Isgärde – Den Sista Vilobädden (2018)

Per chi ha fretta:
Den Sista Vilobädden (2018), secondo album della one man band svedese Isgärde, è un lavoro onesto, non disprezzabile. Da un lato, il polistrumentista Somath propone un genere non originalissimo nelle sue componenti di base ma personale: mescola un black metal sui generis con influssi vari, tra cui spicca quello folk, presente soprattutto in molte melodie di chitarra. Si tratta di uno stile che non colpisce con cupezza o ferocia, ma riesce lo stesso ad avvolgere, anche a dispetto di alcune pecche: oltre a un po’ di omogeneità, si sentono a tratti alcune ingenuità da parte del mastermind. Condizionano anche una scaletta un po’ ondivaga, in cui solo la bizzarra Klätt i Frostens Nålar, la folk Begravd e in parte Slaget vid Öland riescono a spiccare; la media è però buona, e in generale il disco scorre piacevole. È per questo che alla fine Den Sista Vilobädden si rivela un album non indispensabile ma interessante e di buona qualità.

La recensione completa:

Per quanto riguarda il black metal, la Svezia ha poco da invidiare a chiunque, persino alla vicina Norvegia. La sua scena è attiva sin dagli anni d’oro del genere, e ancor oggi è vitale: ogni anno, nascono e pubblicano dischi tantissimi gruppi del genere. L’ultimo con cui sono venuto a contatto in questi mesi è stato il progetto Isgärde: one man band del polistrumentista Somath (già attivo in diverse formazioni del sottobosco estremo svedese), è nato nel 2015, ma da allora ha bruciato le tappe. Sono già due i full-length già all’attivo della sua discografia: l’ultimo, Den Sista Vilobädden, risale allo scorso mese di novembre. Al suo interno, Isgärde affronta un black metal un po’ sui generis, non troppo aggressivo né oscuro, ma non male a livello musicale. Non colpirà con gran ferocia o gran cupezza se non in certi frangenti – né, per inciso, brilla per il suo lato melodico – ma suona lo stesso avvolgente, piacevole. Merito soprattutto delle tante influenze: quella principale in Den Sista Vilobädden è il folk, che rende il tutto meno scontato e più personale. È un influsso presente soprattutto nelle partiture di chitarra, mentre gli strumenti tradizionali fanno capolino solo di rado: è questo che avvicina il progetto Isgärde agli Otyg e ai gruppi viking più spogli degli anni novanta, senza atmosfere festose né giri vertiginosi. Ma non è il solo elemento a ricordare quel periodo: molti degli elementi di Den Sista Vilobädden si rifanno proprio a quel periodo, e in particolare ai suoi gruppi più eclettici e sperimentali. Si tratta insomma di musica interessante pur non essendo troppo originale nelle sue componenti di base e anche a dispetto di alcuni difetti: per esempio, il disco pecca della classica mancanza di hit. Se la media della scaletta di Den Sista Vilobädden è buona, sono pochi i brani che riescono a spiccare: colpa anche del fatto che ogni tanto alcune impostazioni si ripetano – per quanto Somath in generale cerchi di dare la maggiore varietà possibile al disco. Oltre a questo, in generale la musica di Isgärde sembra un po’ ingenua, come se a tratti la direzione si smarrisse: anche questo contribuisce a rendere il disco ondivago. Ma in fondo, non lo fa troppo: anche così, Den Sista Vilobädden è un buon disco, che svolge il suo onesto lavoro senza brillare troppo ma senza nemmeno suonare banale o noioso!

Le danze partono da Blåsinge, intro particolare, molto lo-fi, con vaghi suoni dissonanti e ossessivi che ricordano certo industrial. Niente di che, considerando che dura anche un solo minuto, ma comunque adatto a introdurre la bizzarria del disco – e soprattutto di Klätt i Frostens Nålar, che arriva a ruota. La si sente già subito: se lo scream e il suono della chitarra di Somath suonano molto black metal, la melodia di base è folkeggiante; a spiccare è però la tastiera in primo piano, strana col suo suono quasi da fanfara ma efficace. Lo stesso vale per gli stacchi che punteggiano la norma: non si integrano male né quelli più oscuri, col pianoforte a sostituire le tastiere e il tono che si fa arcano, né quelli sostenuti da lievi orchestrazioni, all’origine di un’aura molto malinconica. Il passaggio migliore è però quello di centro: comincia lento, calmo, con una lieve chitarra pulita, per poi esplodere in una frazione folk, piena di belle melodie della chitarra solista. C’è tuttavia spazio anche per una seconda parte più ombrosa, di influenza quasi doom, e per un finale leggero ma inquieto,che poi si raccorda col resto. Sono tutti elementi validi per una traccia ottima: non solo spicca molto nella scaletta, ma è anche tra le migliori di Den Sista Vilobädden! Höstens Erövring riprende quindi da dove la precedente l’aveva lasciata, con la sua melodia di base, black per quanto riguarda la strumentazione ma folk per impostazione ritmica e melodia di fondo. È un’impostazione che rimane a lungo in scena, seppur nel corso del brano Isgärde porti man mano la musica verso qualcosa di più infelice, tenebroso, cupo, con riff che si trasformano presto in quelli a zanzara più classica. Il tutto si evolve in questa direzione di solito, fino a raggiungere ritornelli lugubri, grazie anche ai cori arcani in sottofondo. Ma c’è spazio anche per frazioni più melodiche: che siano dominate dal pianoforte, da un malinconico assolo o da un panorama depresso come nel finale, colpiscono bene, e danno un tocco di profondità in più a un pezzo che già non manca di calore, anche nei momenti più aggressivi. Lo È questo equilibrio a rendere bene in un pezzo che, pur perdendosi ogni tanto, si rivela comunque di buona qualità.

Anche Benrangelsmannen si muove nella stessa direzione sentita fin’ora: è un altro mid-tempo di influsso dalla musica tradizionale a livello ritmico, stavolta anche meno black col suo suono da metal moderno. Per il resto il pezzo assomiglia ai precedenti, sia quando rimane su questa base, sia quando il progetto svedese assume un’aura più lugubre. Per fortuna però ogni tanto si cambia direzione: succede al centro, quando un passaggio quasi giocoso dà il là a una sorte di ritornello meno cupo e quasi allegro. Ma non è una situazione destinata a durare: presto il pezzo torna a qualcosa di più cupo, in una progressione che alterna momenti più lineari e altri in cui le tastiere danno al tutto oscurità e alienazione. È una base tortuosa ma di norma accogliente, per quanto non tutto brilli e a tratti la linea tenda un po’ a perdersi, mentre solo brevi frazioni incidono davvero – come per esempio quella poco prima della fine, in cui spunta il flauto. È anche questo, oltre all’effetto già sentito e a una durata ridotta, a rendere il brano solo sufficiente, e a non consentirgli di spiccare granché. Per fortuna, ora che Den Sista Vilobädden sembrava star deviando verso un’omogeneità spinta, con Time for the Ages Isgärde cambia discorso. Un intro serioso sfocia presto in un passaggio frenetici, in cui Somath sfodera per la prima il blast beat; allo stesso tempo in scena ci sono però tantissime melodie, che corredano il tutto e danno alla fuga un senso disperato, persino lancinante. Questo senso musicale si accentua poi nel brano, che in seguito perde la velocità e si assesta di nuovo sul tempo medio, ma stavolta col filo conduttore di una certa malinconia che colpisce bene. Ne sono avvolti sia i momenti in cui la musica torna ad accelerare, ma sempre rimanendo melodica, sia soprattutto quelli più espansi e aperti, mogi grazie a fraseggi che oltre al folk ricordano persino il progressive a tratti. Incide molto bene anche la frazione centrale, con i suoi lunghi e veloci assoli, quasi da metal classico, che però non stonano dove sono messi; lo stesso vale per i passaggi più orientati al folk che spuntano qua e là. Completa il quadro qualche ritorno di fiamma dell’inizio e un paio di momenti più arcigni e di marca folk: anch’essi sono ben integrati in una traccia che pur non spiccando troppo risulta molto buona.

Naturen Ensam Rår cambia di nuovo volto: sin dall’inizio è ipermelodica, e col tempo lo diventa anche di più, con una falsariga di base molto da metal tradizionale. Quest’essenza abbraccia buona parte del brano, che a tratti presenta persino incroci di origine maideniana (!). Non manca però una componente più oscura, che a tratti si accentua: succede soprattutto nei ritornelli, arcigni e sinistri ma che non stonano insieme al resto. Le due anime inoltre si compenetrano nella parte centrale: all’inizio a metà tra influssi rock propriamente detto e persino black ‘n’ roll, sfocia poi in una fuga caotica ma con la melodia lontana di un flauto sovrapposta. È uno sfogo che si esaurisce in breve, per poi lasciar spazio a una coda mogia, prima calma ma poi più potente, fino a ricollegarsi con la norma di base. Conclude così il passaggio migliore di un altro pezzo non eccelso, ma buono grazie soprattutto al suo eclettismo: in Den Sista Vilobädden non stona, dunque! Con la successiva Slaget vid Öland, Isgärde si distacca sensibilmente dalla precedente: sin dall’inizio, presenta una certa tensione incalzante, a tratti persino di vaga epicità. È la stessa che si può sentire sia nei momenti dinamici ma non troppo aggressivi che compaiono qua e là, sia in quelli tesi ed estremi, la cui alternanza con qualche variazione costituisce la base. Quest’aura si scioglie invece solo in brevi stacchi: più ricchi dello spoglio pezzo in cui sono, presentano melodie folk e tastiere quasi di retrogusto neoclassico, ma di solito durano poco prima che il pezzo torni all’arrembaggio. Fa eccezione solo la lunga frazione centrale: nostalgica, lacrimevole, viene riempita dal florilegio delle chitarre che creano belle melodie e vanno avanti a lungo, prima che d’improvviso la musica stacchi. Il finale è  all’insegna della frenesia, prima con uno sfogo di puro black, furibondo e nero come la notte, e poi di nuovo con la norma, riletta però in maniera più rapida. E così, con una coda di gusto medioevale, si chiude un episodio lungo oltre sei minuti ma con momenti morti molto rari: non raggiunge i picchi del disco, ma solo per poco!

Da subito, Ande Herren lascia da parte l’anima più melodica del progetto svedese per qualcosa di più oscuro: lo si sente già dal breve preludio ambient, che poi dà il là a melodie dissonanti e quasi da metal tecnico. È un’influenza che poi torna, di tanto in tanto, con passaggi strani e obliqui: la base però di solito è più diretta, black metal non velocissimo ma graffiante e con un’influenza “‘n’ roll” non disprezzabile. A tratti però il panorama si apre, per frazioni più lente e oscillanti in cui il lato più profondo ed espressivo del gruppo torna: sono momenti quasi lirici che però non stonano, anzi per contrasto potenziano il resto. Il brano porta avanti questo dualismo anche quando si evolve: dopo una lunga frazione centrale lenta e desolata, in cui rispuntano i fraseggi folk che Isgärde ci aveva già fatto sentire, si fa anche più frenetico e rabbioso. Ma questa falsariga comincia presto ad alternarsi con stacchi più calmi, sempre di influsso dalla musica tradizionale, ma che non perdono la malinconia sentita nella prima frazione. Solo di rado le due anime si uniscono, per brevi momenti melodici ma rapidi, mentre per il resto rimangono separate. Tuttavia, non è un problema: anche così la traccia si difende alla grande e alla fine dei giochi risulta buona. Siamo ormai alla fine di Den Sista Vilobädden, e per l’occasione Isgärde sceglie Begravd: un preludio addirittura ricercato, con l’arpa e lievi archi in sottofondo, poi la musica comincia a muoversi sullo stesso ritmo oscillante, da puro folk. Col pianoforte a tratti, melodie di chitarra e ritmiche profondo, è una base che rimane a lungo, sia all’inizio che alla fine. Al centro però il pezzo cambia strada, con strofe, più arcigne e con addirittura ritmiche che rimandano al thrash (!): non sono troppo potenti, ma svolgono al meglio il loro lavoro oscuro. Lo stesso vale per gli stacchi le intervallano,quasi depressi, con le ritmiche espanse che ricordano l’atmospheric black e le tastiere che duettano con la melodia delle chitarre. Quest’ultima norma tra l’altro col tempo prende il sopravvento, e comincia a scambiarsi con frazioni altrettanto melodiche ma di stampo folk; un breve raccordo sentito e quasi intimista, poi la norma di base ritorna. È il gran finale di un ottimo brano, il migliore dell’intero disco insieme a Klätt i Frostens Nålar!

Per concludere, Den Sista Vilobädden non è il disco che cambierà le sorti di black o folk metal, né un capolavoro da annali. A parte questo però è onesto, godibile e non troppo stantio: tre caratteristiche che lo rendono sopra alla media odierna, fatta di dischi spesso poco appetibili e banali. Ecco perché, se ti piace il black più sperimentale in stile anni novanta, è un album che farà comunque al caso tuo!

Voto: 75/100


Mattia


Tracklist:

  1. Bläsinge – 01:04
  2. Klätt i Frostens Nålar – 06:00
  3. Höstens Erövring – 04:57
  4. Benrangelsmannen – 03:48
  5. Time for the Ages – 04:43
  6. Naturen Ensam Rår – 04:37
  7. Slaget vid Öland – 06:06
  8. Ande Herren – 05:28
  9. Begravd – 04:55

Durata totale: 41:38

Lineup:

  • Somath – voce, tutti gli strumenti

Genere: black/folk metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Isgärde

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