Nefesh – Panta Rei (2018)

Per chi ha fretta:
Con Panta Rei (2018), gli anconetani Nefesh pubblicano il loro album più ambizioso. Lo è soprattutto per il concept, che separa l’album in tre parti diverse – divise a loro volta in quattro tracce ciascuna: questo però è anche uno dei principali difetti del disco, perché lo fa risultare schematico. Questo fatto è all’origine una scaletta dispersiva e troppo “piena”, con tanti pezzi brevi e pochi significativi – lo sono solo le ballad Vite Condivise e Costellazioni, la crepuscolare Please, Stay e la variegata A New Inner Vision. A parte questo, però, il progressive metal personale della band funziona bene, e la media non è malaccio: per questo, alla fine dei giochi Panta Rei risulta un album non esaltante ma di buona qualità!

La recensione completa:

Negli scorsi anni, mi è già capitato di avere a che fare con gli anconetani Nefesh – e non solo una volta. Nel corso degli anni, mi sono occupato dei loro Shades and Light e Contaminations, e ho persino avuto l’onore di intervistare la band in occasione della recensione di quest’ultimo: potevo quindi mancare alla prossima uscita del gruppo? Ovviamente no: così, mi sono fatto trovare preparato all’uscita del quarto album Panta Rei, avvenuta lo scorso 23 novembre grazie alla sempre attiva Sliptrick Records. Parliamo senza dubbio del disco più ambizioso nella carriera dei Nefesh, che per l’occasione scelgono un concept album su sentimenti e rapporti umani, diviso in tre parti ben definite all’interno del disco. Esse sono a loro volta suddivise in quattro sezioni, analoghe in ognuna delle parti: dopo un preludio iniziale, il primo pezzo vero e proprio è cantato in inglese e di solito spoglio e aggressivo. Il secondo invece è una ballad in italiano, mentre il terzo quasi in una sintesi hegeliana unisce l’anima più metal e potente del primo col lato melodico del secondo, entrambe le lingue e tanta imprevedibilità. Non è male come impostazione, visto che da un lato rende Panta Rei peculiare: dall’altro però i Nefesh finiscono per suonare schematici a tratti, e non solo. È proprio questo all’origine di una scaletta parecchio “piena”, con tanti pezzi brevi che non sempre si rivelano significativi, il che causa una certa carenza di hit. Non aiuta poi la presenza dei preludi, spesso prolissi: spezzettano l’album e lo rendono abbastanza dispersivo. In generale l’idea è che, come accade a molti concept album, in Panta Rei la parte concettuale sia salita sopra alla musicalità generale, che di conseguenza perde un po’. Non so dire se questa, come anche la presenza di qualche pezzo meno bello, sia dovuto ai recenti cambi di lineup, con in particolare la perdita del cantante Paolo Tittarelli – sostituito però bene da Matteo Sbrollini, visto che la differenza tra le due voci è piccola. So però che i difetti di Panta Rei non lo affossano del tutto: anche così i Nefesh si difendono bene, con una media di scaletta buona e qualche bella zampata che valorizza il tutto. E poi, rimane sempre il progressive metal dei marchigiani, spoglio e aggressivo, con tante influenze dal metal moderno, ma a tratti anche dal thrash – seppur altrove, specie nelle “terze canzoni” si arricchisca anche di tastiere. È un suono sempre fresco e personale, che di sicuro si mette in mostra anche qui, coi Nefesh a gestirlo nella giusta maniera.

Panta Rei esordisce, da Outro – Preludio al ritorno, lunga introduzione guidata da una voce salmodiante, dal sapore orientale, accompagnata da lievi echi di chitarra e di quelle che sembrano campanelle, oltre a uno sfondo basso di carattere ambient. È un pelo prolisso nei suoi due minuti e mezzo, ma a parte questo è suggestivo: non male come apertura, insomma, prima che Panic! strappi con rabbia. Il suo attacco è feroce, vorticoso, con un riffage di origine groove metal che poi rimane anche quando il il tutto diventa meno terremotante. Rimane ancora diretta di norma, con la chitarra di Luca Lampis vorticosa, graffiante e la voce di Sbrollini roca e aggressiva, specie quando, a tratti, comincia a urlare con foga. Ma questo non è destinato a durare: presto il pezzo devia su una norma più strana e progressiva, che a volte colpisce con potenza, ma altrove è più storta, e punta sui tanti controtempi che si susseguono repentini. È un’evoluzione discreta, seppur a tratti fine a sé stessa: di sicuro meglio la parte più diretta del pezzo, che poi torna per un bel finale che riprende l’intro. Stavolta inoltre la durata, simile al precedente, è riduttiva:  l’incompletezza è un altro dei difetti di un episodio che si difende, ma risulta solo discreto, forse persino tra i punti più bassi di Panta Rei. Per fortuna, ora i Nefesh ne ritirano su le sorti con Luce Candida, prima ballad del disco che comincia lievissima, con il solo pianoforte, dolce, a cui presto si aggiunge la voce sussurrata del frontman. Alla lunga poi viene fuori anche la chitarra pulita: nei primi tempi è protagonista di piccoli abbellimenti, ma poi prende il sopravvento, sia ad accompagnare il piano con veloci fraseggi quasi flamenco sia, soprattutto, nei ritornelli. Ancora placidi, sono un po’ più densi, e con la loro malinconia colpiscono bene, specie quando il tutto si concentra un po’ di più: succede nel finale, quando spunta prima il basso (o è addirittura un contrabbasso), molto placido, e poi la batteria. Ma il tutto rimane docile: è proprio questa tenerezza il punto di forza di quella che è forse la meno valida tra le tre ballate del disco, ma rimane molto buona! La successiva The Hidden Sun torna al metal e lo fa in maniera prepotente: entra nel vivo quasi subito energica e circolare, con le ritmiche moderne però quasi in secondo piano. A dominare sono invece Sbrollini e le tastiere che creano disegni sinfonici un po’ obliqui ma efficaci alle sue spalle. È una falsariga che torna un paio di volte lungo il pezzo, inframezzata da una più oblique e orientata al prog, col suo ritmo dispari e spezzettato. Poi però la musica cambia direzione: al centro si fa più potente e aggressiva, ma anche questo è destinato a sparire: presto infatti tornano coordinate melodiche, che si accentuano sempre più fino a sfociare in una coda docile, ricercata. È il buon finale per un episodio non eccezionale ma molto piacevole!

Anche Preludio al Divenire si muove su toni ambient, in cui stavolta dominano le melodie esotiche, quasi dissonanti del pianoforte e della chitarra di Lampis. È una melodia ripetitiva, il che rende il tutto persino più prolisso dell’analogo precedente, vista anche la durata superiore: per fortuna, non dura troppo, prima di lasciare spazio a The Hell You Are!, che attacca poi con buona potenza. Il riffage è sempre orientato verso il metal moderno, ma stavolta l’anima progressive degli anconetani è più evidente nella base, circolare e quasi alienante. Solo ogni tanto la musica ne esce, per esempio per i refrain: anch’essi battenti, sono però più diretti e persino teatrali, grazie alla voce urlata di Sbrollini e all’impostazione ritmica particolare. Entrambe le frazioni funzionano bene; tuttavia, la migliore è quella di centro, nervosa e dinamica anche a dispetto del ritmo tenuto dal batterista Michele Baldi, non velocissimo. È la guida sia della prima parte, in cui si mette in mostra la chitarra, sia la seconda, rabbiosa e a tinte quasi thrash. Altrettanto valido è il finale, contorto e lugubre: si rifa molto al prog metal più classico, anche grazie alla tastiera,che gli dà una marcia in più. È la conclusione adatta a un pezzo non eccezionale ma  buono, che di sicuro non sfigura in Panta Rei! Va però ancora meglio con Vite Condivise, con cui i Nefesh tornano al lento… e che lento! Comincia molto soffice, con la chitarra e il piano appena udibile, ma inizia subito a crescere, guidata da una melodia che ricorda le migliori ballate degli Opeth, seppur in chiave meno oscura, fino a esplodere nei chorus. Essi sono molto più intensi sia a livello musicale, grazie alla sezione ritmica, sia a livello emotivo: evocano una bella nostalgia, molto avvolgente. Parte da qui un’evoluzione che li alterna con frazioni diverse, tutte ben congegnate: che siano bizzarri momenti solistici o frazioni contaminate di prog rock, funk o addirittura fusion, il complesso funziona. Lo fanno soprattutto i tanti passaggi ben riusciti, che si stampano in mente con facilità, anche a dispetto della complessità generale. È il segreto di un pezzo con nulla di metal, ma non è un problema: è lo stesso tra i più riusciti di Panta Rei! Please, Stay riparte quindi con forza e anche una bella carica arcigna: quella evocata dal potente riff di base, preoccupato come la voce di Sbrollini. Presto però la norma si apre, in brevi stacchi che accoppiano un bel pathos e una base senza più impatto, espansa quasi alla maniera del doom. Sembra che il brano debba continuare tutto su questa linea, con giusto qualche variazione (come il bell’assolo di Lampis), quando i Nefesh cambiano rotta, seppur il dualismo rimanga lo stesso. La sezione centrale è divisa tra tratti oscuri, quasi estremi, e altri malinconici, più di quanto sentito in precedenza. Quest’ultima sensazione rimane anche nel prosieguo: buona parte della trequarti è cadenzata, dimessa, grazie sia alle lontane tastiere sia al frontman, che passa all’italiano per l’occasione. È un bel arricchimento prima che la musica torni in breve ala norma iniziale e quindi si spenga in una coda di pianoforte: un bel finale per un ottima traccia, non tra i picchi di Panta Rei scaletta ma neanche troppo lontano!

Preludio al Risveglio è accostabile agli altri due preludi, specie per quanto riguarda la base, persino più orientaleggiante degli altri. Stavolta però in primo piano c’è un bell’assolo di Lampis, che tiene alta l’attenzione: insieme a una durata stavolta ridotta, è quanto basta a questo per essere il migliore dei tre, e a introdurre a dovere Be Damned!, che poi al solito esordisce potente. In questo caso la graffiante base di influsso groove metal, intervallata da stacchi tecnici e contorti, va avanti per un intenso minuto, prima di deviare verso qualcosa di sinistro, con una chitarra dissonante alle spalle del resto e a un certo punto anche la tastiera. È un momento quasi di stasi, ma poi i marchigiani ripartono con un dinamismo rinnovato, e cominciano ad alternare frazioni convulse e progressive e altri stacchi più aggressivi. Il tutto è una salita non appassionante ma carina fino al finale, che sembra voler ancora accentuarsi ma poi si scioglie nel nulla: anche questo è un indicatore del fatto che il pezzo di nuovo sia un po’ incompleto, oltre a suonare a tratti insipido. Questo lo relega tra i peggiori della scaletta: per fortuna però essa si ritira su subito con Costellazioni. Ultima ballad del lotto, sin da subito mette in mostra la sua aura di forte tristezza, ben udibile attraverso la norma, delicata ma non per questo leggera a livello sentimentale. Questa sensazione si fa più eterea negli stacchi più lenti che si aprono qua e là, considerabili forse ritornelli; per il resto però è lancinante, e colpisce con forza assoluta. Il tutto funziona molto bene, anche grazie a poche ma riuscite variazioni, come per esempio il malinconico assolo centrale di Lampis, di influsso addirittura shoegaze/post-rock a tratti, oppure il finale. Dura poco ma lascia il segno, col suo suono meno intenso e più crepuscolare del resto: non solo sigilla al meglio un ottimo pezzo, ma dà il là in maniera splendida a A New Inner Vision, che poi si apre in maniera strana. L’avvio è una base dissonante, quasi da alternative metal, accoppiata però a una tastiera che fa quasi da fanfara: il tutto sembra quasi goffo, ma paradossalmente è valido come ingresso per il pezzo successivo, che dopo meno di un minuto comincia la sua avanzata. Più diretto, col riffage spezzettato e macinante di Lampis in primo piano, avanza lento ma incalzante, cupo: caratteristiche che col tempo si accentuano. Se all’inizio c’è spazio per una certa preoccupazione, e per alcuni arricchimenti sinfonici, pian piano la voce di Sbrollini si fa più urlata, le ritmiche più aggressive, e le tastiere più dissonanti a dare l’ultimo tocco di oscurità. Solo sulla melodica trequarti un po’ di pathos torna, ma è giusto un breve passaggio prima del finale, ossessivo e martellante: ripete la stessa formula a lungo, con persino un paio di falsi finali, ma colpisce alla grande. È forse il momento più in vista di un episodio però ottimo in toto: è senza dubbio uno dei picchi di Panta Rei. Tuttavia, la conclusione vera e propria i Nefesh la affidano in realtà a Intro, traccia che ha molto in comune coi tre interludi già sentiti lungo il disco, e prende elementi da tutti e tre. Inutile dire che non ce n’era il bisogno, ma visto che è in coda non dà fastidio: in fondo è una chiusura adatta per un disco così.

Per concludere, Panta Rei forse non è all’altezza del predecessore, e se la batte più o meno alla pari con il comunque buono Shades and Light. Parliamo di un album ambizioso, a tratti anche troppo, ma alla fine non suona troppo pretenzioso o malriuscito a livello musicale, e finisce per risultare buono, godibile. E vista anche la personalità dei Nefesh, se ti piace il progressive metal e vuoi qualcosa che non sia la sterile copia dei Dream Theater, è lo stesso un lavoro consigliato!

Voto: 77/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Outro – Preludio al Ritorno – 02:34
  2. Panic! – 02:38
  3. Luce Candida – 05:58
  4. The Hidden Sun – 05:08
  5. Preludio al Divenire – 02:47
  6. The Hell You Are! – 04:54
  7. Vite Condivise – 05:00
  8. Please, Stay – 05:24
  9. Preludio al Risveglio – 02:08
  10. Be Damned! – 021:53
  11. Costellazioni – 04:45
  12. A New Inner Vision – 05:00
  13. Intro – 02:18
Durata totale: 51:27
 
Lineup: 
  • Matteo Sbrollini – voce
  • Luca Lampis – chitarra e arrangiamenti
  • Michele Baldi – batteria
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Nefesh

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