembra voler avanzare a lungo, ma poi i capitolini svoltano su una norma molto più ritmata: all’inizio quasi spiazza, ma la sua urgenza incide alla grande, specie quando ad accompagnarle spuntano i giri convulsi della Clementi. Questa norma si alterna con frazioni invece molto espanse, lente, cupe, col frontman che racconta fatti relativi all’evento storico che dà il nome al brano: una scelta vincente, visto che come altrove la band riesce a esaltare per contrasto entrambe le anime. Al centro c’è anche spazio per una sezione più diretta e potente, con la doppia cassa di Coppola a reggere e tante melodie di sottofondo, che danno al tutto un tocco maestoso. Lo stesso vale ancor di più per il finale, che svolta dalla cupezza del resto per diventare pian piano più trionfale, fino a una coda in cui il metal lascia spazio a orchestrazioni d’impatto, ma al tempo stesso ricercate. È la giusta conclusione per un altro brano eccezionale, che col precedente dà un uno-due finale da K.O. assoluto all’album!

Insomma, senza un solo pezzo davvero brutto e con tanta sostanza, alla fine Sic Transit Gloria Mundi riesce persino a sfiorare il capolavoro. Ma il meglio è che lo fa con qualche ingenuità: si sente che la band è ancora giovane, almeno per quanto riguarda la propria carriera, e la mia idea è che ci sono ancora dei margini di crescita e di miglioramento. Se questo è solo l’inizio, e se i Dyrnwyn esploderanno ancora meglio in futuro, come sempre solo il tempo potrà dirlo; in attesa di vederlo, però, il mio consiglio è di scoprire questo loro esordio. Se ti piacciono il folk, il black e il pagan metal, lo troverai una gioia per le orecchie!

Voto: 89/100

Mattia


Tracklist: 

  1. Sic Transit Gloria Mundi – 06:22
  2. Cerus – 04:27
  3. Parati ad Impetum – 05:15
  4. Si Vis Pacem… – 02:16
  5. … Para Bellum – 06:30
  6. L’Addio del Primo Re – 05:09
  7. Il Sangue dei Vinti – 05:09
  8. Feralia – 05:22
  9. L’Assedio di Veio – CCCXCVI A.C. 05:57

Durata totale: 46:50

Lineup: 

  • Thierry Vaccher – voce
  • Alessandro Mancini – chitarra solista
  • Alberto Marinucci – chitarra ritmica
  • Michelangelo Iacovella – tastiere
  • Jenifer Clementi – flauto
  • Ivan Cenerini – basso
  • Ivan Coppola – batteria
  • Riccardo Studer – orchestrazioni (guest)

Genere: symphonic black/folk metal
Sottogenere: pagan metal

Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Dyrnwyn

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