Disrule – Sleep in Your Honour (2018)

Per chi ha fretta: 
Pur avendo poco di originale, i danesi Disrule riescono lo stesso a intrattenere, come dimostra il loro secondo full-length Sleep in Your Honour (2018). Lo stile al suo interno è il classico stoner rock/metal , con giusto qualche passaggio più oscuro della media come variazione e nulla più. Ma l’intento del gruppo danese non è innovare, bensì divertire, cosa che peraltro gli riesce bene: lo dimostra una scaletta breve ma godibile, in cui spiccano la title-track e Enter the Void. D’altro canto, sono anche gli unici pezzi che spiccano davvero in un disco abbastanza omogeneo, che a tratti suona un po’ casuale. Ma sono difetti non troppo incisivi per un lavoro lo stesso piacevole e discreto: anche per questo, pur senza grosse pretese Sleep in Your Honour può piacere ai fan del genere dei Disrule!

La recensione completa:

Come ho scritto in moltissime recensioni, l’originalità è sempre un bene per una band. Tuttavia, non è strettamente necessaria, specie se l’intento non è creare musica immortale o capolavori, ma solo intrattenere: è proprio ciò che fanno i danesi Disrule con Sleep in Your Honour. Secondo album in una carriera che va avanti appena dal 2014, è un lavoro senza nulla di nuovo ma funziona, in primis per quanto riguarda lo stile. Parliamo del solito stoner metal, con influssi dall’hard rock sabbatiano e dallo stoner della scena anni novanta ma anche alcuni rinforzi dal lato più doom e pesante del genere. Tuttavia, i Disrule lo interpretano bene, in una maniera che non suona troppo stantia oppure derivativa, o peggio noiosa come capita ad alcuni per cui lo stoner sono null’altro che riff lenti e grassi ripetuti allo sfinimento. In più, i danesi hanno dalla loro qualche buona carta da giocarsi: per esempio, in Sleep in Your Honour si trovano passaggi oscuri, inusuali nelle propaggini meno doom del genere. È quanto basta al disco per intrattenere a dovere, nella sua mezz’ora scarsa – adatta a non stancare, nonostante la brevità: del resto, è chiaro che è questo l’unico intento dei Disrule, e riesce loro piuttosto bene. Certo, dall’altro lato i danesi avrebbero potuto anche fare di più: purtroppo, Sleep in Your Honour soffre dei difetti tipici del metal di oggi. Tra una certa omogeneità, con tante costruzioni melodiche e di riff simili, e una relativa mancanza di hit che esplodano davvero, il disco è un po’ frenato, e in qualche momento dà l’idea di essere stato messo un po’ a caso (fatto che del resto si sposa col suo essere stato registrato in appena due giorni). Non che siano difetti così castranti: anche così abbiamo un prodotto discreto e godibile. Tuttavia, la mia idea è che i Disrule potessero fare un po’ meglio, e confezionare un prodotto ancora più convincente senza nemmeno sforzarsi tanto.

Sleep in Your Honour comincia in una maniera inaspettata, doom metal non pesantissimo ma lento e oscuro, persino inquietante con la sua impostazione acida che ricorda quasi i Pentagram. È una norma che avanza per lunghi tratti nel pezzo, prima che i Disrule sterzino verso i ritornelli: molto più disimpegnati, quasi anthemici pur nella loro natura stoner, colpiscono bene con la loro energia. Ottima anche quella della parte centrale, più rockeggiante e semplice nella sua brevità, ma godibile quanto il resto. Il risultato è un pezzo non trascendentale ma divertente al punto giusto, uno dei picchi assoluti del disco a cui dà il nome! La successiva Death on My Mind parte da una voce e poi da un breve intro del batterista NP Nielsen, che dà il là a un pezzo con un bel riffage, molto tradizionale per il genere dei danesi. Poi però deriva verso strofe più pestate e con persino una punta di aggressività: brevi ma pestate, col cantante che urla molto, hanno addirittura un vago retrogusto punk. La stessa essenza obliqua anima anche i ritornelli: più in classico stile stoner, non nascondono però una vena inquieta, che li potenzia molto. Entrambe le sezioni sono efficaci il giusto: il problema è che, a parte due ripetizioni e un paio di assoli, nei due minuti del pezzo non c’è altro. È un peccato, visto che la base di partenza era di livello: così il risultato è solo di incompletezza. È quindi il turno di Follow Me, che si muove su coordinate più rock, con un riffage circolare che fa muovere bene, non troppo potente ma incalzante. In principio è la base, ma poi la direzione cambia verso qualcosa di ancora più espanso e atmosferico: le chitarre di Frank Sørensen e Søren Dybdal cominciano allora a sostenere bridge un po’ banalotti, e chorus invece di buona fattura. Neanche essi sono nulla di nuovo, ma nella loro semplice essenza movimentata colpiscono a dovere, grazie anche a una vena desert rock che il gruppo non si sforza di nascondere. L’unica parte che invece abbandona il dinamismo generale è al centro: nonostante la lentezza, però, il clima è sempre rilassato, con giusto una punta di oscurità e un riffage che rimane abbastanza dilatato. È comunque una bella frazione per una traccia che non sarà chissà che, ma alla fine si rivela piacevole il giusto.

Al contrario della precedente, fin dall’inizio Going Wrong punta sul lato più doom dei Disrule. Abbiamo un pezzo ancora una volta non pesantissimo, come da norma di Sleep in Your Honour, ma in compenso cupo, persino lugubre a tratti. Almeno, è così nelle lunghe strofe: cambiano direzione invece i ritornelli, molto più stoner e calmi, nonostante la voce gli dia un tocco di inquietudine che nel complesso non stona. Buone anche le due sezioni strumentali che dividono queste semplici progressioni tra loro: funziona sia la prima, in cui il bassista Allan Segalt mette in mostra il suo groove, sia la seconda, più particolare, con cui il pezzo si conclude. È lì che la band abbandona ogni sua attitudine oscura per abbracciare una breve frazione a tinte blues, all’inizio ben poco hard – seppur col tempo si faccia più pestata ed energica. È la giusta conclusione per un altro pezzo più che discreto: non brilla, ma nell’album fa la sua buona figura. La seguente (Gotta Get Some) Control stavolta non entra subito nel vivo, ma se la prende con calma, col riffage che esita prima di trasformarsi in quello definitivo. Quando lo fa, però, ci ritroviamo in un ambiente ossessivo, dominato dalle chitarre nervosa di Sørensen e Dybdal su una base vertiginosa della sezione ritmica, un vortice non velocissimo ma molto avvolgente. È una norma che va avanti a lungo, per arrestarsi davanti a ritornelli più diretti, ma che colpiscono bene: con la loro natura dissonante e doom, addirittura acida a tratti, ma al tempo stesso catturante, si stampano con facilità in mente. Bello anche il finale, che mescola la pesantezza di questa seconda norma con l’incedere incalzante della prima, per un risultato che colpisce alla grande. Ne risulta un pezzo godibile al punto giusto, poco lontano dai picchi di Sleep in Your Honour!

Con Occult Razor, i Disrule spingono ancora di più sul loro lato più doom: già l’inizio è molto cupo, ma quando entra nel vivo la musica è possente, lenta, plumbea, colpisce con la sua oscurità. È la stessa che evocano le strofe, sottotraccia ma lugubri, prima che i danesi cambino di nuovo strada, verso ritornelli più leggeri e orientati al classico stoner metal. Quest’anima prende poi il sopravvento nella seconda metà, che lascia i ritmi lenti della prima e si propone rockeggiante, di moderato intrattenimento. È un contraltare decente per un pezzo che non esalta, e passa con pochi scossoni: piacevole, ma senza molto altro da dare! Di sicuro, va molto meglio con How You Suffer, che segue: un breve intro, poi ci ritroviamo in una norma da un lato rilassata e stoner, ma dall’altro con una buona potenza, superiore alla media di quanto sentito fin’ora. È una tendenza che poi si accentua nei refrain, di buon impatto con le loro ritmiche pachidermiche, ben aiutate dalle voci congiunte dei cantanti, che danno al tutto una bella vena oscura. Più sottotraccia e leggere sono invece le strofe, stoner rock espanso e con un senso psichedelico, a cui non manca però allo stesso modo un tocco di inquietudine. Esso viene meno solo nel finale, solare e di puro divertimento: nonostante la differenza, è adatta però a chiudere un bel pezzo, inferiore ai picchi di Sleep in Your Honour ma solo per poco! Siamo ormai agli sgoccioli: la conclusiva Enter the Void parte dal basso di Segalt, che anticipa l’obliqua costruzione del riff di base. È quello che regge le strofe: colpiscono bene con la loro natura dissonante, quasi lugubre – seppur a tratti la chitarra disegni anche bei fraseggi Ancor più cupi sono i ritornelli, con la loro indole doom e un’aura quasi malata, allucinata, ben evocata dalla melodia di base e da vocalizzi semplici ma urlati. Inoltre, stavolta il quartetto non si ferma a questo semplice dualismo: c’è spazio anche per una coda lenta alla fine, il basso distorto e la chitarre sferraglianti di Dybdal e Sørensen a disegnare una melodia lontana, eterea. È un finale strano ma ben riuscito per una traccia che lo è altrettanto: come in una sorta di testacoda, abbiamo il picco assoluto del disco che chiude con la opener!

Per concludere, Sleep in Your Honour da un lato non è niente di memorabile: di sicuro non rivoluziona il mondo dello stoner rock/metal, né rimarrà negli annali del genere. Dall’altro però c’è da dire che non è nemmeno concepito per farlo: la sua unica pretesa è quella di divertire, e ci riesce piuttosto bene. Perciò, se ti piace il genere sono sicuro che, se non cerchi il capolavoro a tutti i costi, i Disrule potranno fare comunque al caso tuo.

Voto: 71/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Sleep in Your Honour – 04:03
  2. Death on My Mind – 01:59
  3. Follow Me – 03:18
  4. Going Wrong – 04:08
  5. (Gotta Get Some) Control – 03:40
  6. Occult Razor – 04:15
  7. How You Suffer – 03:30
  8. Enter the Void – 04:30

Durata totale: 29:23

Lineup: 

  • Allan Segalt – voce e basso
  • NP Nielsen – voce e batteria
  • Søren Dybdal – chitarra
  • Frank Sørensen – chitarra

Genere: hard rock/doom metal
Sottogenere: stoner rock/metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Disrule

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