Massive Blast – One Good Reason to Kill (2015)

Per chi ha fretta:
Scoperto quasi per caso, One Good Reason to Kill (2015), unico full-length dei laziali Massive Blast, è un lavoro del tutto degno di attenzione. Lo è in primis per lo stile, un groove metal melodico dalle molte influenze che non insegue i soliti cliché, ma anzi si rivela personale. Aiuta anche il songwriting del gruppo, che rende il disco compatto ma variegato e ben fatto, grazie a un ottima cura di atmosfere e melodie; la capacità migliore del gruppo è però quella di emozionare. È questo a rendere grandi pezzi come l’angosciata e potente On the Steps of God – Flashback One, la melodica Hidden Eyes, la particolare ballad Fortress, la possente My Flag – Flashback Four o la variegata closer-track You Must Kill Me. Sono tutti picchi di una scaletta senza quasi punti morti: è anche per questo che One Good Reason to Kill alla fine si rivela un piccolo capolavoro, e rende un peccato il fatto che i Massive Blast si siano sciolti poco dopo la sua uscita!

La recensione completa:
Nella gestione  di Heavy Metal Heaven, mi capita a volte di ritrovarmi con un buco nella scaletta delle recensioni del lunedì, per un motivo o per un altro. Di solito non mi è troppo difficile riempirlo con un disco qualunque, magari comprato a pochi spicci su Amazon, ma quando accade nel mese del metal italiano può essere un problema: è proprio quanto è successo in questo caso. Qualche mese fa, mi sono ritrovato a programmare per oggi un disco groove metal (come decido quale genere affrontare un dato giorno è una storia troppo lunga per raccontarla qui) uscito negli ultimi dieci anni di una band italiana. Solo che nella mia collezione non ce ne sono, e le mie povere finanze non mi hanno permesso di trovarne uno a un prezzo ragionevole. Quindi, che fare? Ho scandagliato il web, e alla fine mi sono imbattuto in One Good Reason to Kill, album del 2015 dei Massive Blast, che l’hanno messo in download gratuito sul loro profilo Bandcamp. Primo e unico full-length di questa band nata a Guidonia (Roma) nel 2010, mi bastava che fosse decente per poterlo includere nella scaletta: invece, col tempo ho scoperto che era molto, molto di più. Già lo stile in sé è valido e personale: si rifà di base a un groove metal sui generis spostato sul suo lato più melodico, ma senza lasciare da parte la potenza. Soprattutto, non insegue i soliti cliché: è un genere che per esempio può contare su diverse influenze, che vanno dall’heavy classico al thrash, passando a volte persino per il progressive. Ma il suo punto di forza assoluto è la variabilità: i Massive Blast si ripetono molto di rado, mentre di solito One Good Reason to Kill varia molto. E lo fa con competenza assoluta: non è discontinuo o troppo disomogeneo, e può contare su un gran songwriting, che consente ai laziali di creare melodie molto incisive, atmosfere avvolgenti e strutture sfaccettate, mai banali. La capacità migliore dei Massive Blast è però un’altra ancora: quella di emozionare. In un mondo in cui molti pensano che l’importante sia solo correre e aggredire (non è sbagliato, ma alla lunga stufa), One Good Reason to Kill ha un respiro molto ampio, con tante sfumature diverse. Lo rendono, tra l’altro quasi cinematografico, il che è bene: parliamo di un concept album, basato su oscuri fatti accaduti a Roma nel 2007, ma di sicuro non presenta i difetti tipici di dischi del genere, come la preminenza della parte lirica su quella musicale. Sommati questi elementi, One Good Reason to Kill è davvero di alto livello: non male, contando che l’ho scoperto per puro caso!

Still Is War è l’inizio che non ti aspetti: più che un intro, è un pezzo vero e proprio, seppur sia breve (circa due minuti e mezzo). Per tutta la sua durata, la base è costituita dall’intreccio tra chitarre acustiche e pulite, qualcosa di malinconico, seppur abbia in sé anche una certa oscurità. Aumentano questo effetto le rare incursioni della chitarra distorta e soprattutto la voce di Cristian Marchese, che subito mostra la sua versatilità, passando da momenti di gran potenza espressiva ad altri in cui rende il tutto più cupo, giusto con qualche sussurro oppure alzando la voce. Ma soprattutto, si nota già l’ottimo lavoro in fatto di melodie dei Massive Blast, dall’inizio lieve passando per i frangenti quasi post-rock fino al finale che comincia a distorcersi. È il momento che segna l’entrata nel vivo di One Good Reason to Kill,quando On the Steps of God – Flashback One comincia a fluire potente e rapida, col suo riffage quasi da death metal melodico. È l’inizio di una grande progressione, variegata e che punta molto su tante belle melodie; poi però la musica assume un indirizzo più diretto e cupo. I riffage deviano allora verso il più classico groove metal, seppur non manchi una componente melodica in sottofondo, che rende l’aura ancor più seriosa, preoccupata. È una frazione che va avanti a lungo, a tratti più arcigna e rabbiosa, grazie anche al frontman, qui roco e graffiante, mentre altrove spunta un certo pathos, sempre allineato alla cupezza del resto. L’unico momento in cui questa cappa si affievolisce un po’ è la frazione centrale, che abbandona il mid tempo precedente per partire con una fuga di chiaro retrogusto thrash, più esplosiva e brillante. Anche così però un certo senso di inquietudine rimane, e riesplode con forza nel finale, che riprende la norma in una chiave ancor più lugubre, con persino qualche influsso doom. È la ciliegina sulla torta di un brano con parecchi passaggi memorabili (specie quelli a tinte groove sono di impatto grandioso), subito tra i picchi di un disco che pure non ne manca.

Hidden Eyes torna a rallentare: all’inizio è dominato da un intro molto soffice, persino dolce col suo arpeggio calmo di chitarra e melodie crepuscolari che lo corredano. Sono le stesse che vengono sviluppate con potenza quando il gruppo torna al metal: all’inizio il tutto è melodioso, malinconico, certo non punta sull’impatto (che pure non è assente). Quello emotivo è un lato che nell’evoluzione viene esaltato: seppur la tendenza del riffage di Fabrizio Gubinelli e Emiliano Funari sia di appesantirsi, l’ingresso in scena della voce di un’ospite femminile dà al tutto ancor più pathos. È un vortice sempre più intenso, che sfocia in una sorta ritornello tempestoso, cupo, ma al tempo stesso preoccupato: è l’apice espressivo del pezzo, ma sancisce anche l’inizio di una virata, verso sonorità più grasse e orientate al groove. Tuttavia, questo non dura: presto il brano torna a qualcosa di più nostalgico, grazie a qualche bella armonizzazione dissonante, persino di vago retrogusto black metal (!) a volte, che però si sposa bene con la mogia aura generale. È una lungo finale lento e anche un po’ sottotraccia, ma nonostante questo incide con la sua aura, come del resto tutto il resto: è questo a rendere la traccia di alto livello, forse non tra i picchi di One Good Reason to Kill ma nemmeno troppo lontana! Mystical River – Flashback Two torna quindi a pestare con forza, con un riffage battente e  cupo, per poi si svilupparsi in una maniera più semplice e diretta: il batterista Francesco Stacchi accelera il ritmo, su cui si posa una falsariga potente, di influsso thrash. Le due frazioni si alternano un paio di volte, ma poi i Massive Blast cambiano direzione, verso un ritornello quasi drammatico, un florilegio di ritmiche e melodie in cui spicca quella semplice ma struggente cantata da Marchese. Sembra quasi l’inizio della fine per il pezzo: dopo un paio di minuto, terminati da un caos di effetti esplosivi, tutto si spegne. Ma in realtà è solo una pausa a effetto, prima che la musica torni a camminare: all’inizio lo fa lento, con l’arpeggio del basso di Fabrizio Meola sotto al frontman e poi a lievi chitarre. Queste ultime sono le protagoniste del crescendo che prima più lento, poi sempre più roccioso, comincia a fluire, potente ma incisivo anche nel pathos. A sua volta, l’evoluzione sfocia in una bella fuga, a tinte quasi speed metal negli assoli, nonostante la cupezza generale: è quello che dà il là a un nuovo ritornello. È il segno che siamo agli sgoccioli: non c’è rimasto spazio per altro che per una coda potente a tinte groove, ottima chiusura per un brano che lo è altrettanto.

The Other Truth – Flashback Three si apre coi suoni di una macchina da scrivere, seguiti da suoni di passi e da una porta che si chiude, poi entra nel vivo con un riff simile a quello di chiusura del pezzo precedente – seppur riletto in una chiave thrash. Ma poi perde la sua essenza senza fronzoli quando i laziali cominciano una fuga travolgente, non velocissima ma di impatto grandioso, col suo incastro repentino di riff. È una vera e propria forza della natura, seppur ogni tanto la norma rallenti un po’ e faccia perdere al tutto di dinamismo: a tratti è anche un problema, ma di norma la musica riesce a compensare con un bel mood truce. Succede per esempio nei bridge, più cadenzati ma sempre un piacere: introducono ritornelli che poi riprendono in maniera più rapida la norma thrashy iniziale. In pratica, il pezzo è tutto qui: la durata stavolta è ridotta a poco più di quattro minuti e mezzo, il che fa sembrare il tutto un po’ incompleto, visto anche il finale in fade. Abbiamo perciò il punto più basso di tutto il disco, ma a parte questo la qualità è più che buona: anche questo fa capire di che livello sia One Good Reason to Kill! E, del resto, i Massive Blast lo dimostrano ancora con la successiva Fortress, che lascia da parte qualsiasi traccia di metal. All’inizio, è retta da un giro circolare e anche un po’ ansioso del basso di Meola, sopra a cui si stagliano brevi accordi di chitarre e Marchese, che canta con dolcezza. O almeno, lo fa all’inizio, perché poi alza la voce, in un acuto che ricorda addirittura il Geoff Tate più drammatico. È l’inizio del cambiamento del pezzo, che poi comincia a crescere, e dopo una lunga ed espansa frazione piena di effetti post-rock, il brano si addensa. Non solo le chitarre entrano in scena con più convinzione per rendere l’atmosfera ancora più intensa e avvolgente, seppur il metal sia sempre lontano dal metal (ricorda più certo alternative rock). Merito delle tante melodie dolci e ben riuscite che costellano questa parte: sono il meglio che abbia da offrire una ballad non troppo lontana dal classico ma eclettica, un altro bellissimo pezzo nella scaletta del disco!

My Flag – Flashback Four stacca con forza dalla precedente, con un avvio magmatico addirittura di orientamento death, con tanto di riff a motosega, cambi repentini di direzione e blast beat. Poi però la band torna su coordinate abituali, con una norma rocciosa ed energica, che sin dall’inizio martella bene. Il meglio però la fa la falsariga di base, che da strofe quasi rockeggianti ma preoccupate, pian piano sale verso passaggi che sono una vera mazzata in faccia, con ritmiche quadrate e davvero esplosive. Ma anche quando il pezzo si sposta su territori più melodici, il risultato non cambia: i lunghi passaggi piazzati qua e là, più dinamici e da groove melodico, colpiscono con il loro perfetto equilibrio tra cattiveria e preoccupazione. Lo stesso vale quando si accentua il primo lato, per frazioni più dissonanti, o quando i laziali virano su frazioni addirittura con intrecci maideniani: anche esse però si uniscono bene nel resto, col loro mood crepuscolare. Vale lo stesso del resto anche per la frazione centrale, una lunga progressione graffiante a tinte thrash, pregevole per incastri di riff. Ancor meglio va però poi, quando il tutto rallenta, per una frazione semplice ma opprimente, quasi apocalittica, di potenza assurda. È l’ennesimo passaggio di qualità assoluta per un brano eccellente, uno dei migliori di One Good Reason to Kill! A questo punto, c’è rimasto spazio solo per You Must Kill Me, che comincia subito pestata: per interi minuti, i Massive Blast propongono un continuo scambio di riff maschi e di gran impatto. Il bello è che ognuno di essi colpisce alla grande: sia i momenti più orientati al thrash e dinamici che quelli massicci di stampo groove, con a tratti persino una nota metalcore, hanno un impatto splendido. Inoltre, è su questa seconda base che cominciano a costruirsi anche le strofe: anch’esse dure e solide come un muro, vanno avanti a lungo, per poi sciogliersi però nei refrain. Molto più melodici, quasi lancinanti, colpiscono con la loro tristezza, evocata da melodie semplici ma ben riuscite, sia della chitarra di Funari che da Marchese. Anche la struttura stessa tende a variare molto, come da norma della band di Guidonia: oscilla tra passaggi energici e altri invece più melodici e preoccupati. Quest’ultima è quella che alla fine prende il sopravvento, con una lunga frazione molto malinconica, del tutto strumentale, con assoli e ritmiche espanse che si intrecciano fino al passaggio conclusivo, più ritmato ma sempre cupo e molto sentito. È il gran finale di un brano lungo quasi otto minuti e mezzo ma senza il minimo momento morto: insieme al precedente, forma un uno-due da K.O., che conclude il disco come meglio non si poteva!

Per concludere, One Good Reason to Kill è stata davvero una bellissima scoperta, forse addirittura la migliore fatta comprando/scaricando un album a scatola chiusa. Peccato solo per il fatto che è una perla unica e lo rimarrà con ogni probabilità per sempre, visto  che i Massive Blast si siano sciolti nel 2016: una gran perdita, per quanto mi riguarda. Non solo questo loro esordio è un capolavoro, ma lo è anche con qualche ingenuità: posso solo immaginare che meraviglie la band laziale poteva incidere, crescendo e maturando.  Meraviglie che, per giunta, non si possono che rimpiangere: in un mondo come il metal attuale, con la sua sterile ripetizione di cliché triti e ritriti, di gruppi come loro ci sarebbe un assoluto bisogno!

Voto: 92/100

Mattia
Tracklist: 

  1. Still Is War – 02:33
  2. On the Steps of God – Flashback One – 06:23
  3. Hidden Eyes – 06:26
  4. Mystical River – Flashback Two – 06:52
  5. The Other Truth – Flashback Three – 04:47
  6. Fortress – 04:19
  7. My Flag – Flashback Four – 07:38
  8. You Must Kill Me – 08:25
Durata totale: 47:27
 
Lineup: 
  • Cristian Marchese – voce
  • Emiliano Funari – chitarra solista
  • Fabrizio Gubinelli – chitarra ritmica
  • Fabrizio Meola – basso
  • Francesco Stacchi – batteria
Genere: groove metal
Sottogenere: melodic groove metal

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