Stygian Fair – Panta Rei (2018)

Per chi ha fretta:
Rispetto all’EP Into the Coven (2017), Panta Rei (2018), primo full-length degli svedesi Stygian Fair, è un album che perde su tutta la linea. Lo fa in primis per quanto riguarda lo stile, che guarda ancora di più agli anni settanta, con molti più influssi hard rock nel loro heavy/doom metal; questo però toglie al gruppo qualcosa in originalità. I veri problemi sono però l’omogeneità, con tanti pezzi che si assomigliano e pochi che spiccano, e una registrazione poco professionale come quella dell’EP, ma che qui risulta meno accettabile. Anche la scaletta non è proprio il massimo: se pezzi come The Sinner’s Trail, Charons Speech, Hinterland e Son of the Sun sono di buonissima qualità, il resto è ondivago, con diversi riempitivi che contribuiscono a una durata troppo elevata. È per questo che alla fine Panta Rei risulta un album riuscito solo in parte: è sufficiente e piacevole, ma forse gli Stygian Fair potevano fare di più.

La recensione completa:
Non sempre la fretta è un bene, specie se parliamo di musica. Magari qualche musicista eccezionale può anche riuscire a fare bene componendo in pochissimo tempo (è successo nel corso della storia), ma di norma i risultati in questo caso non sono soddisfacenti. È quanto accaduto agli svedesi Stygian Fair: avevo già ascoltato il loro buonissimo EP d’esordio Into the Coven, uscito a settembre 2017, a cui nell’ottobre scorso è seguito l’esordio sulla lunga distanza, Panta Rei. Si tratta di un lavoro in proporzione inferiore al predecessore, in primis per quanto riguarda lo stile, che guarda ancora di più agli anni settanta che in passato. Gli Stygian Fair lo hanno fatto potenziando di molto gli influssi hard rock sentiti nell’EP, inseriti accanto alle loro anime heavy e doom (con quest’ultima che, seppur presente, è abbastanza diminuita). Questo però porta Panta Rei a mancare di gran parte del lato epico che avevo apprezzato in Into the Coven, in favore di atmosfere più lineari, da hard ‘n’ heavy classico. Già questo è un difetto, perché rende lo stile degli svedesi meno personale; i veri problemi degli Stygian Fair sono però altri. In primis, Panta Rei soffre dei difetti tipici del metal di oggi, come una certa omogeneità di contenuti: molti dei pezzi tendono ad assomigliarsi in quanto a costruzioni melodiche, e ciò fa sì che solo pochi riescano a spiccare. Non aiuta poi la lunghezza di quasi un’ora: rende il tutto dispersivo, e annacqua le buone idee (non tante, ma nemmeno poche) presenti. La pecca più evidente è però la registrazione, molto sporca, grezza e casereccia: è simile a quella di Into the Coven, ma se lì era accettabile, contando anche che era un esordio assoluto, per un full-length sarebbe stato opportuno fare di più. In generale, Panta Rei dà l’idea di essere un prodotto scritto e registrato in maniera frettolosa, senza molto lavoro per perfezionare e affinare le tracce. Il che dispiace: non solo gli Stygian Fair hanno dimostrato di poter fare di meglio, ma soprattutto c’è il fatto che anche così abbiamo un lavoro per lunghi tratti piacevole. Poteva essere buono, o anche di più: invece, come leggerai nel corso della recensione, non riesce ad andare oltre la sufficienza.

Le danze partono da un intro espanso, con quello che sembra un organo effettato e distorto. Dura per poco più di mezzo minuto, prima che Forevermourn entri nel vivo strappando, col suo potente riff, di chiara marca doom – seppur ci siano anche armonizzazioni che guardano all’heavy. È lo stesso che regge i chorus, a cui la voce un po’ sguaiata ma efficace di Pontus Åkerlund dà un tocco in più di cupezza, ma al tempo stesso di pathos: sono il momento migliore del pezzo. Il resto non è però da meno: le strofe incidono nella loro variabilità, che da un inizio morbido (la prima volta anche soffice, con la chitarra pulita) le porta poi ad accelerare, ma sempre con una certa preoccupazione. Peraltro essa aleggia ovunque, e a volte si accentua: succede nei bridge, più obliqui, e soprattutto nella frazione centrale, che sia nelle tetre ritmiche sia nell’assolo che le correda mostra ancor meglio l’anima doom del gruppo. In ogni caso, sono tutte variazioni ben riuscite di un pezzo buono, che apre bene il disco! La successiva Invisibility comincia subito con la sua impostazione ritmica spezzettata, cadenzata, che ricorda certe cose dell’hard rock anni settanta. È la stessa che si accentua ancora quando questa norma progredisce, e si immette in bridge semplici, nemmeno troppo pesanti, e quindi in ritornelli più lineari, melodici e con solo qualche residuo heavy e doom nella sua semplicità. Proprio questa leggerezza è però un problema, visto che rende il tutto un po’ più insipido; non è un caso, infatti, se la frazione migliore sia quella di centro, un po’ più potente e arcigna – e quella seguente, in cui un po’ la falsariga di base si appesantisce. Per il resto,  abbiamo un brano carino ma anonimo: non dà fastidio, ma come involontariamente indica anche il titolo in Panta Rei tende un po’ a sparire. È quindi il turno di Astray: da subito, alterna lunghe strofe espanse e morbide – forse anche troppo – con la sezione ritmica e la chitarra pulita di Emil Holmqvist sotto alla voce di Åkerlund, e ritornelli più potenti. Questi esplodono di tanto in tanto, e cercano di colpire con la loro energia, ma non sempre ci riescono; in generale, la progressione è carina, ma finisce con facilità per venire a noia. Di nuovo, la parte migliore è al centro: dopo una bella frazione ritmica, comincia un grande crescendo, che parte dalla sezione ritmica in solitaria. La melodia rimane sempre la stess, mentre il voltaggio sale, fino a toccare un apice avvolgente e movimentato, tra ritmiche e un assolo di qualità, per poi spegnersi e tornare con calma all’origine. È il passaggio di gran lunga migliore qui, e ha il merito di rendere un pezzo non troppo riuscito almeno discreto.

The Sinner’s Trail comincia subito col suo riffage di base, semplice ma di buon intrattenimento, grazie a una lieve malinconia e al ritmo che Per-Olov Jonsson tiene sul campanaccio. È la stessa norma che regge i refrain: con l’aggiunta della voce del frontman e dei lead di chitarra, vengono resi non solo catturanti, ma anche più preoccupati. È l’aria che si respira anche nelle strofe, più leggere e orientate verso l’hard ‘n’ heavy, ma piuttosto crepuscolari, quasi mogie. La ciliegina sulla torta è però la parte centrale, ancora morbida ma allineata alla nostalgia del resto, con la sua lentezza e le sue belle melodie, che catturano bene e si fanno ricordare. Abbiamo così un episodio davvero buono, uno dei picchi assoluti di Panta Rei! Siren’s Call esordisce quindi con un riffage con cui gli Stygian Fair omaggiano chiaramente i Thin Lizzy, con la sua progressione – ma poi la voce di Åkerlund, così diversa da quella di Phil Lynott, rompe l’illusione. È la base che regge tutte le strofe, non male, seppur a tratti questa loro essenza così derivativa fa storcere un po’ il naso. Un po’ meglio va coi refrain: a metà tra hard rock ed echi NWOBHM, non sono proprio malaccio – seppur anch’essi non siano poi così incisivi. Lo stesso vale per la frazione centrale, molto classica e poco appariscente: mettiamoci anche una durata inferiore ai tre minuti, e abbiamo un pezzo carino che però non impressiona. Per fortuna, ora gli svedesi tornano su alti livelli con Charons Speech: introdotta da Jonnson in solitaria, entra nel vivo poi come un pezzo potente e cupo, con un bel riffage martellante. Torna spesso lungo il pezzo, in alternanza con passaggi più distesi, ma che restano più striscianti: merito sempre delle ritmiche, di chiaro orientamento doom, che rendono il tutto dissonante ed efficace. Lo scambio tra le due frazioni ci conduce così ai ritornelli: più hard rockeggianti, specie grazie al lead di Holmqvist, conservano però un filo di inquietudine, grazie al perdurare di influssi doom. È questa ibridazione a renderli di alto livello: merito anche di una melodia che gli Stygian Fair azzeccano in pieno, e risulta persino catchy. Meno appariscente è invece la frazione centrale, però funzionale alla buona riuscita del pezzo:anche per questo il risultato finale è di buona qualità, poco lontano dai picchi di Panta Rei!

Sin dall’inizio, Garden of Loss è soffice, calma e malinconica, con la sezione ritmica e una chitarra a disegnare melodie sotto la voce di Åkerlund. Più o meno la norma si muove sempre su queste coordinate, cambiando solo ogni tanto tra frazioni un po’ più dense e altre invece anche più espanse e di basso voltaggio. Non c’è altro da dire, anche perché eccetto alcuni echi qua e là nei meno di tre minuti del pezzo non ci sono variazioni. Abbiamo perciò qualcosa che è più un interludio che un pezzo vero e proprio: nel suo è anche piacevole, ma ai fini del disco si rivela un po’ insignificante. È quindi la volta di Reaper of Souls: comincia lenta e massiccia, con un potente riff doom; stavolta però è una falsa premessa, visto che poi il pezzo accelera. Ci ritroviamo allora in un pezzo più leggero a tinte hard ‘n’ heavy, semplice e divertente: stavolta, nonostante la leggerezza, riesce a coinvolgere e non risulta troppo scialbo, come altro nel disco. È aiutato in questo anche dal ritorno del doom nei ritornelli, più cupi ma non troppo: si uniscono bene al resto della norma. Lo stesso vale per l’assolo, che in questo caso è vario e soprattutto esplosivo: gli Stygian Fair le regalano un bel pathos – unico momento nel brano – con cui riesce a fare la differenza. È un altro elemento per un pezzo che pur non spiccando troppo sa il fatto suo: si rivela buono e sopra alla media di Panta Rei! Hinterland parte quindi da un lungo intro ombroso, dominato dai giri del basso di Anders Hedman su cui si staglia un cupo lead di chitarra. Poi però questo comincia a crescere, finché non ci ritroviamo subito nel ritornello: di carattere doomy, cupo e persino oppressivo con la sua cappa oscura, non lesina però in melodia. Quella cantata da Åkerlund è tenera, quasi lancinante, e colpisce molto bene. Lo stesso si può dire per le strofe: molto più calme, hanno però anch’esse una bella inquietudine, che aumenta la negatività del complesso. Completa il quadro una frazione centrale più movimentata e a tinte hard ‘n’ heavy, che però non è immune all’atmosfera del resto, anzi ci si allinea in una maniera peraltro riuscita. È un altro tassello ben riuscito per una traccia di alto livello: pur senza far gridare al miracolo, risulta di buonissima qualità, poco lontana dal meglio del disco!

Son of the Sun indugia ancora sul lato più doom della band svedese, con un attacco potente e cupo, che ricorda i toni epic di Into the Coven. Poi però il brano prende un’altra direzione e inizia ad alternare questa norma con una più lenta, coi lead quasi magici di Holmqvist che crea un senso d’attesa. Si scioglie solo  quando, dopo un altro raccordo doom, ma meno opprimente del resto (grazie anche al ritmo più veloce), arriva il turno dei refrain, che virano a centottanta gradi. Persa l’oscurità precedente, assumono una grande malinconia, ben evocata da tante soluzioni melodiose, tra cui spicca quella cantata da Åkerlund, ancora una volta molto catchy. Ottima anche la frazione centrale: all’inizio è più arrembante, ma poi sfocia in un buon assolo, molto lento e tenero, che ridà il là a un nuovo ritornello. Anch’essa è un valore aggiunto per un pezzo semplice quasi al punto di essere banale, ma non è un problema: anche così, è tra i più in vista di Panta Rei! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: per l’occasione gli Stygian Fair schierano Sands of Time, suite lunga dieci minuti divisa in due parti. La prima se la prende con calma: esordisce col suono della pioggia, su cui poi spunta un docile arpeggio di chitarra pulita. Solo dopo un lungo minuto di crescita costante alla fine entra nel vivo: gli svedesi però non strappano, visto che ci ritroviamo in un ritornello sì metal, ma con una sua dolcezza. Il resto è invece più teso, ma spesso non più di tanto: le ritmiche rimangono melodiche, placide, e puntano più a evocare la solita preoccupazione del gruppo che all’impatto. Pian piano, inoltre, il pezzo comincia a evolversi, e dalla linearità diventa più bizzarro, con addirittura un vago retrogusto progressive. Lo si sente bene alla fine, quando dopo aver ripreso l’intro,la musica riesplode con più energia, accompagnato anche dal suono delle trombe. Proprio queste però sono un problema, stonano parecchio con la base metal; ma anche il resto non impressiona più di tanto, visto che a tratti le sue melodie sono un po’ scialbe. Va un po’ meglio (ma non troppo) con Sands of Time Part II, che arriva poi: riprende lo stesso genere di melodie ma in maniera più energica e convincente, con la vena doom del gruppo che torna fuori. Almeno, succede all’inizio, ma poi un’anima più semplice e calma prende il sopravvento: all’inizio sono solo brevi stacchi, ma poi la musica si converte a qualcosa di rockeggiante e senza più la carica crepuscolare dell’inizio. Parte allora una lunga evoluzione, che attraversa diversi lidi, tutti all’insegna della delicatezza, finché le ultime melodie non si sciolgono in un outro di chitarra pulita, molto malinconico. Nel complesso si rivela una frazione carina, come del resto quella che l’ha preceduta; tuttavia, nessuna di esse fa davvero la differenza. Abbiamo perciò un pezzo più o meno della stessa qualità dell’album che chiude: carino e per lunghi tratti piacevole, non va molto oltre, né riesce a colpire, se non in alcuni sparuti frangenti.

Per concludere, Panta Rei alla fine riesce a raggiungere una comoda sufficienza; purtroppo però non va oltre, e l’idea è che potesse farcela,  per esempio con meno riempitivi. E, soprattutto, gli Stygian Fair potevano studiarlo meglio: così dà davvero l’idea di un disco frettoloso, raffazzonato in quattro e quattr’otto giusto per l’ansia di esordire. Gli svedesi mi lasciano perplesso, quindi: il talento ce l’hanno, come dimostra l’EP, ma spero che nelle prossime mosse discografiche riescano a usarlo in maniera più razionale. E che, soprattutto, riescano a lavorare di più e ad affinare la loro musica.

Voto: 67/100


Mattia
 
Tracklist: 
  1. Forevermourn – 05:55
  2. Invisibility – 03:29
  3. Astray – 05:14
  4. The Sinners Trail – 05:20
  5. Sirens Call – 02:53
  6. Charons Speech – 04:29
  7. Garden of Loss – 02:58
  8. Reaper of Souls – 04:08
  9. Hinterland – 04:40
  10. Son of the Sun – 05:26
  11. Sands of Time – part I – 06:04
  12. Sands of Time – part II – 04:52
Durata totale: 55:28
 
Lineup: 
  • Pontus Åkerlund – voce
  • Emil Holmqvist – chitarra
  • Anders Hedman – basso
  • Per-Olov Jonsson – batteria
Genere: hard rock/heavy/doom metal

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