Naga – Hēn (2014)

Per chi ha fretta:
Hēn (2014), primo full-length dei Naga, è un lavoro importante sotto ogni punti di vista. In primis, impressiona lo stile, uno sludge metal lento che riesce a colpire alla grande sia con la sua pesantezza assoluta, sia per le sue atmosfere, ben evocate da dissonanze a volte vicine al black. È proprio l’equilibrio tra questi due componenti il segreto del gruppo, insieme a una gran registrazione e soprattutto a un talento notevole in fatto di songwriting. Sono gli elementi alla radice di una scaletta quasi perfetta, in cui pezzi come la possente Naas, la feroce Hierophania, la nichilista Eris e la funerea title-track brillano molto. È per questo che alla fine Hēn si rivela un capolavoro assoluto che ogni fan dello sludge metal dovrebbe possedere: di sicuro, i Naga non sono un gruppo da sottovalutare!

La recensione completa:
Per quanto mi riguarda, non sempre mi ricordo in che frangente sono venuto a contatto con la musica di un gruppo – anzi, direi quasi mai. Ma il caso dei napoletani Naga è diverso: ricordo di averli conosciuti quando, il 6 settembre del 2014, suonarono di spalla ai Doomraiser ad Ancona. E ricordo bene ancor oggi quanto il gruppo mi impressionò dal vivo, tanto da spingermi a comprare Hēn, loro esordio allora uscito da appena pochi mesi. Non sempre acquisti del genere mi hanno portato bene, visto che col tempo, passata l’adrenalina del live, mi ritrovavo tra le mani dischi onesti, ma non esaltanti. Ma non è il caso dei Naga: a tanti anni di distanza, Hēn rimane un disco splendido, forse anche migliore di quanto i napoletani mi sembrarono quel giorno. È valido a partire dallo stile, uno sludge metal della branca più lenta e opprimente: ricorda un po’ gli Yob, ma senza copiarli. Rispetto agli americani, i campani sono più selvaggi, meno quadrati e forse anche meno abissali, ma questo non vuol dire molto: anche così i Naga sono eccelsi nell’evocare la giusta oscurità, grazie al florilegio di dissonanze che caratterizza Hēn, a volte vicino al black metal. Sono uno degli spunti che rendono il loro stile personale, ma i napoletani hanno tanti altri punti di forza su cui contare: in primis, hanno un gran talento per quanto riguarda la creazione di riff, sempre di gran impatto, e di atmosfere, sempre opprimenti, desolate e nichiliste al massimo. I Naga puntano molto su questo equilibrio: è ciò che consente a Hēn di  incidere alla grande, anche a dispetto di strutture spesso semplici e ripetitive – ma che di sicuro non annoiano mai. Completa il quadro un’ottima registrazione, grassa e potente, grezza in una maniera che però paradossalmente rende ancora più affilati i riff. Non serve altro a quello che, come è facile intuire, è una vera gemma nel suo genere!

Senza il minimo preambolo, Naas comincia subito possente come un macigno, con un riff di grandissimo impatto. Ma ciò che segue non è da meno: le strofe, più sottotraccia, compensano la perdita di impatto con un’atmosfera lugubre, ben evocata dalle venature melodiche ma sinistre che accompagnano il ritmo lento del batterista Dario Graziano e dalle urla acide di Lorenzo De Stefano. L’apice di questa tendenza la raggiungono però i ritornelli, ossessivi e davvero raggelanti grazie alle dissonanze, alle urla rabbiose del cantante e anche al recupero della potenza, mutuata dalla norma iniziale, che colpisce con la forza di un pugno in faccia. Questo scambio va avanti per qualche minuto, poi il pezzo lo abbandona per muoversi in maniera più libera: all’inzio rallenta, ma poi parte una progressione non velocissima ma così grassa e pesante da risultare lo stesso travolgente. È un’evoluzione di potenza davvero assurda, che però si sfoga in breve, prima di spegnersi nel nulla: ma il pezzo è ancora lontano dalla conclusione. Un breve interludio morbido ma cupo, poi i Naga tornano a riesplodere, con una frazione ancora più lenta, quasi funerea  persino – seppur la potenza e le dissonanze siano puramente sludge. È un passaggio molto sinistro ma non senza un tocco drammatico, rappresentato da qualche melodia qua e là, quasi lancinante specie nei pressi del finale – seppur altrove il tutto si incupisca come sulla tre-quarti, una breve frazione di nuovo cantata e meno lenta. È un affresco di gran oscurità, che avvolge benissimo per lunghi minuti, e non annoia mai: è uno dei tanti elementi ben riusciti di un episodio splendido, subito tra i migliori del disco che apre! Hierophania parte quindi da un campionamento da “Un Borghese Piccolo Piccolo” di Mario Monicelli, anche piuttosto inquietante in questa sede, a cui comincia pian piano a sovrapporsi un riff. È lo stesso che, al termine, esplode con forza assoluta: stavolta il tempo su cui Graziano guida il pezzo è sostenuto, e le ritmiche di De Stefano semplici ma di gran presa. Col tempo poi il tutto si accentua: succede per esempio coi ritornelli, anche più aggressivi del resto con le loro venature black che rendono il tutto ancor più selvaggio e feroce. L’apice viene però toccato al centro, che alterna frazioni più espanse, atmosferiche, con sfoghi di potenza incredibile, semplici eppure da urlo. In ogni caso, è un’evoluzione taglientissima per tutta la sua durata, finché il tutto non si spegne in un finale quasi esausto, che torna a una lentezza asfissiante fino a morire in una coda dissonante di fuzz. Nonostante questo, non stona come chiusura per un pezzo breve ma intenso e splendido, insieme al precedente tra i pezzi più belli del disco!

Eris comincia col drumming di Graziano, lento e costante, su cui si sovrappone uno stridio di chitarra: giusto pochi secondi, poi ci ritroviamo all’interno di un pezzo che torna alla dimensione più lenta dei napoletani. Ci ritroviamo allora in una norma quasi marziale, un’avanzata per nulla veloce ma molto incalzante, che dalle strofe, striscianti e quasi orrorifiche, ci porta dritti ai ritornelli. Ossessivi e ancora più minacciosi del resto, con De Stefano che urla molto e tante dissonanze, risultano però catturanti nella loro cattiveria assoluta, tanto da stamparsi in mente con facilità. In apparenza, inoltre, la struttura è semplice, alternando queste due anime con solo di tanto in tanto qualche breve variazione, quando spuntano riff o dissonanze più arrembanti, anch’essi di ottima potenza. Ma poco dopo della metà, tutto si spegne: sembra quasi la fine, ma dopo pochi secondi i napoletani riattaccano, con persino più ferocia. Ci ritroviamo allora in un assalto ancora lento ma davvero estremo, con un riffage minaccioso e devastante al massimo livello che si ripete ossessivo, il che però potenzia la sua malvagità. E poi, ad aiutarlo a non annoiare giungono presto in scena gli effetti creati dal bassista Emanuele Schember: già all’inizio sono avvolgenti, ma pian piano diventano sempre più dissonanti e rumorosi, dando al tutto un tocco da bad trip psichedelico. È il passaggio migliore di un brano che di lì a poco si spegnerà senza nemmeno aver avuto un istante di pausa: abbiamo un nuovo capolavoro, che coi due precedenti forma una striscia davvero eccezionale. Dopo un trio simile, per i Naga sarebbe stato difficile fare di meglio, ma con The Path Hēn si difende, e alla grande. Si comincia da un riff di base più musicale rispetto a quanto sentito fin’ora, seppur l’aura rimanga molto cupa, desolata, lugubre. È una norma che gira a lungo, creando un senso possente di alienazione; ciò del resto non cambia quando poi la musica comincia a evolversi. Ci ritroviamo allora in un ambiente ancora piuttosto espanso, quasi caotico a tratti, che alterna momenti tipici della band campana, lenti ma graffianti, e altri più arcigni, in cui nello sludge del gruppo emerge con maggior forza l’anima punk. Anche questa situazione non è destinata a durare che metà traccia, prima di evolversi verso qualcosa di più animato, con in evidenza le armonizzazioni dissonanti, ma al tempo stesso preoccupate della chitarra. È l’inizio di una progressione oscura, che alterna frazioni del genere, a volte rilette in maniera più lugubre con l’aggiunta dello scream, con un ritorno di fiamma della frazione iniziale in un fluire ritmico appassionante. È uno dei passaggi migliori di un pezzo che pur non essendo bello come i tre precedenti risulta lo stesso ottimo: il fatto che anche così sia il peggiore della scaletta non fa che confermare la caratura eccelsa del disco in cui si trova!

A questo punto, Hēn se la prende con molta calma: parte da un intro ossessivo, un effetto in un loop continuo quasi industrial, su cui spuntano le dissonanze della chitarra, molto stridenti. È una base che pian piano si addensa finché, dopo poco più di un minuto, non entra nel vivo in una maniera sorprendente. Qui infatti i campani lasciano da parti la freddezza e il nichilismo sentiti fin’ora per abbracciare un certo pathos, stavolta forte invece di quello solo accennato sentito a tratti fin’ora. Lo evocano bene le ritmiche di chitarra, lente e possenti ma anche con un loro calore afflitto, come anche la voce di De Stefano, urlata ma più dolorosa che aggressiva. Tuttavia, il lato più sinistro dei napoletani non è sparito: pian piano questa norma si evolve in una direzione più cupa, arcigna, fino a sfociare nei refrain. Graffianti e lugubri al massimo, con le venature di chitarra plumbee e il frontman che sfodera uno scream di rabbia enorme, colpiscono per ferocia assoluta. Ma il lato più tenero del pezzo non sparisce così: torna fuori a tratti, come per esempio nel malinconico assolo di chitarra centrale, lento ma espressivo il giusto. Degno di nota anche il finale, ossessivo e con ancora il gioco degli effetti di Schember, che rendono il tutto più dissonante e proseguono a lungo anche dopo che il metal ha finito di fluire. È il finale bizzarro ma adeguato di un brano grandioso, non tra i migliori del disco a cui dà il nome ma solo per poco! Hēn in teoria finirebbe qui, ma nella versione in CD c’è spazio anche per la bonus track Vitriol, che comincia subito con un altro riff di marca puramente Naga, circolare e tagliente come un rasoio, oltre a essere profondo, abissale. È una base che crea subito una cappa di oscurità asfissiante e monolitica, un muro di nichilismo che però non dura. A tratti la norma si apre, in occasione dei refrain: abbandonano in buona parte l’aggressività per qualcosa di molto sofferto, con De Stefano che urla molto e tante melodie lacrimevoli a supportarlo. Forse il passaggio migliore del disco è però al centro: parte da uno sfogo roccioso e macinante, che pian piano comincia a trasformarsi in qualcosa di meno pestato ma più oscuro, apocalittico, e poi in una sezione di dissonanze. In mezzo a tutto ciò trova spazio anche una novità, una frazione persino ricercata, di basso voltaggio, con la chitarra di De Stefano che disegna una melodia lontana, delicata sopra al basso e agli effetti di Schember. È la ciliegina sulla torta di una parte centrale ottima: in pratica è l’unica variazione di un pezzo che poi riprende la norma principale (a eccezione del finale, che pian piano si sfilaccia fino a spegnersi nel nulla). Il risultato è un altro pezzo ottimo: capisco perché i napoletani l’abbiano scelta solo come bonus track (se no il disco non sarebbe stato su vinile), tuttavia anche nella scaletta regolare di sicuro non avrebbe sfigurato!

Cosa c’è rimasto da dire, a questo punto? Come avrai capito, Hēn è uno splendido disco, un capolavoro vero e proprio dello sludge metal che non teme il confronto con quelli di gruppi ben più blasonati. Se sei un fan del genere, perciò, lascia stare il fatto che ad averlo inciso sia stato un gruppo italiano, e nemmeno tra i più conosciuti: i Naga meritano in pieno la tua attenzione, perciò corri a comprarlo!

Voto: 97/100


Mattia


Tracklist:

  1. Naas – 13:14
  2. Hierophania – 07:34
  3. Eris – 11:55
  4. The Path – 09:42
  5. Hēn – 11:38
  6. Vitriol (bonus track) – 13:01

Durata totale: 01:07:04

Lineup: 

  • Lorenzo De Stefano – voce e chitarra
  • Emanuele Schember – basso ed effetti
  • Dario Graziano – batteria

Genere: doom metal
Sottogenere: sludge metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Naga

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento