Mister Folk Festival III – live @ Traffic Live Club, Roma – 6 aprile 2019

Devo fare un’ammissione: ultimamente, non sto andando a molti concerti. I pochi soldi, ma soprattutto uno stato fisico abbastanza precario, che mi impedisce anche solo di stare in piedi senza avere dolori, negli ultimi anni mi hanno scoraggiato parecchio dal prendere parte a qualsiasi tipo di evento simile. Tuttavia, quando ho saputo che i Furor Gallico avrebbero suonato a Fabriano (Ancona), a pochi chilometri da casa mia, un pensierino ce l’ho fatto. Sarei andato lì, forse, se nel frattempo non fossi stato invitato al Mister Folk Fest III che si sarebbe tenuto il giorno immediatamente successivo: per giunta, l’invito è arrivato da Mister Folk in persona, alias Fabrizio Giosuè, padrone dell’omonima webzine di settore. Insomma, un’offerta lusinghiera che alla fine ho deciso di accettare.

È per questo che lo scorso sabato mi sono presentato al Traffic Live Club nella periferia di Roma. Locale che avevo già visitato nel 2016, in occasione del tour di Holy Land degli Angra, allora in realtà non mi aveva fatto un’impressione molto buona: colpa soprattutto dell’acustica, che mi aveva fatto storcere il naso. È un’impressione che in parte ho avuto anche stavolta, ma il difetto mi è sembrato meno grave: seppur sui suoni bassi ho riscontrato di nuovo qualche problema, il resto mi è sembrato di livello almeno buono. E poi, in ogni caso, non ha rovinato un concerto che, posso anticipare, è stato più che soddisfacente.

Ulfhednar
L’apertura delle danze è affidata a questa band proveniente proprio dalla capitale, che ha iniziato  in ritardo – ma non troppo – rispetto al programma. Nonostante questo, all’inizio il Traffic era quasi vuoto; pian piano però si è andato riempiendo. Merito anche degli Ulfhednar stessi, che sin dall’inizio hanno cominciato con un assalto estremo, a base di un black metal con influssi che vanno dal death al grind, passando addirittura per il metal più classico. Un genere, insomma, che pur essendo la mosca bianca in un festival più centrato sul folk, si è rivelato interessante. Il gruppo inoltre è stato autore di una prestazione che mi è sembrata impeccabile a livello tecnico – non era facile, considerando la sua musica molto complicata e variegata – e di gran impatto a livello di cupezza. Non che l’atmosfera sia rimasta sempre sull’oscurità e sulla dannazione propria del black: si percepiva che gli Ulfhednar si stavano divertendo a modo loro, e qualche battuta tra una canzone e l’altra non ha fatto che confermarlo. E così, tra bei momenti come l’assolo della bassista Ithil (di grande carisma e bravura, tante donne suonano il basso ma non sempre viene concesso loro tanto spazio), i tanti frangenti in cui il cantante Eclipsis ha mostrato la sua versatilità e una sentita cover di Furore Pagano dei Draugr, la loro mezz’ora è volata. Peccato solo per un difetto anche piuttosto grave, seppur non dipendente dalla band: come di rito per ogni gruppo di apertura, anche gli Ulfhednar hanno avuto un suono abbastanza brutto, che tendeva a impastarsi specie nei (tanti) momenti più frenetici. Ed è anche per questo che spero che la lunga pausa che hanno annunciato sul palco non sia poi così lunga: spero di poterli rivedere presto in condizioni meno svantaggiose!

Scaletta Ulfhednar:

  1. Fredda Pietra
  2. Alea
  3. Rulers of Darkness
  4. Furore Pagano 
  5. Odio Eterno 
  6. Alterco
  7. Punto Omega
  8. Addicted to Tragedy

Bloodshed Walhalla
Devo essere sincero: su questa one man band del polistrumentista lucano Drakhen all’inizio avevo molte perplessità. Avendo recensito di recente l’ultimo disco Ragnarok, sapevo quanto il suo stile fosse ricco in fatto di tastiere, orchestrazioni e strumenti folk: bello, ma molto difficile da riproporre dal vivo. Ebbene, sin da quando è salito sul palco, il gruppo mi ha tolto ogni dubbio! In parte, la complessità musicale è stata resa con cori e orchestrazioni registrate: un modo di agire che di solito non apprezzo, ma che nel caso di Bloodshed Walhalla ci sta tutto. Per il resto, Drakhen ha compensato con una formazione dal vivo che presentava addirittura tre chitarre (con lui che suonava quella solista): un’altra scelta vincente, visto che il loro intreccio riusciva a riempire bene il suono. Tutto questo gli ha consentito una prestazione fantastica, con qualche sbavatura a livello tecnico ma in compenso tanta passione, che ha coinvolto bene anche i presenti. In fondo, l’importante dal vivo è emozionare, più che essere perfetti, e Drakhen ci è riuscito in pieno, con canzoni come Ragnarok oppure la cover di Gods of Thunder of Wind and of Rain dei Bathory, che tutti hanno cantato. Merito di tutto ciò va dato anche a un mix sonoro molto più pulito di quella degli Ulfhednar, che ha valorizzato almeno i due pezzi di Ragnarok molto di più della registrazione un po’ piatta che lamentavo nella recensione del disco. È anche per questo che quello di Bloodshed Walhalla è stato un concerto splendido, uno dei migliori della serata – forse addirittura il migliore in assoluto!

Scaletta Bloodshed Walhalla:

  1. Ragnarok
  2. Like Your Son
  3. Blood and Fire
  4. Gods of Thunder of Wind and of Rain

Sechem
Era la prima volta che questa band madrilena suonava in Italia… e si vedeva. La lontananza non solo geografica ma anche linguistica e culturale si è fatta sentire: sin dall’inizio, mi sono sembrati un po’ timidi e compassati sul palco. Ma a parte questo, non hanno sfigurato troppo: si vede che non sono musicisti alle primissime armi, e che anzi hanno quasi dieci anni  di vita alle spalle. In particolare, a brillare sono stati la cantante Ikena, con un gran carisma anche a dispetto della citata timidezza, e il chitarrista alla sua destra, autore di assoli tecnici e difficili in scioltezza. Anche se forse il premio simpatia e spigliatezza la flautista Marta, che quando non suonava il suo strumento lo usava quasi fosse una chitarra! Peccato solo che anche quando  lo imbracciava, la sua musica arrivava pochissimo: non per nulla, il concerto dei Sechem è stato funestato dai suoni peggiori della serata, anche peggio di quelli degli Ulfhednar. Era così impastato e poco nitido che ancora non ho capito che genere suonino gli spagnoli: so che la base è folk mediorientale, ma ci ho sentito anche echi prog, power, thrash e tanto altro. Non so dire se c’erano davvero o se era un’impressione sbagliata dovuta al mix generale: so però che, a dispetto di questo, non è stato un brutto concerto. E che anche i Sechem sono un gruppo da scoprire meglio.

Scaletta Sechem:

  1. Walk Like an Egyptian (The Bangles – intro)
  2. In Search of Immortality
  3. Mummify Me!
  4. Horus & Seth
  5. Sanehat (Pt. I)
  6. Bird in a Cage
  7. Sandstorm
  8. An Epic Journey to Yam
  9. Misirlou (Dick Dales – outro)

Kanseil
È ormai tarda notte quando tocca a loro salire sul palco: la stanchezza è già parecchia, ma questa band veneta riesce lo stesso a coinvolgere e a incidere. Al contrario dei gruppi precedenti, tutte con un solo full-length alle spalle (tranne Bloodshed Walhalla, che però ha trovato da poco la dimensione live) i Kanseil ne hanno due, oltre che probabilmente più esperienza dal vivo, e si vede. Calcano il palcoscenico con la stessa dimestichezza che potrebbe avere una band nella propria sala prove – e questo nonostante siano tanti membri che quasi non entrino sul piccolo palco del Traffic! Ma non c’è stata solo competenza: i veneti sanno come emozionare, e riescono a farlo sin dall’inizio. In parte è anche merito delle dediche, come quella di Orcolat (canzone sul terremoto del Friuli) alle vittime dei terremoto dell’Aquila – il 6 era proprio il decimo anniversario, peraltro. Ancor più da brividi è stata Vajont, canzone sull’omonima tragedia: nei suoi dieci minuti, davvero sentiti, si è provata sofferenza vera. Tuttavia, anche le altre canzoni, col loro continuo oscillare tra melodia folk e aggressività mutuata più dal metal estremo, hanno funzionato bene: quello dei Kanseil è un genere complesso ma affascinante. Merito va dato anche al suono, sempre lontano dalla perfezione ma stavolta più che decente: non ha castrato granché la prestazione del gruppo. Ed è per questo che, alla fine, il loro concerto è stato coinvolgente: anche il pubblico l’ha apprezzato, con persino il pogo che in certi frangenti. Alla fine il loro è stato un ottimo concerto: devo ammettere che li conoscevo solo di nome, ma dopo questa serata di sicuro in futuro li approfondirò meglio.

Scaletta Kanseil:

  1. Ah Canseja! (intro)
  2. Ciada Delamis
  3. Orcolat
  4. Pojat
  5. Ander de le Mate
  6. Vajont
  7. Panevin

Furor Gallico
Come accennato all’inizio, il mio principale interesse era vedere proprio loro. La prima (e unica) volta che mi era capitato di poterli ascoltare dal vivo era stato al Montelago Celtic Festival del 2012 (oggetto tra l’altro di un vecchissimo report): allora li conoscevo molto poco, ma quel concerto mi stregò. Fu lì, tra l’altro, che acquistai il loro full-length omonimo, allora l’unico che avessero pubblicato: a distanza di tanti anni, è ancora uno dei miei dischi folk metal preferiti di sempre. È per questo che avevo grandissime aspettative per il loro concerto: aspettative che non sono state (quasi) per nulla deluse. Anche a distanza di quasi sette anni, i Furor Gallico rimangono la stessa macchina da guerra: come sempre, la parte del leone l’ha fatta Davide “Pagan” Cicalese, che si conferma vero animale da palcoscenico anche in un contesto con meno possibilità di movimento. La sua prestazione è stata esemplare, tra scream, growl e pulito, come anche i suoi duetti con la cantante Valentina Pucci, ospite sia dal vivo che sull’ultimo Dusk of the Ages. Ma anche gli altri non hanno perso un colpo: ogni strumentista ha svolto bene il suo lavoro, e la prestazione complessiva è stata ottima. Ha aiutato, in questo caso, anche il suono: stavolta era davvero ottimo, nitido e con tutti gli strumenti in gran evidenza – anche i flauti di Massimo Volontè e l’arpa di Becky. Di sicuro, il pubblico (stranamente meno numeroso di quello dei Kanseil) ha risposto alla grande. A parte le scenette, alcune davvero spassose, c’è stato anche un gran contatto durante la musica, con tanti cori, il pogo partito di frequente e a un certo punto anche un bel wall of death. Tuttavia, a voler essere fiscali, potrei trovare ben due pecche al loro concerto. La prima è che da Furor Gallico hanno suonato solo Venti di Imbolc, Banshee e La Caccia Morta: avrei preferito ne facessero di più, magari a scapito dei pezzi dai due dischi successivi, che purtroppo non ho avuto ancora modo di scoprire. Ma in fondo è una cosa molto personale, e non ha inficiato troppo il concerto: anche i pezzi nuovi mi sono piaciuti molto, in particolare quelli dal nuovo album, che presentano un approccio meno estremo e più malinconico. L’atmosfera avvolgente in effetti è stato un grande punto di forza per il concerto: il suo vero difetto è stato invece un altro, per quanto anche stavolta non sia responsabilità del gruppo. Coi miei quasi trentun anni, forse troppo vecchio io, ma trovo che iniziare con un concerto a mezzanotte e quaranta non sia una grande idea: sono arrivato alla fine che quasi mi si chiudevano gli occhi dal sonno, e credo che cominciare e finire prima sarebbe stato meglio. Ma tant’è: anche così, sono riuscito a divertirmi il giusto, quanto lo merita una delle migliori band folk metal – forse la migliore in assoluto – che abbiamo in Italia, come sono i Furor Gallico!

Scaletta Furor Gallico:

  1. Passage to a New Life (intro)
  2. The Phoenix
  3. Nebbia della Mia Terra
  4. Venti di Imbolc
  5. Wild Jig of Beltaine
  6. Banshee
  7. Waterstring
  8. Canto d’Inverno
  9. La Notte dei Cento Fuochi
  10. Starpath
  11. La Caccia Morta
  12. Song of the Earth
  13. Aquane
    Encore:
  14. Dusk of the Ages
  15. The Gates of Annwn

Per concludere, quella di sabato al Traffic è stata una bella serata, nonostante i tanti piccoli e grandi problemi. Ogni band ha avuto il suo perché, e nessuna mi ha davvero lasciato deluso: in questo caso, ottime sono state le scelte dell’organizzazione nel stilare la scaletta per il festival. Che dire: un grande grazie a Mister Folk per avermi invitato a partecipare!

Live report a cura di Mattia

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