Haiduk – Exomancer (2018)

Per chi ha fretta:
Exomancer (2018), terzo full-length del progetto Haiduk (one man band del canadese Luka Milojica), è un album a due facce. Da un lato, c’è uno stile originale, un black/death metal che però non punta su oscurità o aggressione, bensì a evocare un’aura ipnotica, spaziale, alienante, anche grazie alla poca presenza del cantato. Dall’altra però a tratti questa impostazione a volte è troppo spinta, e il disco finisce per suonare ripetitivo e omogeneo; non aiuta poi una registrazione non troppo riuscita, che è l’altro grande difetto qui. Anche questi fattori contribuiscono a una scaletta in cui soltanto Icevoid Nemesis, Pulsar e Blood Ripple riescono davvero a brillare; d’altro canto, la media non è disprezzabile. In generale, Exomancer non è certo un disco scadente: non farà gridare al capolavoro, ma alla fine si rivela personale, godibile e discreto!

La recensione completa:

Come ho già detto in altre recensioni, l’originalità per una band può essere un’arma a doppio taglio: è sempre un valore aggiunto per un disco, ma da sola non è una garanzia di successo. È quello che per esempio dimostra Exomancer: terzo disco di Haiduk, progetto del polistrumentista canadese Luka Milojica attivo dal 2009, è un lavoro che a livello stilistico risulta molto interessante. Il genere al suo interno mescola black e death metal, ma in maniera tutt’altro che classica: non punta molto né sulla freddezza dell’atmosfera né su ferocia o rabbia selvaggia. Piuttosto, il suo vero scopo è evocare un’alienazione spaziale  (fatto esplicito ribadito dallo stesso Milojica, che con questo album vuole “invocare l’oscurità cosmica”), puntando su ritmi e riff ipnotici e su lunghe frazioni circolari, mentre scarsa è la presenza del cantato A volte però lo fa troppo, il che è uno dei difetti maggiori di Haiduk: Exomancer finisce per suonare ripetitivo e omogeneo, con impostazioni e giri che si ripetono e pochi pezzi che riescono a spiccare davvero. Per fortuna, la durata limitata del disco e soprattutto la natura atmosferica minimizzano l’effetto di questo problema, che rimane incisivo, ma non troppo. Lo stesso vale per la registrazione: Exomancer suona davvero basilare, scarno e grezzissimo, il che un po’ limita l’impatto di Haiduk, specie nei passaggi più orientati al black che a volte suonano confusionari. Ma a parte queste pecche, abbiamo un lavoro discreto e apprezzabile: pur non brillando, la sua qualità media è buona, il songwriting non malaccio, e la già citata personalità fa il resto. È quanto basta a Milojica per confezionare un album non brillante ma che avvolge comunque a dovere.

Death Portent mostra subito la struttura che poi sarà comune a buona parte delle canzoni di Exomancer: un intro espanso, lontano, in questo caso alienato e di carattere black, poi entra nel vivo con più forza. Parte così una fuga death possente e rabbiosissima, con un riffage grattante e spesso un blast beat davvero veloce. Ma presto la musica rallenta e torna verso il black, col growl basso e distorto di Milojica che dà loro un tono quasi rituale, arcano. È l’anima che dominerà il resto del pezzo: se a tratti il tutto è più ritmato e ha qualche fraseggio in più, spesso invece il clima è più espanso e atmosferico. È un saliscendi che va avanti per qualche minuto in maniera appassionante: forse non spicca troppo nell’album, ma ha almeno il merito di dargli un’apertura che colpisce il giusto! La successiva Unsummon prende il via molto sinistra, sensazione causata soprattutto dalle dissonanze black nel vuoto: un vuoto che però quasi subito comincia a riempirsi, finché non ci troviamo in un ambiente serrato, dominato da vertiginosi vortici di chitarra. È il dualismo che si ritrova in tutto il pezzo: momenti più espansi, a volte anche con l’intervento della voce, si scambiano con altri invece circolari e alienanti, con la loro velocità non spintissima ma incalzante. Entrambe le frazioni sono ottime, ma una durata inferiore ai tre minuti non permette a nessuna di svilupparsi bene; poco male, comunque, visto che anche così il risultato è decente. Evil Art si sposta quindi con ancora più decisione sul lato black della musica già sentita in Exomancer, il che consente a Haiduk di sviluppare un’aura nera, gelida sin dall’inizio. Anche quando il pezzo comincia a pestare di più, è una sensazione che non scompare: seppur i giri vorticosi di chitarra a tratti diano un po’ di calore, rimane un tono preoccupato, di gran oscurità. Anche questa sfumatura non dura molto, visto che di solito lascia il posto a un altra norma, fredda e quasi cosmica per espansione. Completano il quadro qualche fuga rapida e  qualche raccordo in cui si mostra il lato tecnico del progetto canadese, ma senza stonare con la musicalità generale: sono buoni elementi per un’altra traccia di livello, nemmeno troppo lontana dal meglio del disco!

Subverse, prima strumentale del lotto (ma si nota poco che lo sia), comincia come sempre espansa, ma stavolta non scatta: anche all’entrata nel vivo, è un pezzo lento, strisciante. O almeno così sembra, perché dopo poco più di mezzo minuto comincia a martellare con furia: è l’inizio di una fuga rabbiosa che va avanti molto a lungo. A tratti c’è spazio per molta melodia, come nei giri vorticosi e allucinati che appaiono al centro: la velocità però non scende, con la doppia cassa martellante della batteria programmata sempre a dominare – verrà meno solo nella coda, espansa e sinistra. Anche stavolta una durata complessiva inferiore ai tre minuti un po’ limita la resa generale, come un po’ di senso già sentito, ma alla fine il pezzo risulta lo stesso più che discreto. Sin dall’inizio, la seguente Icevoid Nemesis mostra una novità: il suo lead di base, quasi da melodeath, è meno freddo e più malinconico di quanto sentito fin’ora. È un’essenza che poi rimane fissa per tutto il pezzo: sia i passaggi più vorticosi, tipici del progetto canadese, sia quelli più lenti, quasi intimisti, contengono alte dosi di armonia e un certo pathos. Merito della melodia di base, nervosa ma avvolgente: si stampa con facilità in mente, almeno in relazione a quanto sentito fin’ora in Exomancer, e incide anche per il fatto di non ripetersi, visto che Haiduk qui varia molto. Così, a tratti spuntano passaggi più macinanti, seppur anche in essi la preoccupazione non sparisca, mentre altrove c’è spazio per frazioni lente e sentite. È proprio la varietà il segreto di un pezzo ancora breve, ma stavolta non è un problema: nei suoi tre minuti scarsi dice tutto ciò che aveva da dire, e si rivela tra i picchi della scaletta! Doom Seer torna quindi su coordinate già sentite in precedenza: il preludio, desolato e a tinte black, crea una discreta aurea, che poi si accentua  quando il pezzo cresce, lento ma costante. Stavolta inoltre il ritmo non sale mai troppo: anche i passaggi più vorticosi di questa strumentale si mantengono lenti, allineandosi all’aura dimessa del resto – a eccezione solo dell’ossessiva frazione centrale. Se da una parte questo è un pregio, perché evita il senso di già sentito (comunque presente in alcuni passaggi), dall’altra rende il pezzo un po’ moscio: solo a tratti incide, per il resto scorre senza lasciare grande traccia. Di sicuro, va molto meglio con Pulsar: seconda strumentale di fila, è però molto più arrembante e pirotecnica. Lo si sente sin dall’inizio, quando il musicista canadese per una volta parte subito con potenza death: è la stessa che fa da base ai folli giri stellari della chitarra, che seguono le ritmiche vertiginose, tempestose. L’unico momento di calma è al centro: anch’esso vorticoso, viene reso da Haiduk però più lontano, cosmico, e compensa così la perdita di impatto con una bella atmosfera. Da citare anche il finale, breve ma intenso nella sua urgenza disperata: è la giusta conclusione per un episodio breve ma splendido, uno tra i migliori di Exomancer.

Anche Blood Ripple entra subito nel vivo con forza, con un riff esplosivo e possente, quasi da groove/metal moderno per sonorità. Nonostante questo, evoca le stesse sensazioni che Haiduk ha mostrato lungo tutto il disco, nel suo ripetersi ossessivo all’inizio, per poi evolversi in una maniera più espansa. Attraversiamo così momenti particolari, diretti e quasi di retrogusto thrash, e altri in cui una norma simile viene corredata dalle melodie espanse delle chitarre, molto orientate al black ma senza cattiveria: evocano ancora un senso etereo, anche più spinto che altrove. Non che manchi l’impatto: c’è spazio anche per belle fughe, che riprendono l’urgenza iniziale, seppur spesso in una chiave più melodica. Il tutto fluisce che è un piacere, senza nemmeno un momento morto: è il segreto di un altro pezzo ottimo, il migliore del disco con Icevoid Nemesis e Pulsar. È ora il turno di Once Flesh: parte da un intro strano, con un’ossessiva batteria, quasi stonata, a cui presto si sovrappongono chitarre altrettanto oblique, dissonanti. È un intro che crea subito un’aura sinistra, malata: peccato però che poi il pezzo cominci a evolversi e la perda per strada, senza riuscire a compensare in alcun modo. La norma di base è infatti vorticosa e macinante, come Haiduk ci ha fatto già sentito molte volte lungo la scaletta: a questo punto il senso di già sentito vola alto, e continuerà a fluire per tutto il pezzo. Fa eccezione uno stacco che al centro recupera la freddezza iniziale, ma è poca cosa: per il resto abbiamo quasi un riempitivo con molto poco da dire, il che lo relega a punto più basso di tutto Exomancer. Per fortuna, quest’ultimo si ritira su con Crypternity, che comincia con una melodia fissa, immobile, quasi cantilenante: evoca una bella atmosfera straniante, che colpisce sia da sola, sia con la voce che insieme a una base più battente. Quest’ultima però spesso prende il sopravvento, per lunghe cavalcate ritmiche che pur sapendo un po’ di già sentito riescono a impattare a dovere. Ottime anche le frazioni  in cui Milojica varia la formula: che sia una più melodica, tortuosa e a tratti persino di influsso progressive oppure una più graffiante e d’impatto, come sulla trequarti, il risultato non cambia. Sono ottimi complementi per un pezzo che pur non spiccando troppo chiude il disco in una maniera adatta alla situazione.

Per concludere, è vero che da un lato Haiduk potesse rendere più giustizia al suo suono: con la personalità che possiede, meritava di più. Tuttavia, anche così Exomancer è un lavoro discreto, piacevole, che avvolge a dovere nella sua mezz’ora. Certo, se cerchi qualcosa che ti faccia saltare sulla sedia, non farà per te; se però ti accontenti di un album godibile e lontano dai soliti cliché, allora il consiglio è di farci un pensierino!

Voto: 70/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Death Portent – 04:06
  2. Unsummon – 02:44
  3. Evil Art – 03:12
  4. Subverse – 02:48
  5. Icevoid Nemesis – 02:51
  6. Doom Seer – 03:13
  7. Pulsar – 03:11
  8. Blood Ripple – 02:39
  9. Once Flesh – 02:56
  10. Crypternity – 02:51

Durata totale: 30:31

Lineup: 

  • Luka Milojica – voce, tutti gli strumenti

Genere: black/death metal
Sottogenere: atmospheric black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale di Haiduk

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