Run Chicken Run – Don’t Forget the Wine (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto all’esordio Open the Grill (2016), i marchigiani Run Chicken Run sono maturati, come dimostra il secondo Don’t Forget the Wine (2018). Se l’hard rock della band rimane sempre lo stesso, molto classico e ancor più vicino agli AC/DC, la band l’ha reso più vario, e lo affronta in maniera più consapevole. Purtroppo, il punto debole del predecessore rimane anche qui: seppur di poco migliore, la registrazione è ancora troppo grezza, e non valorizza la musica del gruppo. Anche la scaletta è troppo ondivaga: se pezzi come My Heart Is a Stone, Real Man e in parte anche Black Shadow e Boredom Killer brillano, altri non hanno molto da dare. Il risultato è un disco paragonabile col precedente: probabilmente i Run Chicken Run potevano fare di meglio, anche se alla fine Don’t Forget the Wine si rivela comunque piacevole e divertente.

La recensione completa:
“Perseveranti”: volendo usare un solo aggettivo, è così che descriverei i miei conterranei Run Chicken Run. Li avevo lasciati nel 2017 al loro esordio Open the Grill, un album con alcune ingenuità e difetti, ma in fondo spontaneo e divertente. Nel frattempo, i marchigiani non sono rimasti con le mani in mano: non solo hanno suonato molto dal vivo, anche di spalla a gruppi importanti (tra cui spiccano gli Oliver/Dawson Saxon e i Diamond Head, ma si sono dati da fare anche a livello discografico. Risale a pochi mesi fa il secondo full-length, Don’t Forget the Wine, uscito lo scorso ottobre tramite Volcano Records. Il genere affrontato dai Run Chicken Run al suo interno è sempre lo stesso hard rock maleducato e senza fronzoli sentito in Open the Grill, per quanto qui la band si sia avvicinata ancora al suono degli AC/DC. Per fortuna, però, di norma lo fanno senza copiare gli australiani: del resto, attraverso le tracce si sente che i marchigiani sono diventati più maturi e consapevoli rispetto al passato. È un fatto evidente nella maggior varietà di contenuti di Don’t Forget the Wine, che non si limita ai canoni più classici dell’hard rock ma svaria di più: ci si trovano pezzi allegri, disimpegnati, ma anche alcuni pesanti o persino oscuri. Purtroppo, non tutto è migliorato allo stesso modo: il punto debole assoluto dei Run Chicken Run rimane la registrazione, qui migliore dell’esordio, ma non di molto. Risulta sempre molto sporca e amatoriale, il che limita parecchio la riuscita dei riff della band, che di sicuro potevano esplodere molto meglio. A questo si unisce la presenza di meno pezzi buoni e qualche riempitivo di più rispetto a Open the Grill, che in parte attenuano l’effetto della crescita dei Run Chicken Run. Il risultato è che Don’t Forget the Wine è un lavoro paragonabile all’esordio: si rivela carino, discreto, piacevole per lunghi tratti, ma non riesce andare oltre – come stavolta era probabilmente nelle corde della band.

L’iniziale Rust from Space va subito dritta al punto, con un riffage semplice e molto classico (forse anche troppo, tanto che risulta un po’ scontato). È la base delle strofe, in cui si alterna con la voce roca, alcolica di Michele Montesi: sono anch’esse lineari, e vanno avanti per poco prima dei brevi bridge, di poco più distesi, e quindi dei ritornelli. Anch’essi retti dallo stesso riff, cercano di essere esplosivi: in parte ci riescono, ma non sfuggono alla banalità del resto. Non aiuta poi il fatto che queste parti si ripetano senza quasi cambiamenti – a eccezione del breve assolo nel finale: l’unica fortuna è la durata, ridotta ad appena tre minuti, che impedisce al complesso di annoiare. Ma a parte questo, abbiamo un pezzo solo carino, che scorre via piacevole ma senza lasciarsi molto alle spalle: non una gran partenza per Don’t Forget the Wine, insomma. Di sicuro, va molto meglio con Your Girl, che segue: un breve intro  sottotraccia si trasforma presto in un riffage molto a là AC/DC, ma non troppo stantio. Le suggestioni “da strada” qui messe in campo dai Run Chicken Run lo rendono solare e piacevole: un’essenza che poi prosegue anche nel resto del brano. Ne sono avvolti sia le semplici strofe, più espanse e calme, con un riffage spezzettato tra cui spunta il basso placido di Paolo Scarabotti, sia i ritornelli, leggermente più intensi, e con una bella aura di libertà. Buono anche l’assolo al centro, suadente al punto giusto: è il coronamento di un pezzo che non fa gridare al miracolo ma intrattiene al punto giusto. È quindi il turno di Louder on You, che accentua ancor di più la sua influenza dalla band dei fratelli Young: è richiamata con forza dal riff d’esordio, semplice e rockeggiante. Esso torna poi come base nei chorus: anch’essi risultano derivativi, e nonostante riescano a divertire non impressionano più di tanto. Ma il resto non è da meno: le strofe ricordano da lontano It’s a Long Way to the Top (If You Want Rock ‘n’ Roll), pur essendo piacevoli. A parte un assolo anch’esso in linea col resto, il pezzo è in pratica tutto qui: il risultato è carino ma nulla più, e non spicca molto nel disco.

Per fortuna, dopo un avvio un po’ stentato, Don’t Forget the Wine comincia davvero a ingranare con Sun, in cui i Run Chicken Run rallentano i ritmi. Sin dall’inizio, abbiamo un pezzo lento, calmo, persino crepuscolare a tratti, coi sussurri di Montesi e la chitarra di vaga cupezza – pur non staccandosi da una norma blues/hard rock. È da qui che a tratti comincia un breve crescendo, che ci porta dritti ai ritornelli: spezzano l’aura d’attesa e la vaga oscurità che li ha preceduti e come indica il titolo stesso si pongono luminosi, brillanti, allegri. Un assolo che va nella stessa direzione chiude il cerchio di un pezzo breve ed elementare, ma molto avvolgente e piacevole: non sarà tra i più in vista del disco, ma sa il fatto suo. Va tuttavia ancora meglio con My Heart Is a Stone, che arriva a ruota: un breve preludio che dà quasi l’idea di un pezzo melodico, poi invece prende vita un riff più duro di quanto sentito fin’ora. Lento ma potente, il riffage di Montesi e Leonardo Piccioni evoca anche un’atmosfera ombrosa: è questa, del resto, il filo conduttore del pezzo. La evocano sia le strofe, che riprendono questa base in maniera sottotraccia ma non per questo più lieve, sia i refrain, riottosi e quasi con una nota punk/alternativa nel loro riffage graffiante, che ha un piglio quasi sanguigno. Non fa eccezione nemmeno l’assolo centrale, stavolta preoccupato come il resto: è il coronamento ideale per un gran bell’episodio, che senza chissà quale fuoco d’artificio riesce comunque a incidere molto e a risultare tra il meglio che Don’t Forget the Wine abbia da offrire!

Anche Black Shadow comincia piuttosto oscura: è ciò che evoca un riffage duro e quasi arcigno, grazie anche a qualche buona iniezione dal metal propriamente detto. Come spesso accaduto già in precedenza, i Run Chicken Run la usano come base anche per il ritornello, che con la voce graffiante del frontman spesso seguito da un assolo crepuscolare e obliquo accentuano anche di più l’aura generale. Più orientate all’hard rock sono invece le strofe, che peraltro si alleggeriscono anche parecchio, sia a livello musicale che di mood; un certo tocco dissonante e cupo rimane anche in esse, seppur in sottofondo. Ancora una volta, non c’è altro a parte un altro assolo al centro: si integra bene in un pezzo molto buono, poco distante dai picchi del disco! Dopo un paio di pezzi belli tosti, con Good Brewer i marchigiani alleggeriscono di molto la propria musica – il che però è controproducente. Sin dall’attacco, il suo riffage ancora una volta di stampo AC/DC cerca di essere docile, ma non ci riesce molto, per colpa della voce troppo rude di Montesi e della registrazione grezza. Né, tantomeno, riesce a incidere, con la sua mancanza di potenza: un fattore che abbraccia sia le strofe, più cadenzate, sia i ritornelli, leggermente più dinamici, ma a parte questo senza grandi differenze col resto. Non aiuta poi la brevità, che se da un lato impedisce di annoiarsi troppo, dall’altra la rende quasi più un frammento incompleto che un pezzo vero e proprio: è per questo che, di fatto, abbiamo il picco negativo di Don’t Forget the Wine, poco più di un riempitivo.

Con Boredom Killers, i Run Chicken Run tornano alle atmosfere e ai suoni più pesanti sentiti prima di Good Brewer. Lo è dall’inizio la sua base ritmica, potente e stavolta davvero cupa, grazie a qualche altro influsso heavy metal che lo rende pesante. È una base che regge sia le strofe, in cui si alterna con passaggi più leggeri resi però taglienti dal cantante, anche più roco e aggressivo del solito, sia i ritornelli. Arrivano dopo brevi interludi di vago influsso addirittura punk, e si pongono dissonanti, quasi rabbiosi, almeno per quanto riguarda il genere dei marchigiani. L’unico momento in cui il paesaggio si apre un po’ è al centro, con un assolo meno cupo ma in compenso malinconico al punto giusto. È la ciliegina sulla torta di un brano che diverte bene: non è tra i picchi assoluti dell’album, ma solo per un pelo! È quindi la volta di Real Man, con cui la band marchigiana si stacca dal suo hard rock classico per abbracciarne uno che in parte guarda al pop metal degli anni ottanta – e in parte persino al metal melodico. Lo si sente bene già dall’attacco, con le chitarre di Piccioni e Montesi che si intrecciano, creando il giusto pathos: lo fanno anche quando il batterista Mirko Santacroce accelera. In effetti, il pezzo è anche abbastanza veloce, ma se le strofe sono più spoglie, dirette ed evocano una certa preoccupazione, i refrain tornano all’origine e creano una bella tensione emotiva, che colpisce molto bene. Buono pure l’assolo al centro, anch’esso malinconico: al solito, è l’unica variazione di rilievo di una struttura semplice ma che colpisce, per il pezzo migliore di Don’t Forget the Wine insieme a My Heart Is a Stone! Siamo ormai alle ultime battute: per l’occasione, i Run Chicken Run scelgono Blackout Out, che torna a toni più distesi sin dall’intro ironico del tutto in lo-fi, che poi esplode nel riff di base, di nuovo ispirato agli AC/DC. Ma stavolta la leggerezza non è un problema: sin dall’inizio si tratta di un pezzo rock ‘n’ roll semplice ma accattivante, con strofe semplici ma che ti incitano a muoversi e conducono dritti ai ritornelli. Con un riffage sempre in movimento, magmatico a tratti, non puntano ad altro che a divertire, e gli riesce molto bene. Lo stesso vale per l’assolo, rockeggiante come il resto, e per il classico finale caciarone: due altri tasselli per una traccia di gran intrattenimento, non tra i picchi del disco che chiude ma nemmeno troppo lontana!

Insomma, Don’t Forget the Wine non è certo un album che faccia gridare al capolavoro; tuttavia, almeno è adatto per passare una mezz’ora abbondante di divertimento. Per quanto riguarda invece i Run Chicken Run, sono di sicuro maturati, e hanno intrapreso una strada più convincente di quella su cui si trovavano quando hanno realizzato Open the Grill. Forse potevano fare meglio rispetto all’esordio, ma in fondo ormai importa poco: la speranza è che risolveranno gli altri problemi che rimangono e ci riusciranno in futuro. O almeno, io ci conto!

Voto: 72/100

Mattia

Tracklist:

  1. Rust from Space – 03:01
  2. Your Girl – 03:26
  3. Louder on You – 03:56
  4. Sun – 03:14
  5. My Heart Is A Stone – 04:35
  6. Black Shadow – 04:39
  7. Good Brewer – 02:44
  8. Boredom Killers – 04:49
  9. Real Man – 04:15
  10. Blackout Out – 03:48

Durata totale: 38:25

Lineup: 

  • Michele Montesi – voce e chitarra
  • Leonardo Piccioni – chitarra
  • Paolo Scarabotti – basso
  • Mirko Santacroce – batteria

Genere: hard rock
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Run Chicken Run

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