The Ossuary – Southern Funeral (2019)

Per chi ha fretta:
Southern Funeral (2019) secondo album dei baresi The Ossuary, è un grande passo in avanti rispetto all’esordio Post Mortem Blues (2017). Lo è in primis per lo stile, meno scontato e più fresco, con la base che rimane tra l’hard rock e il doom metal  degli anni settanta ma viene arricchita da uno spirito più heavy. Il suo vero segreto è però la maggior ricchezza di contenuti, che scongiura l’omogeneità del predecessore: merito anche di un songwriting più maturo, personale e che stavolta si libera di molti cliché. Purtroppo, ancora qualche difetto è presente nella scaletta: seppur la media sia elevata, solo la dinamica Maze of No Return, la semplice e catchy Belphegor e la rockeggiante Under the Spell riescono a spiccare. È questa mancanza di hit, insieme a qualche pezzo meno bello, a limitare il disco, ma non lo fa più di tanto: anche così Southern Funeral è un ottimo album, che può far la felicità dei fan dell’hard ‘n’ heavy anni settanta!

La recensione completa:

Mi è già capitato, in passato, di avere a che fare con i baresi The Ossuary. Side-project dei techno-deathster Natron venuto alla luce nel 2014, ha pubblicato nel 2017 il proprio esordio Post-Mortem Blues: un album che, come detto nella recensione di circa due anni fa, ho trovato discreto e carino, nonostante i suoi difetti. In quella occasione, mi auguravo che i pugliesi riuscissero a maturare e a risolvere le loro pecche: è una formula che uso spesso, seppur l’esperienza mi insegni che non sempre succede quando una band prosegue nella propria carriera. Non è però il caso dei The Ossuary, che con Southern Funeral, uscito lo scorso 25 gennaio tramite Supreme Chaos Records, dimostrano dei passi in avanti da gigante rispetto all’esordio. In primis, lo si può sentire nello stile, meno scontato rispetto a Post-Mortem Blues: se la base mescola sempre hard rock e doom metal in chiave anni settanta, il tutto suona meno nostalgico e stantio. Merito in primis di una maggiore influenza heavy metal, ma non quello degli anni ottanta: piuttosto, i The Ossuary guardano  all’incarnazione più atmosferica e “giovanile” della fine degli anni settanta. Tuttavia, Southern Funeral beneficia soprattutto di una maggior ricchezza di contenuti rispetto al predecessore: parliamo di un disco che cambia spesso coordinate e svaria tra le sue influenze di base – pur mantenendo di fondo una sua coerenza stilistica. Questo aiuta i pugliesi a evitare l’omogeneità che affliggeva l’esordio; il merito maggiore in questo senso è però del songwriting, attento e molto più maturo rispetto al passato. Quello dei The Ossuary in Southern Funeral non solo dà maggiore personalità a ogni pezzo: stavolta aggira i cliché oppure li rilegge in maniera meno scontata di tanti gruppi del revival hard rock anni settanta (da cui tra l’altro i baresi si staccano con la loro anima più heavy). È una buonissima base di partenza, ma anche il resto è di alto livello: penso per esempio alla registrazione, così vintage da far sembrare quasi Southern Funeral un album uscito davvero alla fine degli anni settanta, ma senza rinunciare alla nitidezza moderna. Insomma, c’erano molti ingredienti che potevano dar luogo a un capolavoro: purtroppo, però, i The Ossuary non riescono a raggiungerlo. Colpa di una scaletta un po’ ondivaga, con solo pochi pezzi che si innalzano sulla media generale – comunque elevata. Ma in fondo non è un gran problema: non nega ai pugliesi la possibilità di creare un lavoro coinvolgente e di ottima qualità, maturo e diversi gradini sopra al suo predecessore.

Southern Funeral comincia con un disteso intro dominato dall’organo, dal sapore molto anni sessanta – seppur il suo suono da solo ricordi anche un ambiente da chiesa. Che sia l’uno o l’altro, dura poco, prima che i The Ossuary attacchino con Walk into Sepulchral Haze, traccia animata e brillante. Lo si sente già dalle strofe, molto hard rock e divertenti, seppur abbiano potenza metallica  e persino un tocco stoner. Vanno avanti per un po’, prima di diventare più espanse e puntare sull’atmosfera, che diventa crepuscolare ma accogliente: è la norma dei lunghi ritornelli, molto dilatati – forse anche troppo, visto che a tratti suonano un po’ mosci. Buona invece la frazione centrale, sempre hard rock con persino un influsso  progressive più che vago, come anche quella più dura sulla trequarti, in cui si mettono in mostra i giri vorticosi del basso di Dario “Captain” DeFalco. È un valore aggiunto per un pezzo che nel disco è addirittura il meno riuscito: questo la dice lunga, visto che il livello è più che discreto, e come apertura non c’è male. Con Maze of No Return è però un’altra storia: un breve intro espanso e melodico, ma molto musicale, poi ci ritroviamo subito in un ambiente classico, retto da un riffage non troppo pesante, ma di gusto quasi NWOBHM. È il dualismo che regge il pezzo: le avvolgenti strofe, sottotraccia ma funzionali, appartengono alla prima norma, come anche gli assoli che raccordano le varie parti. Energici ed esplosivi sono invece i ritornelli, che con potenza e dinamismo colpiscono bene, ma grazie alla voce di Stefano “Stiv” Fiore, che gigioneggia ma senza esagerare, riescono a risultare anche catchy. Sono il momento migliore del pezzo, ma anche il resto non è da meno, compresa la frazione centrale: anch’essa scambia frazioni potenti e a volte addirittura aggressive con altre più leggere, il tutto però con un intento ombroso ben riuscito. È un altro elemento valido per un pezzo splendido, uno dei picchi assoluti del disco! Una breve rullata di Max Marzocca, poi Belphegor esordisce col suo riff principale, hard ‘n’ heavy energico e catturante: si stampa nella mente dell’ascoltatore all’istante, grazie anche al fatto che i pugliesi lo ripetano più volte. È infatti la base delle strofe, potenti e incalzanti, che ci conducono veloci verso i refrain: più leggeri, spezzano però la leggerezza della norma e si fanno quasi preoccupati, oscuri, seppur non in maniera aggressiva. È il loro equilibrio a consentirgli di colpire: è una prerogativa che del resto condivide con tutto il pezzo. Sia la base sia il resto – che siano giri hard rock semplici ma efficaci o passaggi più d’atmosfera, pieni di armonizzazioni, come al centro, o il finale più intenso e infuocato – sono ben dosati, e funzionano a dovere. Il risultato è un altro dei brani migliori di Southern Funeral, una perla breve e semplice ma meravigliosa!

Con Southern Funeral, i The Ossuary cambiano direzione rispetto a quanto sentito fin’ora. Lasciati da spazio hard rock e tempi animati, sin dall’inizio abbiamo un pezzo lento, inquietante coi suoni obliqui che si intrecciano con la chitarra pulita ma lugubre. È un bel preludio all’esplosione del pezzo, che poi entra nel vivo altrettanto potente e cupa, con la chitarra di Domenico Mele che scandisce un riffage doom dei più classici. È quello che fa da base anche ai ritornelli: solenni, possenti, plumbei al punto giusto, hanno però anche un bel pathos, grazie principalmente alla prestazione di Fiore. Il resto invece è più tranquillo: le strofe sono molto placide, con il basso come unico strumento ritmico e la chitarra distesa: insieme alla voce conferisce al tutto un certo spesso emotivo. Calme sono anche la seconda metà: vuote, con a tratti persino un vago retrogusto post-rock, sono comunque piacevoli, nonostante un filo di prolissità; meglio va però quando il pezzo appesantisce la stessa melodia, come accade sulla trequarti. Insomma, nonostante il difetto – molto lieve, c’è da dire – abbiamo una gran bella canzone, non eccelsa ma avvolgente al punto giusto! Con Eternal Pyre i pugliesi tornano quindi a qualcosa di più animato, seppur all’inizio il tutto sia ancora disteso, rilassato, con tante armonizzazioni espanse, che ricordano quasi i Black Sabbath più espansi. La band di Tony Iommi rimane il faro che il pezzo segue anche quando entra nel vivo: il riff di base, di carattere heavy, sembra quasi preso di pezzo dall’era Sabotage, ma nonostante questo non suona troppo stantio, anzi riesce a incidere bene. Merito anche del gruppo, che durante il pezzo gli dà qualche variazione in arrangiamenti, e soprattutto lo alterna con rapidi stacchi più convulsi e veloci: sono brevi, ma potenti al punto giusto. Ottima anche la frazione centrale, che torna all’inizio per poi sciogliersi in un assolo di chiaro stampo anni settanta. Anch’esso funziona all’interno di un pezzo breve e semplice, ma di buonissima qualità!

Sleep Demon comincia pacifica, col drumming di Marzocca seguito dopo un attimo dalla chitarra pulita di Mele. È da questo preludio che, dopo poco, all’improvviso parte un pezzo energico, potente, ma anche obliquo, tortuoso, con persino una nota progressive. È una base che nel pezzo si alterna varie volte con stacchi più morbide, ma con un certo senso crepuscolare, dato da melodie di retrogusto addirittura blues – che poi in seguito prenderanno il sopravvento nelle strofe. L’alternanza va avanti per un po’ fino a portarci ai ritornelli: più esplosivi del resto, con anche un bel pathos, dato dalle chitarre graffianti come anche la voce di Fiore. Il momento più incisivo sono però quelli che corredano il tutto: sono splendidi sia  quello al centro, pieno di  melodie sentite, infelici, sia il lungo finale, ancora di stampo prog e quasi lancinante. Entrambi valorizzano un pezzo non eccelso, ma coinvolgente il giusto. Anche Under the Spell parte lenta, quasi serena in apparenza, con la chitarra pulita e la sezione ritmica leggere, semplici, come anche la melodia del frontman. Sembra quasi che debba essere una ballad, quando invece il pezzo prende vita: ci ritroviamo allora in un ambiente animato, quasi riottoso e soprattutto preoccupato, seppur le coordinate siano ancora sull’hard rock, e i pugliesi non pestino più di tanto. Ma non è un problema, visto che questa norma colpisce a meraviglia: merito del dinamismo e delle varie melodie, di chitarra e vocali, tutte molto catchy e d’impatto. Ottima anche la frazione centrale, all’inizio una frazione potente e con una nota doom, prima di spegnersi in una lunga coda più leggera, con echi progressivi e anche post-rock. Entrambe le anime però si sposano bene a un episodio breve ma significativo e di ottima qualità, non tra i migliori di Southern Funeral ma giusto per un pelo! A questo punto, per concludere il disco i The Ossuary scelgono la lunga Shadow of Plague: parte lenta, sinistra, con un fraseggio di chitarra ossessivo, dissonante, che ricorda da lontano persino il black metal. Poi però entra nel vivo più diretta: la falsariga di base è hard ‘n’ heavy potente e incalzante che va avanti a lungo, semplice e rockeggiante ma con un certo senso crepuscolare alle spalle. È quello che poi viene fuori nei chorus, che rallentano e mostrano un’anima doom, oscura: non è opprimente, anzi contiene un certo calore e una bella aura decadente, ma colpisce il giusto. Questo dualismo continua fino a poco prima di metà, quando il pezzo comincia una progressione molto più tortuosa: sembra quasi voler diventare ancor più lento e doomy, ma poi parte una fuga animata non pesantissima ma con la giusta intensità, e con un ottimo assolo di Mele. Bella anche la lunga coda finale, che dopo un altro ritornello ne riprende la norma in chiave più espansa e psichedelica, con addirittura un moog a sottolineare l’atmosfera. È un finale adeguato per un brano molto buono, che conclude l’album nella maniera più giusta.

Per concludere, è vero che da un lato Southern Funeral potesse essere un capolavoro: gli bastavano giusto un paio di hit in più al posto dei pezzi meno belli. Ma non ci sono grandi motivi per rammaricarsi: anche così abbiamo un ottimo lavoro, piacevole e divertente per gran parte dei suoi tre quarti d’ora, inciso da una band molto più matura e consapevole di quanto l’avessi trovata la prima volta. Ecco perché, se ti piacciono l’hard ‘n’ heavy anni settanta, specie se declinato in senso sabbathiano, il mio consiglio può essere uno solo: dai una possibilità ai The Ossuary!

Voto: 84/100


Mattia


Tracklist:

  1. Walk into Sepulchral Haze – 04:39
  2. Maze of No Return – 04:41
  3. Belphegor – 05:14
  4. Southern Funeral – 07:24
  5. Eternal Pyre – 04:57
  6. Sleep Demon – 05:20
  7. Under the Spell – 04:52
  8. Shadow of Plague – 07:40

Durata totale: 44:47

Lineup:

  • Stefano “Stiv” Fiore – voce
  • Domenico Mele – chitarra
  • Dario “Captain” De Falco – basso
  • Max Marzocca – batteria

Genere: hard rock/heavy/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei The Ossuary

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