Second to Sun – The Walk (2018)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Walk (2018), sesto album della carriera dei russi Second to Sun, è un paio di gradini sotto al suo predecessore The Black (2018)
GENERERimane un black metal personale, ma in parte perde gli influssi personali e soprattutto quelli groove sentiti in precedenza.
PUNTI DI FORZAUna classe che ancora brilla in un album ancora ben fatto dal punto di vista di impatto, melodie e atmosfera. Ciò è all’origine di una scaletta con tanta sostanza e di livello medio ottimo.
PUNTI DEBOLIUna presenza di pezzi memorabili minori rispetto al predecessore, un filo di omogeneità.
CANZONI MIGLIORIFrom Outer Space (ascolta), The Train 1702 (ascolta), New World Order (ascolta), To Live (ascolta)
CONCLUSIONISeppur dai Second to Sun ci si possa aspettare di più (come dimostra The Black), The Walk si rivela lo stesso un album interessante e di buonissima qualità!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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A cosa pensi se descrivo un album come “deludente”? Sono sicuro che immaginerai un disco sotto la sufficienza, o anche più giù. Eppure, il concetto può essere molto relativo: ecco perché per quanto mi riguarda, The Walk dei Second to Sun è una mezza delusione, pur non essendo certo scarso. Avevo lasciato la band russa giusto qualche mese fa col superbo The Black, quinto album di una carriera tanto prolifica da portarla a pubblicare il successore a giusto pochi mesi di distanza. Forse in questo caso però la fretta è stata troppa: The Walk è un lavoro inferiore in tutto e per tutto rispetto al precedente, in primis per quanto riguarda lo stile. Quello affrontano qui dai Second to Sun si è evoluto rispetto a The Black– o meglio, si è involuto: quasi tutte le influenze groove metal sono sparite, e anche quelle più sperimentali si sono ridotte di parecchio. Questo è un problema, ma non troppo: se da un lato l’originalità era uno dei segreti del predecessore, quello di The Walk rimane un black metal personale e mai scontato. Il vero difetto è invece la minor presenza di canzoni e passaggi memorabili: colpa anche di una maggior lunghezza, non supportata però dalla giusta qualità, che fa sì che quelli presenti si annacquino un po’. Uniamoci poi anche un filo di omogeneità, coi Second to Sun che tendono a privilegiare tempi lenti in molte tracce, e sembra quasi di parlare di un album sufficiente, al massimo discreto: in realtà però non è così. Con una livello medio di qualità alta e una classe non troppo offuscata, The Walk è lo stesso un lavoro degno di nota. Non è al livello di The Black, ma si difende alla grande e riesce a non sfigurare troppo accanto al suo illustre predecessore.

Senza preamboli, We Are Not Alone entra subito nel vivo col suo riffage principale, preoccupato e oscillante, grazie anche alla presenza di una strana, dissonante tastiera (o è addirittura una chitarra pulita?). È una base che va avanti a lungo: fa da sfondo sia a momenti lenti e già abbastanza lugubri, che a volte presentano anche il rabbioso scream di Gleb Sysoev, sia in potenti fughe in blast beat, turbinose e quasi opprimenti. La maggior parte del pezzo invece riprende lo stesso tipo di dissonanze ma è più lineare, in un affresco molto desolato, espanso: merito del ritmo sempre lento e del cantante. C’è spazio anche, qua e là, per qualche influenza post-hardcore, che rende la norma più cadenzata, ma senza interrompere la natura del resto. In tal senso, l’unica vera variazione è alla fine, quando dopo una breve pausa la musica riprende: una lunga frazione gelida e desolante, con persino l’effetto vento in sottofondo, poi è la volta di un breve finale più musicale. Veloce, semplice, con quasi un piglio punk, dura poco ma colpisce bene: è il momento che risalta di più in un pezzo carino, ma senza troppe faville; non una buona scelta come apertura, visto che forse risulta addirittura il meno bello di The Walk! Di sicuro, è tutt’altra storia con Black Lines, che emerge dal nulla con dissonanze quasi industrial; poi però i Second to Sun la trasformano. Ci troviamo allora in una falsariga ancora lenta, con una base black metal abbastanza cupa, abbellita però da un bel lead, semplice ma che dà una bella malinconia. È un’aura che rimane un po’ sottotraccia, ma poi esplode nei chorus, che virano su un florilegio di melodie: riescono a essere al tempo stesso aggressivi e lancinanti, con Sysoev che urla anche più del solito, sofferente, a suggellare l’unione. È un contrasto strepitoso, che valorizza bene entrambe le anime; dello stesso effetto beneficia il finale, una fuga vertiginosa e stridente che incide molto. È l’unica variazione di un brano per il resto elementare ma grandioso, senza dubbio tra i picchi del disco! La seguente Home parte da una tastiera lenta, cupa ma al tempo stesso con una preoccupazione angosciosa. Prosegue anche quando la traccia entra nel vivo, con la base metal che vi si sovrappone in un’evoluzione lenta, lugubre, rabbiosa, ma senza perdere il suo spessore. Di solito però il tutto è molto arcigno: fanno eccezione solo alcuni stacchi qua e là, che virano su qualcosa di molto più elegante, ricercato, specie grazie alla tastiera che dà al tutto una certa delicatezza, seppur l’oscurità non venga meno. È un’impostazione che, col passare dei minuti, prende il sopravvento: pian piano la musica si fa più calda e musicale, coi giri docili della tastiera che prende il sopravvento. Essi dominano anche il finale, una frazione meno atmosferica e più potente, la più intensa del pezzo: si crea così un contrasto molto riuscito. Dà un bel finale, insomma, a un brano che non brilla molto ma a parte questo è buonissimo: in The Walk non sfigura!

Con From Outer Space, i Second to Sun lasciano da parte del tutto il metal: all’inizio è quasi solo silenzio, da cui poi lenta emergono sonorità dark ambient, soffice e di gran nostalgia. È quella che evoca il giro di tastiere di base, lento e morbido, che avanza funereo ma non in maniera fredda: evoca anzi un certo calore, anche a dispetto delle sonorità spaziali. Qualche altra venatura che dà al tutto un po’ di armonia in più fa il resto: abbiamo un interludio molto semplice ma di alto livello, nemmeno troppo distante dai picchi del disco. È quindi il turno di The Train 1702: si apre coi suoni da treno, poi raggiunti dal basso del nuovo membro Maxim. Dà poi il là alla traccia vera e propria, che torna al metal con durezza, un black con però delle belle dissonanze, più tipiche di groove o metalcore. Le due influenze si uniscono molto bene, in una falsariga dissonante che nonostante la stranezza funzionano: merito soprattutto della sua frenesia, ben udibile anche quando i ritmi non sono elevati. Anche il resto però non è da meno: le strofe, con le ritmiche di Vladimir Lehtinen, striscianti e arcigne, riescono a incidere bene nella loro ferocia, grazie anche a Sysoev che dà loro una bella mano. Di valore si rivelano anche gli abbellimenti che spuntano qua e là: che siano chitarre effettate per ricordare ancora il treno oppure tastiere nervose che danno al tutto un tocco sperimentale, funzionano piuttosto bene. Il risultato è un ottimo pezzo, non tra i picchi di The Walk ma nemmeno troppo lontano! La successiva The Owls se la prende molto con calma a entrare nel vivo: parte da un intro ambient, stavolta dissonante e sinistro. Solo dopo circa mezzo minuto, all’improvviso, i Second to Sun strappano, seppur l’atmosfera non cambi: il ritmo è sempre lento, funereo, e insieme alle tipiche chitarre black che girano senza alcuna frenesia spesso spuntano tastiere oscure. È una progressione che per lunghi tratti avanza desolata, con giuste piccole variazioni, come le ritmiche che ogni tanto si fanno più pesanti. Il cambiamento più grande, almeno per quanto riguarda la norma, si ha invece nei ritornelli: spezzano la freddezza del resto per diventare laceranti, con le tastiere lontane che disegnano splendide e docili melodie. Cambia verso anche la frazione centrale, che unisce le due anime sentite fin’ora e comincia a svariare: all’inizio è fredda, e così rimane durante lo sfogo retto dal blast beat di Theodor Borovski, ma poi pian piano assume calore, con la tastiera protagonista ancora di bei fraseggi. È più o meno tutto ciò che c’è da dire su una canzone per il resto piuttosto lineare, che però non annoia: ogni tanto è lievemente prolissa, ma per il resto la sua atmosfera colpisce molto bene!

New World Order comincia con delle chitarre abbastanza dissonanti, su cui si stagliano dei cori cupi: è il punto di partenza per una base lenta, che dà quasi l’illusione di voler introdurre un altro pezzo funereo. Poi però i russi cominciano a correre con gran ferocia, una falsariga blasfema non solo per il blast e per le chitarre macinanti, ma anche per le tastiere fredde come il ghiaccio in sottofondo. Sono brevi sfoghi che lungo il pezzo si alternano con una norma diversa, in cui la band recupera la sua anima groove metal. Sono frazioni brevi ma di gran potenza, che colpiscono bene: lo fanno soprattutto nel finale, più articolato e roccioso, che sfocia addirittura in una coda pesante e profondissima, di gusto djent/deathcore (!). Non male anche il lungo passaggio centrale, anch’esso su coordinate groove, ma senza lesinare in oscurità black, che anzi poi prende il sopravvento. Ma è solo uno stacco prima che la musica si spenga: è la volta di un bizzarro interludio di musica tradizionale russa, che poi però si distorce prima di dare il là di nuovo alla parte principale. Il tutto mescolato è all’origine un pezzo bizzarro ma ben riuscito, uno dei picchi assoluti del disco – oltre a essere sperimentale come mi piacerebbe sempre sentire i Second to Sun! To Live si avvia poi in maniera delicata, con un carillon lontano ed echeggiato che si staglia nel vuoto; rimane a fare da guida anche quando il pezzo entra nel vivo, prima lento, quindi in fuga. Momenti retti dal blast di Borovski e altri più lenti ma sempre con la stessa preoccupazione si alternano in questa prima parte, che però dopo meno di due minuti si spegne, in una frazione alienante di tastiere e con solo una lieve chitarra. È uno stacco breve, poi il pezzo riparte, ma la sua anima è cambiata: ora è più diretto, e lo dimostra con una frazione rocciosa, puntata sulle ritmiche di Lehtinen. Ma anche questo non dura: presto il panorama si apre in una norma più aperta e in cui per la prima volta spunta un certo pathos. Rimane sia nella prima frazione, lenta e costante, sia nello sfogo finale, veloce e convulso ma caldo, prima che il tutto si spenga: entrambe però colpiscono alla grande a livello emotivo. È insomma una bella conclusione per un brano di altissimo livello, giusto per un pelo sotto al meglio di The Walk! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per We Are Alone, outro lento e mogio, tutto dominato da un arpeggio oscillante di chitarra. Si staglia a lungo sopra a lievi effetti, per un effetto molto desolato, a cui si conformano anche le poche variazioni. Niente di che, comunque: sono piccoli cambi di tono, mentre solo al centro il pezzo si addensa un po’ di più, con una schitarrata un po’ più densa e veloce. Ma non cambia le sorti di un pezzo che rimane lieve: non sarà chissà che, ma nella sua oscurità e nelle sue dissonanze si rivela adatto a concludere il disco.

Arrivato a questo punto, sono un po’ combattuto. Da un lato, The Walk è un ottimo lavoro, diversi gradini sopra alla media del suo genere oggi: non sarà bello come il predecessore, ma ci si può anche accontentare ampiamente. Dall’altra però dalla band che ha inciso The Black credo sia lecito pretendere di più: i Second to Sun possono – anzi, devono – fare di meglio. Quindi, da un lato non posso far altro che consigliarti quest’album: se ti piace il black metal e vuoi qualcosa di personale e mai stantio, di sicuro farà al caso tuo. Dall’altro però spero che i russi tornino, col prossimo lavoro, ai fasti ancora migliori che ci hanno regalato in passato!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1We Are Not Alone05:32
2Black Lines04:35
3Home06:04
4From Outer Space03:17
5The Train 170205:00
6The Owls07:02
7New World Order04:23
8To Live04:13
9We Are Alone03:19
Durata totale: 43:25
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Gleb Sysoevvoce
Vladimir Lehtinenchitarra
Maximbasso
Theodor Borovskibatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Clawhammer PR

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