Motörhead – Overkill (1979)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEOverkill (1979) è il secondo, importantissimo album dei Motörhead.
GENEREUno stile ancora influenzato dall’hard rock degli anni settanta, meno potente di quanto il gruppo di Lemmy proporrà in futuro. Ma è pur sempre il classico heavy metal del gruppo inglese.
PUNTI DI FORZAUno stile più che seminale: ha creato lo speed metal e influenzato migliaia di gruppi, e generi lontani dal suono dei Motörhead. Ma c’è anche una qualità eccellente, ben udibile in una scaletta splendida e con pochissimi momenti morti.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIOverkill (ascolta), Stay Clean (ascolta), I’ll Be Your Sister (ascolta), No Class (ascolta), Tear Ya Down (ascolta)
CONCLUSIONIOverkill non è solo un classico, uno dei picchi della carriera dei Motörhead e un disco di grande importanza storica. Soprattutto, si rivela un capolavoro così sfolgorante che non può mancare a ogni fan dell’hard ‘n’ heavy!
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VOTO FINALE
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99
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Nella storia della musica, ci sono grandi album che non sono semplici capolavori: sono pietre miliari su cui poi si basano intere carriere, e che hanno influenzato migliaia di band successive. Negli ultimi tempi non ne sono usciti molti, almeno nell’ambito del metal, in cui tutto (o quasi) è già stato detto; ma negli anni settanta e ottanta la situazione era diversa. Col genere molto più fresco e non esplorato, poteva capitare anche che un trio di giovani musicisti britannici, cercando di suonare nient’altro che puro e semplice rock ‘n’ roll dritto “in your face”, creasse quasi in maniera inconsapevole lo speed metal. Era il 1979, loro erano i Motörhead e l’album era Overkill: come già detto, non un semplice capolavoro, ma un disco che ha ispirato chiunque, sia nel metal melodico che in quello più estremo. In effetti, molti dei suoi elementi oggi si trovano ovunque: certe componenti speed si ritrovano nel thrash, ma anche nel power, mentre l’ignoranza musicale e l’attitudine del trio di Lemmy e soci sono presenti in molto black metal classico, e non solo. Ma il bello è che i Motörhead lo fanno pur essendo ancora, in qualche modo, acerbi: nel suono di Overkill sono ancora evidenti ancora tanti residui sia dall’hard rock anni settanta che dallo strano ibrido tra questo e il punk che la band suonava nell’esordio omonimo. Acerbi, sì, ma non ingenui: per quanto giovani, i Motörhead non erano certo musicisti alle prime armi, e lungo la scaletta si può sentire bene. Abbiamo una serie di pezzi ben congegnati e davvero splendidi, pur nella loro semplicità: è facile capire perché siano diventati dei classici, come del resto il disco che li contiene. Come è facile capire perché Overkill non sia solo un album di così grande influenza, ma anche un vero e proprio capolavoro del metal tutto.

L’apertura non poteva che essere affidata a Overkill: parte subito dalla pestata, insistente doppia cassa di Phil “Philthy Animal” Taylor, un ritmo semplice ma così iconico da aver influenzato chiunque dal power al death metal. Il resto però non è da meno: già dall’attacco del basso di Lemmy, la potenza fluisce nelle orecchie dell’ascoltatore, finché non ci troviamo in uno scoppio di energia puramente alla Motörhead. È una potenza che torna spesso lungo le strofe, che però di norma sono più sottotraccia, con la chitarra leggera e molto hard rock. Non per questo però sono mosce, anzi: il loro dinamismo è notevole, e con la loro aura espansa introducono bene ritornelli invece esplosivi e catturanti al massimo. Corredano il tutto alcuni assoli diventati leggendari di Fast Eddie Clarke e soprattutto un finale altrettanto famoso, con la sua tendenza a sembrare agli sgoccioli per poi invece ripartire con ancora più foga. È un altro elemento fantastico per un pezzo splendido: non si fatica a capire perché sia tra i più amati della carriera del gruppo, visto che non solo è forse il primo pezzo speed metal della storia, ma è anche eccezionale! La successiva Stay Clean non è però da meno: ancora una rullata di Philthy Animal, poi comincia col suo riffage, semplice e quasi blueseggiante. È in pratica la base sia delle strofe, che pure lo rileggono in maniera più espansa e rock, sia dei refrain, invece più duri ed esplosivi, con in mezzo solo dei momenti anni settanta come raccordo. La variazione più importante invece è al centro, in cui Lemmy sfodera un assolo di basso particolare ma davvero valido. È la ciliegina sulla torta di un pezzo semplice ma splendido, anch’esso tra i migliori del disco. “So drunk” dice una voce: è il perfetto intro per (I Won’t) Pay Your Price, che poi parte subito con la sua impostazione ritmica, saltellante e allegrotta. È una caratteristica condivisa da tutto il pezzo, che sembra quasi un divertissment: questo però non è un difetto, anzi! La norma di base intrattiene bene, come anche i ritornelli, che crescono per spostarsi su lidi più metallici e potenti, brevi escalation di energia che colpiscono alla grande. Corredano il tutto un paio di assoli di Clarke, anch’essi in linea col resto: è quanto basta a un pezzo breve e semplice per brillare, non tra i picchi di Overkill ma giusto per un pelo!

I’ll Be Your Sister parte col basso di Lemmy, seguito a ruota anche dagli altri in un riff circolare di grandissimo impatto. È quello che regge buona parte delle strofe, anche se a tratti i Motörhead cambiano direzione verso ritornelli più obliqui, in cui si sentono tutte le loro influenze punk. Anche stavolta, la durata è ridotta e la struttura semplicissima, col classico assolo rock ‘n’ roll al centro come unica variazione. Ma è quanto basta a un altro pezzo brevissimo per rientrare tra le punte di diamante della scaletta! Dopo tutto questo macinare, con Capricorn i ritmi scendono notevolmente: sin dalla batteria echeggiata di Philthy Animal, poi raggiunta da chitarra e basso, si preannuncia un pezzo più espanso. E in seguito le cose non cambiano: anche quando entra nel vivo, il pezzo comincia con una falsariga espansa, che incrocia blues e hard rock. Pian piano però la tensione comincia a salire, con un breve raccordo dal vago retrogusto ancora punk: sembra quasi che debba esplodere con forza, ma poi il brano torna all’origine, con ritornelli rilassati ed espansi. Sono seguiti sempre da assoli altrettanto dilatati: solo al centro i giochi si fanno un po’ più diretti, seppur il tutto non sia potente come in altri frangenti del disco. È anche per questo, oltre al fatto che non tutti i passaggi incidano – e anzi, a tratti i Motörhead sembra quasi goffi, come se fosse un esperimento non del tutto convinto – che il pezzo non brilla molto: il suo livello è buono, ma in un album come Overkill tende a sparire. Per fortuna, a questo punto si torna su livelli altissimi con No Class, traccia che sin dall’inizio ha un riffage potente e metallico: anticipa la NWOBHM che sarebbe esplosa l’anno dopo. È quella che fa da base a un pezzo potente e ignorante, sempre di gran intensità, reggendo strofe leggermente sottotraccia e chorus semplici ma esplosivi, con in mezzo solo bridge anch’essi energici e ben ritmati. Ottimo anche l’assolo centrale, in cui tornano i toni più hard rock del gruppo: non stona in un episodio breve ma davvero meraviglioso, l’ennesimo di una serie di gemme di cui ancora non si vede la fine!

Un inizio strano, quasi storto, poi Damage Case torna a qualcosa di diretto e senza fronzoli. Le strofe sono semplici, quasi ripetitive, ma senza che questo costituisca un problema: il loro battere ossessivo è energico il giusto, e introduce bene bridge molto semplici, rockeggianti, e chorus che lo sono altrettanto, in maniera più distesa. Non c’è altro che un paio di assoli al centro e alla fine e una parte finale in tonalità diversa per una struttura ancora una volta lineare al massimo, che però di nuovo funziona bene in un episodio eccelso, vicino al meglio del disco. “Eins, zwei, drei, vier”: è Lemmy a contare in tedesco prima di attaccare subito col groove principale di Tear Ya Down, che sin da subito si mette in mostra per il suo splendido dinamismo. Strofe non troppo potenti ma nervose, frenetiche, vengono aiutate da venature di chitarra hard a incidere, e corrono fino a confluire nei ritornelli. Più punkeggianti, sono brevi ma colpiscono bene; lo stesso vale del resto per la parte centrale, con un assolo che segue la norma di base a lungo ma poi si spegne in un momento di pura potenza. Non si poteva chiedere variazione migliore per un pezzo diretto e frenetico al punto giusto: come Overkill, è un’altra traccia che precorre lo speed metal, oltre a essere grandiosa! La successiva Metropolis cambia ancora direzione, coi Motörhead che virano di nuovo verso qualcosa di eclettico: lo si sente sin dall’obliquo esordio, melodico, quasi lacrimevole. Quando poi entra nel vivo, il riffage è molto hard ‘n’heavy, di nuovo ricorda un po’ la NWOBHM, ma stavolta è supportato da un ritmo medio e soprattutto da un basso lontano, distorto, quasi ipnotico. L’espansione si accentua anche di più nei ritornelli, che tra l’altro presentano anche una strana melodia, quasi tenera ma efficace. Oltre a questo, al solito come complemento ci sono solo alcuni assoli di Clarke, alcuni brevi, mentre altrove, come al centro o nel finale, durano più lungo – ma sempre presentando la vaga psichedelia del resto. Sono questi gli elementi che costruiscono un pezzo semplice ma ottimo: il fatto che non spicchi è solo l’ennesima prova (se poi ce n’era ancora bisogno) di quanto eccezionale sia il disco in cui è contenuta!

A questo punto, il finale del disco è affidato a Limb from Limb, con cui per una volta la band britannica se la prende con calma. All’inizio l’ambiente è potente ma lento, con l’espansione tipica del rock anni settanta e addirittura sessanta. È una lunga parte ossessiva in cui si segnala anche un assolo hendrixiano, suonato per l’occasione da Lemmy in persona; buona anche la frazione di centro, con cui il pezzo sembra deviare verso una norma anche più espansa. Ma è un momento brevissimo, prima che il pezzo cominci a correre, più veloce e duro: col tempo lo diventa sempre di più, col riffage che si fa sempre più scatenato, Philthy Animal che accelera lento ma costante e qualche assolo maschio qua e là. È una progressione davvero trascinante: il disco termina con l’ennesima grande traccia, non troppo lontana dai suoi picchi assoluti! Nelle nuove versioni, tuttavia, la scaletta viene allungata da ben cinque tracce bonus: a parte un’interessante versione strumentale di Tear Ya Down, gli altri si dividono tra cover e pezzi originali. Il primo, Too Late, Too Late, è preso dal lato B del singolo di Overkill e si sente, visto che è molto in linea col resto del disco: lo sono sia le strofe, semplici e circolari, sia i refrain rockeggianti e divertenti. Al solito, non c’è altro che un tipico assolo in quello che sarà una b-side ma svolge bene il compito di intrattenere. Stesso discorso per Like a Nightmare, che però si muove sul lato più espanso e sperimentale dei Motörhead di Overkill. Con un ritmo lento e quasi dimesso e un influsso blues più nell’atmosfera che a livello musicale, scambia una falsariga che va a vanti a lungo, espansa e non troppo intensa, e ritornelli più intensi, pestati e pesanti. Il tutto è corredato dai soliti assoli, di norma ancora di alto livello; ne risulta un altro pezzo ben riuscito, nonostante la particolarità. Infine, l’ultimo brano da citare (anzi, gli ultimi visto che sono qui presentate ben in due versioni, differenti giusto per il ritmo e pochi particolari) è Louie Louie. Cover della celebre versione dei The Kingsmen (che a loro volta reinterpretavano l’originale scritta da Richard Berry), è riproposta dalla band britannica in maniera piuttosto fedele all’originale, con giusto un tocco più rumoroso. È per questo che in fondo non aggiunge nulla al disco, pur essendo in fondo divertente al punto giusto!

Insomma, Overkill è in primis un pilastro della musica rock e metal, non solo per la già citata influenza su migliaia di band successive, ma anche perché è il disco in cui i Motörhead diventano i Motörhead che tutti conosciamo. E questo è il meno: il meglio è che si tratta di un lavoro quasi perfetto di puro hard ‘n’ heavy, da possedere ed ascoltare con riverenza. Se ti piace il genere, insomma, non ti può assolutamente mancare!

Quarant’anni (e un giorno) fa, il 24 marzo del 1979, vedeva la luce Overkill dei Motörhead. Non solo è un album eccellente sotto tutti i punti di vista, ma è anche molto importante a livello storico, avendo non solo creato le basi dello speed metal, ma anche precorso tanti elementi che poi verranno sfruttati nell’evoluzione successiva del genere. Per tutti questi motivi, non omaggiare quest’album con una delle nostre recensioni celebrative sarebbe stato quasi un delitto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Overkill05:12
2Stay Clean02:42
3(I Won’t) Pay Your Price02:57
4I’ll Be Your Sister02:55
5Capricorn04:11
6No Class02:41
7Damage Case03:02
8Tear Ya Down02:42
9Metropolis03:37
10Limb from Limb04:57
11Too Late, Too Late (bonus track)03:27
12Like a Nightmare (bonus track)04:28
13Louie Louie (The Kingsmen cover – bonus track)02:48
14Tear Ya Down (instrumental version – bonus track)02:39
15Louie Louie (The Kingsmen cover – alternate take – bonus track)02:54
Durata totale: 51:12
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Lemmy Kilmistervoce, basso, chitarra solista (traccia 10)
Fast Eddie Clarkechitarra
Philty Animalbatteria
ETICHETTA/E:Sanctuary Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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