Saddayah – Apopheny of Life (2018)

Per chi ha fretta:
Apopheny of Life (2018), primo album dei romeni Saddayah, è un disco carino, pur nella sua immaturità. Da un lato, lo stile è interessante, con la sua base death su cui si innestano influssi black metal per dare più atmosfera: la band lo imposta in modo che abbia un suono solenne, seppur non manchino oscurità né potenza. Purtroppo, non sempre la musica riesce a incidere: colpa di una  grande presenza di cliché e di una forte omogeneità, con le canzoni che ogni tanto si confondono tra loro. E così, nella scaletta, solo Fire Above, Frost Below, King’s Will e Carving in the Stone Flesh of God riescono a spiccare davvero; la media tuttavia non è malaccio. In generale, seppur i Saddayah debbano trovare ancora la propria strada, Apopheny of Life si rivela già un album piacevole e discreto, che evidenzia diversi margini di miglioramento.

La recensione completa:
Quando uno pensa alla geografia del metal, gli vengono in mente subito luoghi come l’Inghilterra, gli Stati Uniti o la Scandinavia, certo non la Romania. Eppure, anche il paese dell’Est Europeo negli ultimi anni ha sviluppato una piccola ma interessante scena del genere, con qualche gruppo di altissimo livello e tante seconde linee almeno discrete. È a questa seconda categoria che appartengono i Saddayah: nati nel 2013 a Ploiești, nella zona centrale del paese, sono riusciti però a esordire soltanto lo scorso sette settembre col primo full-length Apopheny of Life. È un album che da una parte può contare su uno stile interessante: mescola una base death con forti influenze black, che danno al tutto più atmosfera, con in più influenze variegate. È un genere che sa sia aggredire che evocare oscurità; tuttavia, la specialità dei Saddayah è creare un certo senso rituale, solenne ma non ingessato o troppo spinto come in certi casi. È il punto di forza assoluto di Apopheny of Life, che però dall’altro lato non è immune da diversi difetti e ingenuità. Se il suo livello generale è discreto, c’è poco che riesca a spiccare al suo interno: colpa della grande presenza di elementi già sentiti in altri dischi black o death, che i romeni spesso non riescono a rileggere o a fare propri. Così, riff e melodie spesso non esplodono molto, per quanto non siano così male: non aiuta peraltro  una forte omogeneità, che a tratti rende le canzoni difficili da distinguere l’una con l’altra. In generale, Apopheny of Life è un disco ancora acerbo, con cui i Saddayah mostrano di essere ancora alla ricerca della propria strada; ciò non toglie però che elementi di personalità già ci siano, come anche buone capacità. Un paio di belle zampate fa il resto, per un disco che non esalta ma almeno si rivela un gradino sopra alla media.

La opener Apopheny of Life comincia subito strisciante, lugubre, con un riff doom lento e fangoso aiutato da dissonanze sinistre. Ma è solo un breve intro, prima che il pezzo cambi direzione: un’ulteriore preludio, stavolta morbido, con solo la chitarra pulita, poi esplode una norma cupa, blasfema, con ancora qualche influsso doom. Dà al tutto un’aurea più sulfurea, come anche le venature black che rendono il tutto dissonante: entrambe sono un sostegno alla base, dinamica e death, ma a tratti si prendono il sopravvento, per ritorni di fiamma dell’inizio o convulsi momenti  come il finale. Arriva dopo un altro interludio di chitarra pulita, ed esplode con vera rabbia, grazie anche al cantato di Petrut Ilie, un growl basso che però si integra bene con la base. Non male nemmeno la frazione centrale, che abbandona in parte la cupezza del resto per schierare un bell’assolo, crepuscolare ma anche ricercato a livello melodico. Sono due arricchimenti per un brano non eccezionale ma di buona qualità. Fin dall’attacco, la successiva Fire Above, Frost Below fa vedere la sua anima, nera come la notte: all’inizio è lenta, ma i giri di chitarra black rendono il tutto gelido al massimo. Dopo poco però il tutto accelera e si fa più macinante, inglobando influssi death: le dissonanze della chitarra restano tuttavia in primo piano, e accompagnano anche i momenti più duri, condotti dal blast beat, e quelli più cadenzati, quasi di retrogusto metalcore. Spesso però la traccia è espansa, atmosferica: punta a evocare un clima lontano, alienato, quasi spaziale, il che riesce bene specie in passaggi come quello al centro, con un retrogusto esotico. Ma anche il resto non è da meno: abbiamo un pezzo molto breve (poco più di tre minuti) ma incisivo, uno dei migliori che i Saddayah abbiano da offrire in Apopheny of Life! È ora il turno di Mouth of the Abyss: inizia ancora con influssi black, minacciosi e angoscianti nei giri della chitarra, un elemento che poi rimane ben fisso in tutto il pezzo. Avvolge sia i momenti più lenti, quasi pigri, che spuntano qua e là, sia la falsariga più movimentata del brano, che spesso prende il sopravvento. Nessuno dei due è male, anzi entrambi hanno i loro  buoni momenti; tuttavia, stavolta i romeni sembrano alternarli senza una direzione precisa, che non li fa spiccare. Non aiuta poi il fatto che sul complesso aleggi un certo senso di già sentito, con passaggi che ricordano le due tracce precedenti. È anche per questo che, a parte qualche passaggio più espanso, qualche bella melodia sinistra qua e là e il sanguigno passaggio sulla trequarti, ancora a tinte black, abbiamo un pezzo che passa senza lasciare traccia di sé.

Per una volta, 8 entra nel vivo subito frenetica, col suo riffage vertiginoso e velocissimo presto raggiunto dal blast-beat potentissimo di Theo Ionescu. È una norma che torna spesso lungo il pezzo, per brevi fughe che comunicano urgenza e aggressività: lo fanno però senza rinunciare a un certo tocco melodico. È lo stesso che domina anche nei frequenti momenti più espansi: anch’essi  spesso hanno di base una melodia, quasi doom a tratti, ma suonano anch’essi plumbei, certo non calorosi. Quest’ultima sensazione è relegata solo alla frazione centrale, in cui il metal si fa del tutto da parte per un passaggio melodico, con la sezione ritmica a fare la base e solo una chitarra solista a disegnare melodie malinconiche, insieme ai sussurri di Ilie. Si crea bel coefficiente emotivo, che rimane in scena anche mentre la progressione torna a potenziarsi, per poi però venir meno a un certo punto: è una conclusione anche più oscura e senza melodie, con le sue dissonanze e un finale arrembante e battente a tinte death. Si tratta di un altro buon elemento per un pezzo non tra i picchi assoluti di Apopheny of Life, ma non troppo lontano. Va tuttavia ancora meglio con King’s Will, traccia con cui i Saddayah ci stupiscono subito:  l’attacco è infatti a tinte melodeath, e ha il classico spessore emotivo del genere. È un’essenza che poi viene in parte accantonata, specie nei momenti più terremotanti; tuttavia, residui di melodia e di una certa malinconica rimangono sempre, e in certi momenti riesplodono. Accade per esempio nelle frazioni dominati dai giri della chitarra di Gabriel Marincu, avvolgenti e ricercati, ma anche quelli più d’impatto hanno un loro senso melodico. Ciò viene meno solo al centro, una lunga fuga che lascia da parte il passato per una frazione strana, piena di cambi repentini e di ghirigori, che la avvicinano addirittura al death metal tecnico (!). Nonostante questo, non stona nel pezzo, visto che stavolta i romeni riescono a integrarla a dovere; lo stesso vale per il finale, lento e quasi mogio. Sono due particolari ben riusciti di un ottimo pezzo, uno dei migliori in assoluto della scaletta!

The Darkest Recess of the Human Mind sia avvia subito rude, possente: fa quasi pensare che si muoverà sempre in questa direzione, ma poi la musica cambia. Se è vero che ci sono dei momenti di fuga davvero energiche, staffilate anche abbastanza coinvolgenti, più spesso il pezzo punta su giri di chitarra alienanti, che a volte vengono fuori con più evidenza. Succede per esempio nella blasfema parte centrale, davvero splendida col lieve riffage black di Sorin Marincu su cui si posa un assolo tenebroso. È forse il momento migliore di un pezzo che però anche per il resto non è malaccio: sia i momenti più potenti che quelli più atmosferici funzionano, per un risultato più che discreto. La seguente Born in Singularity ha un bell’attacco, death metal potente della vecchia scuola con un’alternanza tra momenti più obliqui e fughe con tanto di riffage tipico a motosega. È un’anima che il pezzo conserva a lungo, soprattutto a livello di atmosfera: se a volte spuntano tratti un po’ più espansi, o comunque meno ritmati, lo spirito truce iniziale non sparisce mai del tutto. Anzi, nei momenti più lenti si accentua: nonostante sia spoglio e manchi un po’ di potenza, l’oscurità arcigna graffia con forza. Forse il momento in cui fluisce meglio è però quello centrale, cadenzato con un ritmo quasi folk e un vago sentore thrash, che però lo rende più incalzante, appassionante. Qualche abbellimento, specie della chitarra solista, fa il resto: abbiamo un altro buon pezzo, a tratti un po’ trito ma tutto sommato piacevole. La chiusura è quindi affidata a Carving in the Stone Flesh of God, che per una volta se la prende con calma: l’intro è lento, con le chitarre (e anche il basso di Serban Mateescu) che seguono la stessa melodia strisciante, ma espansa e lenta. È un buon intro per un brano che poi, dopo poco più di mezzo minuto, all’improvviso esplode: ci ritroviamo allora in un ambiente convulso, in cui i Saddayah mescolano death, black e anche influssi thrash stavolta più forti in qualcosa di frenetico, di grande urgenza. È un senso che prosegue a lungo: anche i tratti più lenti di questa frazione sono battenti – a eccezione del breve interludio poco prima di metà, che lascia da parte un attimo il dinamismo per qualcosa di più vuoto. È però il prodromo alla seconda parte dell’episodio, che rallenta molto: abbiamo una lunga progressione che incrocia melodie lontane, quasi spaziali, con una base placida, melodica, fredda e oscura ma non troppo opprimente. È un momento di rara, oscura poesia, il migliore di un brano che però non perde troppo nel confronto: nel complesso, guarda da vicino ai picchi assoluti del disco che chiude!

Per concludere, nonostante i suoi problemi Apopheny of Life risulta un album piacevole, grazie a una media non disprezzabile e a qualche bel pezzo che lo valorizza ancora di più. Certo, per quanto riguarda i Saddayah, c’è ancora un bel po’ di strada da fare, per trovare un suono maturo e personale. Visto anche che i romeni hanno ampi margini di crescita, aspetterò di vedere cosa combineranno in futuro; sperando, comunque, che non ci mettano altri cinque anni per dare un successore a questo loro esordio!

Voto: 72/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Apopheny of Life – 04:47
  2. Fire Above, Frost Below – 03>:16
  3. Mouth of the Abyss – 04:28
  4. 8 – 04:08
  5. King’s Will – 03:08
  6. The Darkest Recess of the Human Mind – 03:43
  7. Born in Singularity – 03:45
  8. Carving in the Stone Flesh of God – 04:49
Durata totale: 32:04
 
Lineup: 
  • Petrut Ilie – voce
  • Gabriel Marincu – chitarra solista
  • Sorin Marincu – chitarra ritmica
  • Serban Mateescu – basso
  • Theo Ionescu – batteria
Genere: black/death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Saddayah

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